Il repertorio documentale ormai disponibile sulle regolari e brutali interferenze degli Stati Uniti ai danni del nostro Paese, a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale (allorché, da nazione sconfitta in un conflitto voluto e agito dal regime fascista, si stabilì consensualmente una sorta di statuto oscillante tra il protettorato e la colonia, che perdura per altro anche dopo la fine del conflitto Est-Ovest [1]), richiederebbe la composizione di una specifica e voluminosa bibliografia, fitta di riferimenti fattuali e in sconcertante progressione e accelerazione conoscitiva circa i “metodi non ortodossi” impiegati da quel Paese a ogni latitudine.. Soprattutto, eloquentemente avvalorante le intuizioni, i sospetti e le parole d’ordine che, tra anni Sessanta e fine Settanta, avevano agitato le fibrillanti piazze italiane alle prese con la strategia della tensione [2] e le tante e variegate complicità interne, che facevano puntualmente da sponda alle spietate pratiche terroristiche del Grande Fratello d’oltreoceano. Quella cospicua e unitaria bibliografia, immaginaria solo per modo di dire, insomma, conferma a posteriori quanto costituiva il comune sentire di una sinistra italiana all’epoca (ancora troppo poco) consapevole degli irrisori margini d’azione consentiti dalla Realpolitik e dalla geo-politica dettata dagli accordi di Yalta e dei vincoli, che quella appartenenza ferreamente imponeva, a qualsivoglia progetto di trasformazione del Paese secondo logiche egualitarie e redistributive [3]. È di palmare evidenza che fino al “picco” del sanguinoso esito del caso-Moro, ma più ampiamente fino al collasso dell’Unione Sovietica, l’ossessione anti-comunista e anti-sovietica ha rappresentato non semplicemente il filo rosso delle politiche nazionali e dell’ethos occidentale, ma il principio-guida “morale” di conduzione della cosa pubblica, saldamente gestito e messo in forma da ambienti e formazioni (solo parzialmente riconducibili a specifiche cerchie partitiche), oggi chiaramente identificabili, acquisiti con nomi e cognomi e consegnati alla storia, per i quali la solida eterodirezione atlantica costituiva l’asse strategico di elaborazione di ogni prospettiva comune.
Oltre la consolidata verità storica, la glaciale traduzione operativa di questa generale intentio è ricavabile e confermata anche dalle tante inchieste giudiziarie, come dalle risultanze delle Commissioni parlamentari, freneticamente succedutesi nell’ultimo mezzo secolo, che costituiscono per così dire un capitolo tutt’altro che trascurabile della (plausibilissima, man mano che si mette mano alle “declassificazioni”, e diciamo pure anche minimalistica) suggestione “dietrologica”, che accompagna la nostra vicenda degli ultimi ottanta anni. A rigore, nel Vecchio continente in generale, ma non solo, la logica di Yalta ha saputo efficacemente esercitare la sua implacabile influenza, e la scia di sangue che l’ha contrappuntata con cinismo e ferocia soprattutto nel “gioiello di famiglia “ italico, ha regolato e modulato ad arte le finalità stabilizzatrici, che ne avevano ispirato l’ideazione. L’Italia è rimasta stabilmente dentro l’orizzonte conservativo dell'alleato" americano, nella severa “gabbia” della NATO, e quando le sue classi dirigenti hanno mostrato anche timidissime velleità di “scartare” rispetto ai diktat geo-strategici di Washington, settori importanti delle classi dirigenti e gli apparati “localmente” delegati alla salvaguardia purchessia dello statu quo, abbondantemente “pescando” anche nella manovalanza di ambienti nostalgici e neo-fascisti, malavitosi e mafiosi, hanno saputo correggere e opportunamente reindirizzare politiche interne ed estere della Repubblica “nata dalla Resistenza” [4] .
