Lotte di classe nel primo dopoguerra

Il conflitto sociale si riaccende dal basso nel primo dopoguerra e vede la partecipazione organica delle donne che, andando a lavorare fuori casa, si emancipano della schiavitù domestica, ma subiscono l’iper-sfruttamento da parte del padronato.


Lotte di classe nel primo dopoguerra Credits: https://officinebrand.it/offpost/storie-e-testimonianze-di-uomini-e-donne-partigiani/

Segue da Anticolonialismo e primo dopoguerra

L’Europa esce indebolita dalla Prima guerra mondiale, mentre escono rafforzate le organizzazioni che si battono per l’emancipazione dei subalterni

La dipendenza dell’economia europea dagli Stati Uniti d’America, che già si era venuta profilava durante la Grande guerra, diviene evidente nel primo dopoguerra. A uscire notevolmente rafforzato dalla guerra è l’imperialismo giapponese che, tolta di mezzo la concorrenza europea, tende ormai a dominare sui mercati dell’estremo oriente. L’economia europea torna ai livelli precedenti la guerra solo nel 1924. In Europa, in particolare, vi è una forte ondata di disoccupazione, a causa della chiusura e riconversione di una parte significativa dell’apparato industriale bellico. Molti reduci non ritrovano il proprio posto di lavoro anche perché, nel corso del conflitto, c’è stato un forte sviluppo dell’occupazione femminile, che è spesso preferita dai padroni in quanto è in media pagata decisamente meno ed è meno abituata ad organizzarsi per lottare allo scopo di soddisfare i propri bisogni.

Tutto ciò porta a una crescente esasperazione dei conflitti fra le classi sociali. Tanto più che i soldati al fronte, i proletari in divisa, hanno appreso i valori della lotta disciplinata e della solidarietà e ciò rafforza i sindacati, i partiti e, più in generale, le organizzazioni della sinistra. Inoltre il risveglio delle coscienze, anche nel proletariato agricolo, e la mobilitazione politica delle masse sono costantemente stimolate dall’effetto propulsivo che ha la Rivoluzione d’ottobre.

L’affermazione dei partiti di massa e il contraddittorio processo di emancipazione delle donne

Dopo la guerra vi è una forte politicizzazione delle masse, che non accettano più, anche alla luce dell’Ottobre di essere escluse dalla vita politica, ciò porta a una grande espansione dei partiti di massa che tendono sempre più a sostituirsi alle consorterie di potentati locali che caratterizzavano i partiti nell’epoca della dittatura liberale della borghesia. Inoltre, moltissime donne erano state costrette a entrate nelle fabbriche e negli uffici per sostituire gli uomini al fronte.

Le donne, prima relegate a casa e completamente succubi della schiavitù domestica, riescono così a emanciparsi da tale forma tradizionale di asservimento, anche se finiscono per essere sfruttate dai padroni. Tutto ciò favorisce lo sviluppo di movimenti per l’emancipazione femminile contro le numerosissime forme di discriminazione di cui, molto più che oggi, erano vittime. Il movimento delle donne, spesso interno al movimento sindacale e socialista comincia a rivendicare l’eguaglianza sociale ed economica oltre ai diritti politici, quasi esclusivamente rivendicati dai movimenti femministi liberal-democratici egemonizzati dalla borghesia.

Le donne, grazie alla imponenti mobilitazioni che sono in grado di mettere in campo e grazie agli enormi passa avanti sulla strada della emancipazione fatti nel paese dei soviet, conquistano progressivamente la possibilità di studiare e lavorare, liberandosi parzialmente dalla patriarcale schiavitù domestica. Cambiano in questo modo i costumi e lo stesso abbigliamento delle donne, che iniziano a portare vestiti più funzionali al lavoro fuori casa, liberandosi delle pesanti vesti strettamente connesse al loro asservimento nei lavori domestici. Allo stesso modo le donne iniziano a emanciparsi rispetto ai modelli tradizionali imposti dalla società patriarcale, rivendicando il diritto di poter portare i capelli corti e di praticare lo sport.

D’altra parte, l’occupazione femminile viene sfruttata dal capitale per ridurre il salario, necessario alla riproduzione della classe dei lavoratori salariati, dal momento che prima a lavorare era solo l’uomo di casa mente ora è anche la donna. Questo significa un aumento dello sfruttamento di chi è costretto a vendere la propria forza lavoro e, in particolare, dei soggetti più deboli come le donne sulle quali, oltre alle tradizionali mansioni domestiche non direttamente retribuite, pesa anche il lavoro salariato che aumenta il profitto, prodotto del tempo di lavoro non pagato dei dipendenti.

Alla crisi economica e sociale si affianca presto la crisi politica che porta ad acuire ulteriormente la lotta fra le classi sociali

Del resto le donne divenute lavoratrici salariate contribuiscono a rafforzare il movimento operaio e socialista. Quest’ultimo, in particolare, conosce un grande sviluppo insieme ai sindacati che si mobilitano contro il peggioramento delle condizioni di vita delle masse popolari dando vita a grandi movimenti di lotte di operai, contadini e donne che rivendicano migliori salari, più giustizia sociale ed economica e più potere anche politico per i lavoratori. La crisi economica e sociale, nella maggior parte dei paesi europei, si sviluppa assumendo i connotati di una grande crisi politica, che porta con sé un acutizzarsi della lotta di classe, anche perché le forze socialiste di diversi paesi tentano di praticare obiettivi rivoluzionari, seguendo l’esempio dei bolscevichi, e appaiono in grado di mettere in questione l’ordine socio-economico e politico costituito.

