Per un’analisi marxista dell’Iran

Anatomia della repubblica islamica seguendo i tre livelli delle lotte di classe: dal punto di vista della schiavitù domestica della donna, nella prospettiva del conflitto sociale fra sfruttati e sfruttatori, nell’ottica della politica imperialista e antimperialista del paese.


Per un’analisi marxista dell’Iran

Fino a che la società è divisa in classi sociali, queste ultime non possono che avere interessi divergenti. In particolare gli interessi della classe dominante saranno in contrasto con gli interessi delle classi subalterne. Perciò il motore della storia non potranno che essere le lotte di classe. Già Marx ed Engels declinano questo concetto al plurale in quanto quale motore della storia non possono che essere qualcosa di complesso. A tal proposito Losurdo, reinterpretando i classici del marxismo, individua tre livelli fondamentali nei quali si articola la lotta di classe. Vi è, anzitutto, il piano più immediato e antico che riguarda il rapporto fra i sessi. La divisione del lavoro che è alla base della lotta di classe si inaugura proprio con la separazione fra i maschi che vanno in cerca di viveri al di fuori del villaggio e la donna che per la sua funzione nella riproduzione è deputata ai lavori domestici. Sorge così la schiavitù domestica della donna a opera del maschio. Per cui, come faceva notare già Engels, si tratta di un rapporto servo-padrone, in cui è la donna a essere condannata al ruolo della sfruttata e dell’oppressa. Abbiamo poi un secondo livello della lotta di classe che si sviluppa sul secondo piano della vita etica, cioè nella società civile, nel mondo del lavoro. Qui abbiamo la originaria distinzione fra lavoro mentale e lavoro manuale con gli intellettuali che tendono a divenire la classe dominante sfruttando i lavoratori manuali, che tendono a pensare secondo le direttive dei primi. Abbiamo così una classe dominante che opprime le classi subalterne.

Infine sul terzo livello della vita etica, quello dello Stato, abbiamo la contrapposizione fra le grandi potenze che tendono a dominare in modo imperialistico sulle comunità umane e gli Stati più deboli che vengono così assoggettati. Abbiamo così il terzo livello del conflitto sociale, quello fra grandi potenze imperialiste e comunista e Stati più o meno a rischio assoggettamento a opere delle prime.

Dal momento che la realtà, come sottolineava già Platone, è in se stessa contraddittoria, per poter giudicare un fenomeno necessariamente complesso, come la Repubblica islamica dell’Iran, dobbiamo considerarlo da queste tre prospettive.

Per quanto riguarda il piano più immediato, anche in Iran vi è la schiavitù domestica della donna, purtroppo diffusa in tutto il mondo. Qui, però, è stato il colonialismo europeo a imporre una modernizzazione forzata del rapporto ineguale fra uomo e donna. Così nelle fasi neocoloniali, quando le classe dominanti, come ai tempo dello Shah, fondavano il loro potere sul rapporto subalterno verso le potenze coloniali del mondo occidentale, hanno importato e di fatto imposto i costumi occidentali anche nel rapporto ineguale fra uomo e donna. In tal modo vi è stata una relativa emancipazione delle donne della classe dominante, funzionale a rendere più coeso il suo dominio sociale sui ceti subalterni.

Perciò, la grande rivoluzione popolare e anticoloniale che ha rovesciato la classe dominante subalterna all’imperialismo occidentale alla fine degli anni settanta, ha portato a una parificazione, almeno apparente, dei rapporti fra uomo e donna. Per cui anche le donne della classe dominante hanno perso quei privilegi che le avevano portate a essere più emancipate delle donne subalterne. D’altra parte la società è divenuta più egualitaria e ha conosciuto anche uno sviluppo delle forze produttive che ha prodotto una scolarizzazione tendenzialmente di massa. Di ciò hanno approfittato soprattutto le donne che sono divenute progressivamente più istruite dei maschi e ciò ha favorito anche il loro acquisire posti di lavoro anche intellettuali-dirigenziali nella società civile, favorendo in tal modo una loro parziale emancipazione dalla schiavitù domestica. Da questo punto di vista rispetto ai paesi islamici dell’area le donne sono maggiormente emancipate, a eccezione dei paesi in cui hanno governato i comunisti o forze che si sono ispirate al socialismo.

D’altra parte, questo egualitarismo nell’oppressione di genere ha portato al mantenimento di alcuni costumi arcaici sempre più anacronistici come l’imposizione del velo. Nonostante ciò le donne in Iran sono maggiormente emancipate in generale rispetto ai paesi islamici più stretti alleati dell’imperialismo occidentale. Per questo lo sfruttare gli aspetti più anacronistici del rapporto ineguale uomo-donna da parte dell’imperialismo, per assoggettare lo Stato e la società civile iraniana, è di ostacolo all’emancipazione della grande maggioranza delle donne persiane, appartenenti ai ceti sociali non dominanti e meno istruiti e alle famiglie più legate alla Repubblica islamica. Così le lotte delle donne per emanciparsi sono state ostacolate dall’apparente sostegno ricevuto dall’imperialismo occidentale e dal colonialismo di insediamento sionista. Perciò la loro aggressione imperialistica dell’Iran non ha in nessun modo favorito una ripresa dei grandi movimenti di emancipazione della donna.

Dal punto di vista della lotta di classe nella società civile, la grande rivoluzione popolare spontanea della fine degli anni settanta, ha favorito un grande passo in avanti nelle emancipazioni dei ceti sociali subalterni. D’altra parte, il prevalere di una direzione consapevole da parte dei religiosi più legati alla borghesia e indirettamente alla potenze occidentali, rispetto alle forze della sinistra, in particolare comunista, ha portato al tradimento della rivoluzione. Una grande rivoluzione attiva dal basso è stata progressivamente trasformata in una rivoluzione passiva dall’alto orchestrata dalla nuova classe dirigente religiosa sempre più legata alle classi economicamente dominanti.

