Dal biennio rosso allo squadrismo fascista

Gli eventi che hanno portato alla sconfitta della Rivoluzione in occidente e alla reazione capitanata dalle squadracce fasciste, sempre più coperte dallo Stato e finanziate dalla classe dominante


Dal biennio rosso allo squadrismo fascista Credits: https://www.assaltoalcielo.it/2016/12/23/la-grande-paura-il-biennio-rosso/

Link al video della lezione tenuta per l’Università popolare Antonio Gramsci su concetti analoghi

Segue da: La genesi del fascismo

L’ultimo governo presieduto da Giovanni Giolitti

Il cerchiobottismo e il trasformismo del partito Radicale, dimostrato dal governo presieduto dal suo più esimio esponente: Francesco Saverio Nitti, viene pesantemente punito nelle elezioni dal suo elettorato deluso, facendo precipitare il partito all’1%, il suo minimo storico. Il governo Nitti ne esce pesantemente indebolito e finisce ben presto per cadere dinanzi alle proteste di massa contro l’aumento del prezzo del grano, principale fonte di sussistenza per me masse popolari. Sfruttando la situazione favorevole, in quanto tutte le forze politiche espressione della classe dominante tendono a fare blocco per sbarrare la strada del governo ai socialisti divenuti primo partito, Giolitti si ripresenta come salvatore della patria e forma un nuovo governo nel 1920, con un programma apertamente riformista, di rivoluzione passiva, indispensabile per tenere a bada le crescenti spinte rivoluzionarie, mirando a isolare le forze più radicali. In tal modo, Giolitti riesce a riprendere il pieno controllo degli apparati repressivi dello Stato borghese, che si compattano intorno al suo governo per far fronte comune alla “minaccia socialista”.

Ciò gli consente di trovare, infine, una soluzione all’esplosiva situazione che si era venuta a creare in politica estera con la così detta impresa di Fiume, coperta dall’esercito, i cui alti gradi si erano rifiutati di sottomettersi al governo di Nitti, considerato troppo di sinistra. In tal modo Giolitti riesce, al contempo, a tenere a bada le spinte rivoluzionarie della sinistra, togliendo spazio alle sue critiche alla politica estera del governo, ritirando le truppe di occupazione dall’Albania, consentendogli di divenire indipendente e firmando il decisivo trattato di pace a Rapallo con la Jugoslavia, con cui finalmente si chiudeva definitivamente per l’Italia la catastrofica esperienza della Prima guerra mondiale. Messo da parte lo sciovinismo, Giolitti riesce a trovare rapidamente un compromesso con l’altrettanto moderato governo jugoslavo, grazie al quale la penisola dell’Istria è annessa all’Italia, mentre la Dalmazia al regno di Jugoslavia, a eccezione della contesa città di Fiume che resta indipendente. A questo punto rimane unicamente da risolvere l’occupazione della città da parte dei legionari guidati da Gabriele D’Annunzio. Quest’ultimo, con il consueto atteggiamento da Miles gloriosus, ovvero da soldato fanfarone, dopo aver giurato che avrebbe combattuto sino alla morte piuttosto che cedere, non appena si rende conto di aver perso la copertura dello Stato maggiore dell’esercito, si arrende immediatamente, senza colpo ferire. Molti legionari delusi finiranno per andare a ingrossare le fila dei fascisti, dando impulso alla sua politica squadrista.

In politica interna il governo Giolitti si trova dinanzi a un sfida ben più difficile e delicata, dovendo fronteggiare l’apice del movimento rivoluzionario in Italia, che rischia di mettere fine anche alla dittatura liberal-democratica della borghesia.

L’occupazione delle fabbriche

Nell’Autunno del 1919, su impulso de “L’Ordine nuovo”, si diffondono i consigli operai nelle fabbriche a Torino, riadattando al contesto italiano i Soviet protagonisti sin dal 1905 della Rivoluzione russa. Nel 1920 gli industriali rifiutano gli aumenti richiesti dal principale sindacato dei metalmeccanici, la Cgl-Fiom, che porta avanti una tattica ostruzionista (una sorta di sciopero interno), per cui i lavoratori entravano nei posti di lavoro, per non perdere lo stipendio, ma lavoravano a rilento mettendo direttamente in discussione lo sfruttamento, ovvero il pluslavoro da cui i capitalisti ricavano il plusvalore. A tale messa in questione del profitto, il padronato risponde con la serrata, impedendo ai lavoratori l’accesso alle fabbriche e, quindi, non pagando loro lo stipendio per ridurli a più miti consigli. La Fiom, però, anche per la forza propulsiva della Rivoluzione d’ottobre non solo non si arrende, ma incalzata in tal senso da “L’Ordine Nuovo” diretto da Gramsci, Togliatti e Terracini dal 30 agosto porta avanti l’occupazione delle fabbriche, da Milano a Torino, sino a che tutte le fabbriche metalmeccaniche del paese sono occupate da 400.000 operai, talvolta armati e addestrati al combattimento nel corso della Grande guerra. L’occupazione si estende a molte fabbriche del nord, in solidarietà con la classe operaia, sino a coinvolgere mezzo milione di lavoratori, fra diversi dei quali si sviluppa l’idea che l’ora della Rivoluzione stia finalmente per suonare, anche perché nelle fabbriche occupate si sviluppano i consigli operai e più in generale dei lavoratori salariati che sono fortemente influenzati dal giornale rivoluzionario “L’Ordine Nuovo”.

Tuttavia, nel momento decisivo, quando si raggiunge il culmine della mobilitazione proletaria, i dirigenti sindacali si dimostrano del tutto contrari a favorire uno sbocco rivoluzionario della lotta, mentre il Partito socialista, nonostante allora sia guidato dai massimalisti, in teoria filo-rivoluzionari, non si assunse la responsabilità di organizzare e guidare il processo rivoluzionario sino alla conquista del potere. La burocrazia dei sindacati di massa era, come di consueto, su posizioni riformiste, interessata a vendere al prezzo più alto di mercato la forza-lavoro, ma non a metterne in discussione la vendita ai capitalisti, temendo in tal modo di perdere la propria funzione mediatrice. Nel Partito socialista la maggioranza, per quanto a parole rivoluzionaria, nei fatti era attendista e non aveva fatto nulla per farsi trovare preparata nel momento in cui si era infine venuta a creare una situazione pre-rivoluzionaria, in quanto influenzata dall’ideologia dominante positivista, secondo la quale il progresso si sarebbe inevitabilmente, costantemente e oggettivamente affermato e ogni “forzatura soggettiva” doveva, perciò, venir considerata controproducente.

Giolitti, da parte sua, si dimostra un politicante molto esperto e abile a risolvere situazioni esplosive, come questa, a tutto vantaggio dell’ordine costituito e, quindi, della conservazione dei vigenti rapporti di produzione e proprietà. Perciò, nonostante le forti pressioni della classe dominante e di conservatori e reazionari, evita di ordinare il diretto intervento dell’esercito per reprimere violentemente la lotta dei lavoratori, in quanto in quelle condizioni, con i lavoratori armati e influenzati dalla Rivoluzione d’ottobre, ciò avrebbe innescato una guerra civile.

Perciò Giolitti fa presidiare dalle truppe i posti strategici delle città del centro-nord, in cui era in atto l’occupazione, dal momento che i proletari, privi di una direzione consapevole, erano rimasti asserragliati nelle fabbriche occupate. Ristabiliti così i rapporti di forza, evitando una escalation, Giolitti apre immediatamente le trattative con le burocrazie sindacali di orientamento, come quasi sempre, riformista e, quindi, nei fatti contrario alla Rivoluzione, proponendogli significativi aumenti salariali e, addirittura, il controllo operaio delle aziende se avessero posto fine all’occupazione. Questa sorta di istituzionalizzazione dei soviet, una volta che avessero abbandonato la loro funzione rivoluzionaria di cellula della futura società socialista, rimane ovviamente una promessa da marinaio, subito dimentica da Giolitti e dallo stesso sindacato dopo aver ottenuto la disoccupazione delle fabbriche. Tale tragica conclusione dell’abortita rivoluzione in Occidente nel nostro paese trova, almeno in parte, una conclusione catartica, mostrando alla sinistra del partito socialista italiano la necessità di rompere con i riformisti per dare vita a un partito realmente rivoluzionario. Così il gruppo de “L’ordine nuovo”, pur mantenendo i propri dubbi sulla modalità dottrinaria di rottura con il Psi portata avanti da Amedeo Bordiga – allora figura egemone nella frazione comunista – convergono con le sue forze nel troppo rapido percorso che porterà alla costituzione del Partito comunista d’Italia, quale sezione italiana della Terza Internazionale comunista.