La classe dominante borghese reagisce come di consueto alternando il bastone e la carota

Tali orientamenti vieppiù rivoluzionari, in particolare del movimento operaio, allarmano in modo duraturo la borghesia, che si vede costretta a mobilitare tutte le proprie forze per difendere il proprio dominio economico e politico e i propri smisurati e sempre più irrazionali privilegi alternando le concessioni al massiccio impiego degli apparati repressivi dello Stato. Le riforme “concesse” sono in realtà conquiste del movimento rivoluzionario, per arrestare e dividere il quale la classe dominante è costretta a cedere, o meglio a restituire ai lavoratori una parte del maltolto, ossia del lavoro non retribuito.

Il grande capitale esercita un crescente controllo sullo Stato e abbandona le tradizionali posizioni liberali

D’altra parte la guerra ha favorito il processo di concentrazione dei capitali in sempre meno mani, determinando il notevole rafforzamento della grande industria, del capitalismo bancario e degli ambienti militari i cui interessi tendono a convergere in un blocco sociale e politico unitario che esercita un peso crescente sulle decisioni politiche dei governi, spingendoli ad assumere posizioni sempre più apertamente autoritarie. Tanto più che la stessa classe dominante borghese è uscita profondamente e irreversibilmente trasformata dalla guerra. Gli stessi tradizionali partiti liberali, che ne esprimono immediatamente gli interessi sul piano politico, non avendo basi di massa – in quanto sorti come partito del gruppo economico dominante, nell’epoca liberale in cui il suffragio era ancora rigorosamente censitario – vivono una profonda crisi, in primo luogo perché si dimostrano sempre meno idonei a tener testa al progressivo affermarsi di partiti di massa. In secondo luogo è del resto la stessa borghesia a rigettare progressivamente le tradizionali concezioni liberali di uno Stato minimo ridotto a mero guardiano notturno delle proprie proprietà privare, e inizia sempre più ad auspicare uno Stato forte che faccia direttamente i propri interessi di classe. Del resto il capitalismo delle origini sta lasciando sempre più il posto, nel continente europeo, al suo stadio superiore o supremo di sviluppo, lo stadio imperialistico, per altro già responsabile della Prima guerra mondiale.

La nascita dei primi partiti cristiani resi necessari dall’altrimenti inarrestabile affermazione dei partiti di massa socialisti

La classe dominante, per dotarsi di una base elettorale capace di tener testa alla costante crescita delle organizzazioni socialiste, nel primo dopoguerra si vede costretta ad abbandonare il principio liberale della divisione fra la sfera politica e la religiosa, in quanto per mantenere i propri antistorici privilegi deve scendere a patti sempre più stretti sul piano politico con le chiese e, in primis, con i cattolici. Di fronte al fantasma del comunismo la chiesa è così costretta infine a dover esplicitamente rinunciare al suo sogno universalistico, favorendo lo sviluppo di associazioni, sindacati e, infine, anche di partiti politici cristiani. Riconoscendo di essersi ormai ridotta a rappresentare solo una parte della società, rinunciando così per sempre al suo distopico progetto di restaurare il proprio potere totalitario.

Lo sciovinismo quale disperato tentativo della piccola borghesia moderata in via di proletarizzazione di riaffermarsi come base di massa del blocco sociale dominante

In questo imponente scontro, ormai dopo la Rivoluzione d’ottobre sempre più sul piano Internazionale, fra capitale e forza-lavoro sempre più determinante diviene il ruolo delle classi intermedie, che divengono un vero e proprio ago della bilancia in grado di decidere l’affermazione di un blocco sociale ai danni dell’altro. La componente conservatrice e reazionaria della piccola borghesia e del ceto medio impiegatizio tende ad accreditarsi dinanzi alla grande borghesia, sempre più timorosa di veder messi in questione i propri enormi privilegi, quale base di massa necessaria al mantenimento del suo dominio economico-sociale, offrendosi quale braccio militare nella sua sempre più accesa lotta di classe contro le masse popolari e dei lavoratori. A tale proposito i settori più reazionari dei ceti medi sviluppano un’ideologia sciovinista che intende imporre la pace sociale e l’unità nazionale, accusando il movimento dei lavoratori di indebolire il paese dividendolo con la lotta di classe. Come se quest’ultima procedesse solo dal basso verso l’alto e non, come avviene normalmente, dall’altro verso il basso.

La definitiva spaccatura del movimento socialista fra la componente revisionista e riformista e quella radicale e rivoluzionaria

Al contrario i settori democratici della piccola borghesia e del ceto medio tendono in via di proletarizzazione tendono a ricercare un compromesso con i settori più moderati del movimento dei lavoratori, in quanto sono divenuti consapevoli di condividere ormai lo stesso nemico di classe: il grande capitale finanziario, tipico dell’età dell’imperialismo. Il problema è che la crescente tentazione di trovare un compromesso con questi settori dei ceti medi porta il movimento operaio ad accentuare, fino a renderla permanente, la crescente spaccatura fra un’ala moderata e riformista – che mirava, con l’accordo con le forze democratiche piccolo-borghesi e con i partiti di massa di ispirazione religiosa, a isolare la destra estrema – e la componente radicale e più cosciente dei subalterni che non intendeva perdere la grande occasione storica di realizzare, come in Russia, una vera e propria rivoluzione sociale.

23/02/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: https://officinebrand.it/offpost/storie-e-testimonianze-di-uomini-e-donne-partigiani/

Condividi

L'Autore

Renato Caputo

Pin It

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

Newsletter

Iscrivi alla nostra newsletter per essere sempre aggiornato sulle notizie.

Contattaci: