Le illusioni del postmodernismo - seconda parte

C’è sicuramente un legame tra il postmodernismo e il tardo capitalismo. Vediamo insieme quale.


Le illusioni del postmodernismo - seconda parte Credits: casertaweb.com

Segue da Parte I

Il processo che si è cercato di delineare e che segnerebbe il passaggio dalla modernità alla postmodernità è così descritto da uno che a suo tempo fu entusiasta di queste trasformazioni: “Caduta l’idea di una razionalità centrale della storia, il mondo della comunicazione generalizzata esplode come una molteplicità di razionalità ‘locali’ – minoranze etniche, sessuali, religiose, culturali o estetiche – che prendono la parola, finalmente non più tacitate o represse dall’idea che ci sia una sola forma di umanità vera da realizzare, a scapito di tutte le peculiarità, di tutte le individualità limitate, effimere, contingenti” (G. Vattimo, La società trasparente, Milano 1989: 17).

L’idea delle ‘razionalità locali’ e l’accento sulle incommensurabili molteplicità individuali mette inevitabilmente in soffitta la sola nozione che può svolgere oggi nel nostro mondo complesso e contraddittorio una funzione agglutinante. Si tratta – non è certo poco – della nozione di classe, che mette da parte le molteplici differenze individuali per fondarsi esclusivamente sulla collocazione sociale dei singoli, cui corrispondono una o più ideologie. Non è pertanto un caso che proprio questa nozione ha subito attacchi virulenti, perché costituisce il cuore della teoria rivoluzionaria della società capitalista, essendo la forza-lavoro umana lo strumento-chiave dell'accumulazione capitalistica. Da questi attacchi sono venute fuori le varie forme di populismo e di sovranismo, i cui campioni possono essere rappresentati dai postmarxisti E. Laclau e Ch. Mouffe.

A queste considerazioni possiamo aggiungere qualcosa di più profondo, che a mio parere rappresenta il nodo della questione. Per una serie di ragioni, tra le quali il mancato impoverimento nel dopo guerra delle masse popolari occidentali (Stato del benessere), l'instaurarsi della cosiddetta società dell'opulenza, il rafforzarsi dell'aristocrazia operaia [1], lo stabilirsi di un modus vivendi tra le due grandi potenze dopo la crisi dei missili del 1962 (la coesistenza pacifica) [2], l'omogeneizzazione ideologica del mondo dovuta ai mezzi di comunicazione di massa convinsero molti del fatto che le asprezze del capitalismo erano state superate. Ciò comportava la necessità di abbandonare il marxismo divenuto un ferro vecchio non più in grado di spiegare la nuova realtà sociale, a dire dai più ascoltati, radicalmente trasformata. Tra questi dobbiamo annoverare gli esponenti del PCI e molti intellettuali ad esso legati, per parlare solo dell'Italia. Tra questi va salvato Alessandro Natta, che mentre i suoi compagni erano preda dello smarrimento e in subbuglio alle Botteghe oscure assistendo da lontano al crollo del muro di Berlino, affermò lapidario: ”Hitler ha vinto”, mostrando così di comprendere esattamente quello che era accaduto e che si è concretato nella Unione europea dominata dalla Germania.

Inoltre, un altro elemento fece pensare alla fine della polarizzazione di classe: il sorgere dei tecnocrati che, in base alle loro conoscenze scientifiche, essendo ovviamente nel contesto capitalistico la scienza neutrale, avrebbero programmato e diretto la produzione a vantaggio del cosiddetto “bene comune”. Ma fu ben presto evidente che essi erano dei meri esecutori dei capitalisti, fortemente organizzati a livello internazionale, e che in cambio del loro ruolo ricevevano premi e vantaggi. Con l'avvento di questi personaggi (si pensi a governi “tecnici”) la politica come produzione di progetti alternativi di società esce di scena e una certa economia diventa dominante, relegando nel passato le teorie ad essa alternative (Bellofiore e Vertova 2018).

L'accantonamento della politica, anche esso previsto da Cefis (“ci si evolve sempre più verso l’identificazione della politica con la politica economica”) in senso ampio ha anche prodotto la crisi generale della teoria, generata anche da altri elementi che qui anticipo e su cui mi soffermerò più avanti: il rigetto delle generalizzazioni perché sempre riduttive, il relativismo estremo, la frammentarietà e incommensurabilità del reale etc. In breve, secondo i postmodernisti la storia facit saltus e siamo passati da una fase ad un'altra tra loro incommensurabili, interpretabili solo con l’uso di specifici “paradigmi”.