Ma è ormai noto che all’amorale e torbido Hardware espressamente stragista, finalizzato a impressionare il grosso dell’opinione pubblica, inducendo la giusta dose di terrore, che evocasse soluzioni “d’ordine”, tra il conservatore/stabilizzatore e l’apertamente reazionario, gli Stati Uniti, già prima che il Secondo conflitto mondiale si concludesse (documentatamente, già nel 1944), ben consapevoli del ruolo che l’Unione Sovietica e il movimento comunista avrebbero esercitato sullo scacchiere globale, andando molto oltre la mera sconfitta del mostro nazi-fascista, provvedevano con una strategia ad amplissimo raggio, un Softpower che incrinasse la simpatia che la vittoria sul campo aveva assicurato al Paese di Stalin e contrastasse il capitale di credibilità e l’influenza che le sinistre in generale sembravano aver accumulato in tutto il mondo. Una strategia, che accreditasse della prima potenza nucleare un illuminato ruolo-guida sul terreno della civilizzazione e dell’egemonia culturale, sormontando presso l’intellettualità europea la persistente fama di superficialità, faciloneria e arroganza che l’ethos, lo “stile” americano, si portava dietro - oltre che l’attrattiva di una prospettiva socialista.
È così che, in vari settori dell’amministrazione Usa, dal Dipartimento di Stato ai tanti, proliferanti e pletorici nuclei dell'Intelligence (e dal ceppo originario militare dell'OSS – Office of Strategic Services – rodato nelle numerose “operazioni coperte” del conflitto da poco terminato), ma anche in quella vastissima e indefinita area socio-culturale ed economica, che lega in quel Paese osmoticamente pubblico e privato [5], cresce e si fortifica esponenzialmente l’idea di una strategia di lungo periodo, orientata a trasferire progressivamente gli umori della borghesia intellettuale europea dalla vicinanza emotiva al movimento comunista, verso i più rassicuranti lidi di una sinistra non comunista di matrice – diremmo oggi – “riformista” e genericamente democratica. Un’area che, popolata dai tanti transfughi di un vago comunismo per lo più anglosassone, deluso dalle asprezze del regime stalinista, transitato provvisoriamente per l' “alternativa" trotzkijsta (percepita e vissuta dapprima come contravveleno alle pulsioni “totalitarie” operanti nell’URSS), concludeva con l’accettazione del sistema occidentale, incarnato al suo massimo, dai capofila del “mondo libero”, i vincenti e raggianti Stati Uniti (dalla fine degli anni Quaranta comunque alle prese col maccartismo [6]).
In questa titanica operazione di maquillage intellettuale e di vero e proprio, accanito Kulturkampf contro “l’alitosi di Stalin” (p. 235) ancora naturalmente vigente in Europa dopo la morte del dirigente sovietico, dettaglia con brio puntinistico e abbondanza di materiale giornalista e storica britannica Francis Stonor Saunders [7], l’America che contava investì uno sforzo massiccio, logistico, organizzativo e finanziario, con lo scopo di creare nel continente dilaniato dalla Seconda guerra mondiale e in quel momento lacerato dalla Cortina di ferro un “ammorbidimento” della tradizionale diffidenza verso gli Stati Uniti e provocare uno smottamento delle simpatie intellettuali a loro favore, tramite la “generosa” costituzione di spazi culturali di “valorizzazione” dell’American Way of Life. Un’articolata e multiforme operazione contro-egemonica, destinata a rovesciare i rapporti di forza nell’immaginario colto, facendo leva su una rete diffusa e abilmente imbellettata di spazi formativi e propagandistici, fondazioni e salotti culturali, luoghi fisici d’intrattenimento, riviste e raffinati organi di stampa, facenti capo a personalità prestigiose del mondo della cultura che, proprio esprimendo collocazioni originariamente di sinistra e progressiste, spesso provenendo da posizioni marxiste o “eretiche” (così offrendo una speciale legittimità all’accanimento anti-stalinista), già insomma in larga parte tormentati o fluidi “compagni di strada”, lambivano tematiche e sensibilità “afferenti”, convertendole e reinterpretandole comunque in chiave saldamente a- o anti-comunista, mantenendo aperti gli spazi di politiche gradualiste, che non mettessero in discussione l’ordine uscito dalla guerra e la centralità della Pax Americana.