Il riflusso e la controffensiva reazionaria delle squadracce fasciste

Nonostante il successo della tattica portata avanti da Giolitti la classe dominante pretende il pugno di ferro contro il movimento dei lavoratori, uscito fortemente indebolito dal sostanziale fallimento del processo rivoluzionario e comincia progressivamente a finanziare le squadracce fasciste sempre più dedite con la violenza terrorista a devastare ogni forma di aggregazione autonoma dei ceti subalterni. I primi a sovvenzionare in modo massivo la reazione fascista sono gli agrari della pianura Padana, che premiano con lauti finanziamenti i ras fascisti Farinacci e Balbo, per le loro incursioni sempre più violente e pianificate contro ogni forma di organizzazione del movimento contadino e operaio, ottenendo per loro campo libero e una sostanziale protezione da parte degli apparati repressivi dello Stato. Così nonostante le violenze sempre più terroristiche con cui le squadracce devastano e danno fuoco a cooperative e camere del lavoro, massacrando spesso i malcapitati ivi presenti, le autorità non intervengono se non per reprimete ogni forma di reazione violenta da parte del proletariato. In tal modo, una volta eliminata ogni forma di organizzazione autonoma dei subalterni impongono i loro sindacati gialli che assicurano contratti favorevoli agli agrari. Vista la quasi totale impunità di cui gode e i crescenti finanziamenti, la violenza fascista si diffonde in tutto il paese, provocando sempre più spesso eccidi ai danni dei dirigenti del movimento dei lavoratori. Le camice nere fasciste sono in gran parte composte da giovani borghesi e piccolo-borghesi, sottoproletari, ceti medi e avventurieri di ogni risma.

Luci e ombre dell’ultimo governo Giolitti

Giolitti nel frattempo – visto lo spostarsi della parte più conservatrice della classe dominante su posizioni reazionarie – cerca populisticamente di recuperare consensi a sinistra, dove erano indebolite per opposti motivi sia le forze riformiste che le rivoluzionarie, rendendo nominali i titoli azionari per far pagare, per la prima volta, seriamente le tasse ai ricchi e innalzando in modo significativo le imposte di successione. Ciò acuisce il contrasto della classe dominante nel suo complesso con il governo, che soprattutto subisce la dura reaziona del Vaticano che non intende affatto cominciare a pagare le tasse. D’altra parte Giolitti, con la sua solita politica cerchiobottista, cerca di recuperare consensi a destra, abolendo il prezzo politico del pane, colpendo in modo duro le classi popolari, mentre considera il fascismo un utile strumento contro l’opposizione di sinistra e i sindacati. In tal modo, dopo aver perso consensi a destra, ne perde anche a sinistra.

La classe dominante perde la fiducia nella classe dirigente liberare e, impaurita dal sorgere del Partito Comunista d’Italia, sostiene sempre più direttamente Mussolini

Così nelle elezioni politiche del 1920 si rafforzano ancora i partiti di massa, i socialisti e i popolari, che hanno portato avanti per opposti motivi avanti l’opposizione al governo Giolitti. Le forze liberali, per altro divise in centro-destra e centro-sinistra subiscono un tracollo, tanto che già 1921 la classe dominante vedendo vacillare la propria classe politica dirigente tradizionale si orienta sempre più a sostenere, al suo posto, il fascismo. Anche perché nel gennaio 1921 è nato il Partito comunista d’Italia a Livorno, al quale non doveva esser lasciato, da parte della classe dominante, il tempo necessario a provare a sostituirsi alla guida riformista del movimento dei lavoratori. Nel frattempo Mussolini con il suo solito trasformismo, per consolidare il supporto ricevuto dalla classe dominante, ha abbandonato le posizioni sedicenti di “sinistra” per convertirsi a pieno titolo in un apologeta del capitalismo.

14/07/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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