Il trionfo dei tecnocrati è spesso collegato da autori marxisti (T. Eagleton, L. Goldmann) allo strutturalismo, di gran moda negli anni ’70 e ’80, che riduce il soggetto a deposito di un insieme di codici impersonali, che operano in lui a sua insaputa [3]. In questo modo non si fa che descrivere il trattamento che l'individuo riceve nella società capitalistica, in quanto oggetto di una struttura, polemizzando in modo esplicito contro l'umanesimo liberale, che considera – formalmente - il soggetto centro di diritti e non una cosa agita. È in questo contesto che si sviluppa l’antiumanesimo di Louis Althusser, che aveva anche ragione di condannare coloro che vedevano nel marxismo un semplice prolungamento dell’ideologia democratica, e allo stesso tempo lo scetticismo radicale sulla possibilità del passaggio dall’inconscio alla coscienza, e quindi la sfiducia nell’emancipazione.

Nonostante la ricchezza della riflessione marxista che ci ha spinto a parlare di vari marxismi, in quella fase il marxismo fu abbandonato, anche perché il mondo accademico e non, che godeva di prestigio nel nostro mondo, era profondamente ignorante, tranne alcuni specialisti di alto livello, e continuava ad assimilarlo alla tradizione evoluzionistica e positivista ottocentesca, già fortemente criticata da Antonio Labriola in nome del ‘comunismo critico’ oppure allo stalinismo. A ciò si aggiunga che i quadri comunisti, anche per l'oggettiva difficoltà di lettura e di comprensione, conoscevano solo le opere più leggibili di Marx ed Engels e sostanzialmente aderivano ad una visione umanistica centrata sui diritti umani, anche se aperta a quelli sociali (la democrazia progressiva), soprattutto dopo la pubblicazione delle opere giovanili del Moro a partire dagli anni 30. Essi si trovarono, quindi, del tutto impreparati a comprendere e affrontare le radicali trasformazioni che ci hanno colpito a partire dagli ultimi decenni del 900, immaginando che si potesse portare avanti una politica concertata con la borghesia ‘illuminata’ e produttiva, che non avrebbe troppo danneggiato le classi popolari, e non adottando una indispensabile visione veramente internazionalista. Politica che, a loro parere, avrebbe gradualmente portato all'estensione dei diritti, alla fine del conflitto di classe e della guerra fredda (da poco è stato celebrato l’anniversario della caduta del muro di Berlino). Un bel sogno da cui forse non si sono ancora risvegliati, dileggiando quei pochi che avevano compreso cosa avrebbe significato la dissoluzione dell'Unione Sovietica, rifiutata dagli stessi sovietici nel referendum del 1991 (77,85 %), i quali ci hanno insegnato come successivamente i greci che i referendum non contano nulla.

Di fronte a questo quadro del tardo capitalismo del dopoguerra si formò una corrente ideologica e culturale (non l'unica ovviamente), definita postmodernismo, termine apparso nella letteratura spagnola negli anni 30 e nell’architettura statunitense negli anni 60. Vi erano quelli che guardavano ai grandi cambiamenti con fiducia e che erano convinti che la fine delle grandi organizzazioni politiche e burocratiche avrebbe coinciso con l'emancipazione dei singoli, che il grande sviluppo tecnologico avrebbe migliorato le condizioni di vita, che la grande produttività di beni di consumo avrebbe soddisfatto i più diversi piaceri, che l'individuo avrebbe ritrovato la comunità nel piccolo gruppo (piccolo è bello), che l'autentica realizzazione del sé sta nella trasgressione o meglio nella distruzione delle regole (è proibito proibire). Senza comprendere che tale affermazione è logicamente insostenibile, giacché chi proibisce di proibire rispetta paradossalmente una regola, proprio quella del proibire. In questo contesto protagonisti diventano i piccoli gruppi, soprattutto se trasgressori ed emarginati, perché ritenuti meno contaminati dal conformismo omologante della società moderna. È da qui che salta fuori l'apologia dell'altro (esotico, contadino, non eterosessuale, marginale etc.), che dal di fuori può portare la sovversione dell'ordine, perché chi sta dentro al sistema non si trova nelle condizioni ontologiche di poterlo fare. Sono tutte tematiche che caratterizzano il cosiddetto poststrutturalismo, i cui esponenti più celebri sono G. Deleuze, F. Guattari, J. Derrida, M. Foucault, J. Baudrillard, che alimenta il postmodernismo.

Callinicos ritiene che questa ideologia sia propria di quel ceto privilegiato, internazionale, che detiene posti di comando nelle grandi organizzazioni e nelle transnazionali e che controlla il lavoro dequalificato sempre più in espansione; insomma, la classe meticcia di Z. Bauman, che si sente a suo agio ovunque, perché culturalmente sradicata, usa solo le grandi firme internazionali, frequenta i resort, anche se visita i paesi poveri, ignorando così la miseria e la fame. Questi sarebbero identificabili con gli Young Urban Professionals.