Un gran fervore attivistico e d’iniziativa animava, nell’allarmata temperie della Guerra Fredda, “un’America consapevole delle proprie responsabilità imperiali” (p. 350) e i suoi ceti dirigenti: la totale copertura dall’alto delle iniziative che sarebbero state intraprese per la costruzione di un imponente immaginario filo-atlantico (tanto da parte di Harry Truman, quanto dello “spendaccione” - p. 138 - successore del 1953), era parte di un’autopercezione di esclusività che, fondata nel secolo precedente, con la guerra al nazismo e al Giappone aveva conquistato (confermato?) un blasonato primato mondiale, da difendere a ogni costo e su cui investire per una signoria mondiale trionfale e definitiva, a partire da una “battaglia per conquistare le menti e la volontà degli uomini”, nelle parole di “Ike” Eisenhower (p. XIV). La “propaganda coperta” (p. 180), la “guerra psicologica” (passim), nelle tante forme delle sue possibili esplicazioni, si sarebbero dunque avvalse di ogni mezzo per modellare emozioni, suggestioni, opinioni e comportamenti, alla scala ormai implicata dal dominio planetario e dalle esigenze geo-strategiche degli USA, a cominciare dall’Europa, tanto quella compresa nel “mondo libero”, quella quella sottoposta alla tirannia comunista. La carota della “consensocrazia” (p. 11) pensava se stessa come lo strumento elettivo di “una delle più ambiziose operazioni segrete della guerra fredda: la conquista dell’intellighenzia europea alle posizioni americane” (p. 42), sottrarla al “fascino duraturo di marxismo e comunismo, in favore di una visione del mondo che si accordasse” (p. 5) con la fortunata “retorica della società aperta” (p. 473).
Ed è la CIA (Central Intelligence Agency, creata con il National Security Act del luglio 1947), famigerata e subdola protagonista delle trame e della guerra segreta Usa, a farla da padrona, decollando e proliferando dopo la fagocitazione dell’OSS, come soggetto tentacolare (il “polipo”), onnipresente e onnilateralmente pervasivo, apparato occhiuto e invadente, vero e proprio Grande Fratello determinato a sovrintendere [8] all’insieme della politica estera degli Stati Uniti, nel momento di massimo attrito tra Est e Ovest. È la CIA, con la sua turbinante “girandola di bigliettoni verdi” (p. 159), ad alimentare munifica i tanti rivoli di finanziamento che si riversavano nelle casse delle innumerevoli entità foraggiate allo scopo di farne dei “cavalli di Troia” (p. 407) per la disseminazione morbida e qualificata dei “valori americani”. D’altra parte, avrebbe scritto George Kennan, vero ideatore della “Dottrina Truman” [9], “il mondo era la nostra ostrica” (p. 50) e in accordo col Piano Marshall, che aveva elargito “aiuti” economici in funzione della ricostruzione post-bellica (in realtà organo di un asservimento di lungo periodo), occorreva “ricostruire il mondo intorno a quei valori che la tenebra comunista minacciava di oscurare” (p.34).
Organo principe di questo torrenziale e peloso “mecenatismo” (p. 315), concretamente articolato in “infrastrutture clandestine in tutto il mondo” (p. 460), si rivelò la “punta di lancia” (passim) del Congresso per la libertà della cultura, “internazionale dei cervelli” [10] fondata a... Berlino nel 1950, con uffici in trentacinque paesi, collettore di un imponente rete di contatti (e munifiche elargizioni), che raccolse il Gotha dell’intellettualità anticomunista, gli “effettivi della guerra fredda” (p. 172), sollevati alla dignità manichea di “armata della verità” (p. 514), in una vera e propria crociata contro lo spauracchio del radicalismo marxista [11] . “A muovere nell’ombra i fili del Congresso (…) era (…) una sorta di governo occulto che attraverso le leve della finanza, della cultura e dell’informazione era in grado di influenza e condizionare il corso della politica” (p. XIII della Prefazione di Giovanni Fasanella).
Forte di un diuturno e accuratissimo lavoro su archivi privati e pubblici, tradottosi in un volume di dimensioni considerevoli, l’Autrice attraversa così e consegna una pagina di storia “recente” abbondantemente rimasta sotto traccia (o confinata alle tante, vilipese, ma non infondate congetture dietrologiche o ai sospetti degli osservatori più maliziosi), il “complotto più misterioso e meno raccontato dalla storia” (pag. X), per inventariare e caratterizzare l’esuberante e variopinta folla di attori e comparse (europei e americani), che guadagnarono il loro strapuntino culturale nell’avventura propagandistica statunitense, palesando le tante sfumature di consapevolezza legate alla buonafede, alla sensibilità, alle ingenuità, ma anche alle ripugnanti doppiezze, di un ceto esposto ai venti forti di quella straordinaria temperie (ma anche ai limiti e alle miserie di un protagonistico opportunismo fin troppo umano).