La terribile guerra decennale con l’Iraq, orchestrata dall’imperialismo occidentale e dai sionisti, ha favorito nella prima fase postrivoluzionaria una forma di capitalismo di Stato in cui aspetti socialisti convivevano con aspetti del fascismo sociale degli anni trenta, un po’ come nei regimi populisti dell’America latina. Anche perché in questa fase il partito comunista Tudeh affiancava ancora la componente religiosa nella funzione di classe dirigente del paese.

La collaborazione alla giuda del paese fra islamisti e comunisti filosovietici del Tudeh fu di breve durata, terminando già nel 1983 con l’arresto dell’intera direzione del partito. Con la fine della guerra e la contemporanea soluzione finale della repressione dei comunisti, ai quali seguono l’anno successivo la fine della guerra fredda, con la dissoluzione del blocco sovietico, e la morte di Khomeini, le cose cambiano in modo sostanziale. Inizia un processo di privatizzazione e di liberalizzazione dell’economia che fa di nuovo crescere sensibilmente le differenze sociali.

Si crea così il paradosso per cui le forze più conservatrici e religiose sono più interessate a mantenere forme di capitalismo di Stato, mentre i cosiddetti riformisti sono più favorevoli alle liberalizzazioni. Una dinamica simile a quelle in Urss ai tempi della dirigenza di Gorbaciov.

Si viene altresìì a creare il paradosso per cui sono le classi più ricche, quelle ad esempio di Teheran nord a essere le principali oppositrici della Repubblica islamica, mentre le classi sociali più fragili sono quelle che più dipendono dal residuo di Stato sociale e, di conseguenza, sono le più fedeli all’ordine costituito.

Peraltro le potenzialità della classe operaia e, più in generale, del proletariato moderno, che potrebbero essere fra le più avanzate della regione per il ruolo decisivo svolto nella Rivoluzione di fine anni settanta, sono compresse dal residuo capitalismo di Stato, per cui una parte consistente della forza lavoro è dipendente dallo Stato e difficilmente si rivolterà contro di esso. A rendere la situazione più difficile vi è lo stato d’eccezione semi permanente causato dalla costante pressione dell’imperialismo occidentale e del sionismo che hanno cercato di imporre un perenne stato di assedio al regime. Situazione che rende ancora più difficile l’organizzazione autonoma politica e sociale della classe operaia e, più in generale, degli sfruttati e oppressi. Senza contare che l’eliminazione finisca delle sinistre e, in particolare, dei comunisti, costretti da quasi trent’anni a sopravvivere in esilio, e il divieto dei partiti politici rende difficile il formarsi di una direzione consapevole progressista delle grandi mobilitazione spontanee degli oppressi e sfruttati che, più volte, si sono manifestate in modo imponente. Tutto ciò fa sì che tali mobilitazioni siano più facilmente infiltrabili da provocatori e agenti sionisti o legati all’imperialismo occidentale. Problema analogo vale per la lotta indipendentista o autonomista portata avanti da una componente della minoranza curda che si è dotata anche di un braccio armato. Infine, la guerra aperta scatenata dalla coalizione fra sionismo e Usa ha portato a un ulteriore rafforzamento degli apparati repressivi dello Stato e delle forze armate che, oltre a controllare parti importanti dei mezzi di produzione del paese, acquisiscono una sempre maggiore influenza politica. Peraltro l’affermarsi anche sul piano politico del potere dei militari è indice di una profonda crisi dello Stato e della stessa società civile iraniane, peraltro strangolata da un pesantissimo blocco economico in atto di fatto da poco dopo la rivoluzione del 1979.

Infine occorre comprendere il ruolo che svolge l’Iran dal punto di vista della lotta di classe fra grandi potenze e paesi in forme diverse a esse subalterni. Anche in questo caso la rivoluzione di fine anni settanta costituisce un significativo spartiacque.

Storicamente la Persia è stata profondamente segnata dall’imperialismo. Il suo potente impero, uno dei più significativi del mondo antico, ha subito una netta battuta d’arresto dopo la conquista araba sia sul piano militare che culturale-religioso. D’altra parte, la Persia ha riconquistato una certa autonomia e capacità di influenza fra gli Stati meno lontani del mondo arabo con l’adesione e la direzione della minoranza sciita, che può essere paragonata alla riforma protestante nel mondo cristiano. Se ai tempi dello Shah il rilancio dell’antica posizione imperialista era palese, dopo la Rivoluzione del 1979 ha potuto sopravvivere operando sotto traccia. Da questo punto di vista i contrari tendono a coincidere, mantenendosi al contempo in costante ridefinizione dei rapporti di forza fra la funzione oggettiva di opposizione all’imperialismo dell’Asse della resistenza e la funzione di penetrazione della potenza iraniana da esso permessa nei paesi non lontani del mondo arabo, resa possibile anche grazie dalla presenza di significative componenti sciite in tali Stati, che sono alleate in funzione subordinata dell’Iran, al punto da operare, per un certo aspetto, come proxy. Discorso analogo vale per la notevole influenza iraniana su una componente significativa della resistenza islamista palestinese, al momento decisamente egemone rispetto all’ala laica. Occorre in ultimo ricordare il ruolo di sostegno e al contempo la forte influenza che ha avuto l’Iran, fino a poco tempo fa, sulla stessa Siria, quando era ancora sotto l’egemonia della minoranza alawita, parte integrante dell’asse delle resistenza.

03/07/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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