Anche la nozione di alterità, ormai abusata, ci fornisce un esempio di contraddizione: utilizzata per mettere in risalto la particolarità e la specificità e per non impiegare definizioni negative ed etno-centriche, quali ‘popoli primitivi’, ‘società semplici’, ‘sesso debole’ si caratterizza per la sua globalizzante destoricizzazione, dal momento che l'altro è tutto ciò che si oppone al noi ugualmente destoricizzato. Per questa via inevitabilmente specificità e particolarità vengono negate, eppure ciò viene fatto in nome della valorizzazione delle differenze e del pluralismo. Paradossalmente tutto viene appiattito nella categoria ‘altro’, pur auspicando in questo modo di rendere la differenza irriducibile, di rendere impossibile un qualche accostamento, perché produrrebbe assimilazione, vuota e astratta uguaglianza. Ma se non abbiamo niente in comune come comunicare, come unirci per portare avanti una battaglia politica?

Ora qui ci troviamo di fronte ad un'ulteriore grave contraddizione, simile a quelle messe in evidenza in precedenza; contraddizione che deriva da condizioni reali e da come esse sono state percepite e spiegate. Le condizioni reali possono essere riassunte con le parole di Eagleton: “il sistema (la società contemporanea) è di per sé inattaccabile”; pertanto, bisogna rivolgersi ai “margini” e alle “crepe”, alle “zone ambigue e indeterminate dove il suo potere sembra meno implacabile”, ai “margini vaghi dove esso sfuma nel silenzio” (1998: 12).

Vediamo di tradurre in termini concreti queste espressioni. La tragica fine del socialismo reale, l'affermarsi del “secolo americano”, la pervasività della cultura di massa, l'ipotesi mai sopita di una guerra totale hanno generato un senso disperante di impotenza; il potere è diventato invincibile e non individuabile; esso si nasconde in tutti i pori della società (Foucault), anche quando compi l'azione più innocente dai un contributo involontario al suo consolidamento. Compri una maglietta a tuo figlio ma sopra c'è sempre qualcosa che inneggia agli Stati Uniti o alle ideologie dominanti. Sei sempre circondato e non hai possibilità di difenderti. Anche ciò che si verifica lontano da te, si può ripercuotere sulla tua vita quotidiana. Il battito dell'ala di una farfalla giapponese può farsi sentire in Italia. La decisione di aumentare il prezzo del petrolio può mettere in crisi il tuo bilancio.

Queste considerazioni sul sistema rendono perplessi coloro che hanno guardato con speranza e fiducia alle grandi trasformazioni, i quali scoprono tuttavia l'altro lato della medaglia della mondializzazione capitalista: omogeneizzazione politica e culturale, accrescersi delle differenze sociali, che non sono solo frutto di mere opzioni culturali, ma di differenze di classe, il ritorno alla guerra guerreggiata anche in Europa, l’acuirsi delle possibilità di una catastrofe globale.

A questo punto le domande sono due: tra la società industriale e quella postindustriale c'è veramente un abisso, o costituiscono solo due momenti di una medesima forma sociale? Gli argomenti del postmodernismo sono davvero in grado di distruggere, come pretendono, le concezioni del mondo sorte nella fase moderna, in primis il marxismo?


Note

[1] La quale sostenne i finanziamenti alla Prima guerra mondiale anche per i vantaggi che sarebbero derivati alla classe operaia dall’ulteriore espansione coloniale.

[2] Nessuno ricorda o sa che già nel 1945 gli Stati Uniti avevano elaborato piani per colpire con la bomba atomica 66 città sovietiche.

[3] Concetto derivato dalla linguistica, che indica un insieme di regole recepite inconsciamente che governano il nostro comportamento indipendentemente dalla nostra volontà.

Bibliografia

Bellofiore R. e Vertova, Oltre i confini della docenza.Per la critica dell’Università, Torino 2018.
Callinicos A., Contra el postmodernismo, 1990.
Cefis E., La multinazionale ecumenica,
Eagleton T., Le illusioni del postmodernismo, Roma 1998.
Goldmann L., Marxismo e scienze umane, Roma 1973,
Vattimo G., La società trasparente, Milano

26/05/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Alessandra Ciattini

Alessandra Ciattini insegna Antropologia culturale alla Sapienza. Ha studiato la riflessione sulla religione e ha fatto ricerca sul campo in America Latina. Ha pubblicato vari libri e articoli e fa parte dell’Associazione nazionale docenti universitari sostenitrice del ruolo pubblico e democratico dell’università.

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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