Vediamo così inaspettatamente sfilare e giustapporsi in sequenza impressionante nomi illustri e meno illustri, rinomati o insospettati, autorevoli o meno, “molti dei nomi più altisonanti del Novecento” (ivi), organismi e spazi culturali, sui quali i decenni ormai alle nostre spalle, e le congiunture più recenti (la risibile ed effimera vittoria “finale” del modello occidentale nella guerra fredda), hanno steso il velo ottundente del tempo, facendone un affollatissimo e colorato guazzabuglio, nel quale trovava tuttavia posto non banalmente una corte dei miracoli di figure strampalate, ma il fior fiore di un pantheon culturale, che reagiva a suo modo alle accigliate politiche sovietiche, rifugiandosi nel tepore rassicurante della “libertà di pensiero”, garantita in senso (apparentemente) pluralistico e copiosamente sovvenzionata da Washington. Spiccano naturalmente i nomi di Arthur Koestler, paradigmatico co-autore dell’incunabolo dell’anti-comunismo degli anni Quaranta, quel Dio che è fallito, che denunciava errori ed orrori della vicenda russo-sovietica, assieme al “nostro” Ignazio Silone, André Gide, Richard Wright. Quello di George Orwell, autore di quel 1984 che, osserva l’Autrice, venne comodamente piegato a un monodimensionale e ossessivo anticomunismo, mentre implicava una denuncia del totalitarismo, che andava ben oltre le contingenze e i particolarismi della guerra fredda, investendo in modo visionario la natura della modernità e le forme dell’irreggimentazione futura (comprese le democrazie liberali, che puntano oggi senza riguardi a un’isterica “militarizzazione del pensiero”).
L’intero impianto organizzativo del Congresso e delle sue diramazioni sarebbe naufragato alla metà degli anni Sessanta allorché, nella temperie del fallimentare conflitto vietnamita, il New York Times prese a divulgare dati inoppugnabili circa i flussi di finanziamenti, che avevano sostenuto prestigiose riviste letterarie europee. La “guerra fredda culturale”, andava in stallo e la credibilità dei suoi assunti (come dei suoi factotum spirituali) sarebbe naufragata di fronte alla presa di coscienza delle nuove generazioni, quando “l’autorità morale di cui avevano goduto gli intellettuali all’apice della guerra fredda cadde in serio sospetto e divenne ( … ) oggetto di ironia (p.11). “L’accusa (…) secondo cui gli intellettuali d’Occidente erano al servizio delle ‘struttura di potere’ colpiva duro in un momento in cui i soldati americani morivano in Vietnam. C’era qualcosa di marcio nel regno di Danimarca (…)”, che assumeva alla fine la fisionomia di una “Baia dei Porci letteraria” (pp. 451-464). Ma la parola definitiva sull’intera vicenda sarebbe sopraggiunta dopo l’autoscioglimento dell’Urss, sempre sul quotidiano della Grande mela, con un serie di articoli “che portavano alla luce un’ampia gamma di attività segrete condotte dall’intelligence statunitense” (p. 10) [12]. E nella frana si sarebbe dissolta anche l’aura dei “chierici” che avevano ritenuto di motivare le ragioni di un “partito amerikano di sinistra” (p. XVII) che facesse argine all’Impero del Male e presidiasse la “naturale” collocazione atlantica dell’Europa e, in essa, del “gioiello di famiglia” mediterraneo.
Eppure, va riconosciuto, al riguardo, che il loro prezioso lavorio, come una classica e invertita “vecchia talpa”, soprattutto in quest’ultimo, avrebbe alla lunga carsicamente partorito il mostriciattolo, quando si trattò di “modernizzare”, adeguandola ai tempi, l’eredità dei comunisti del nostro Paese, rovesciandola nella decisiva operazione trasformistica, che li sollevava a pacificato e codino partito di sistema.
[1] Si approfondisca, al riguardo, il ruolo del Presidente del Consiglio Alcide de Gasperi (nonché del Vaticano di Pio XII) nell’evocare/invocare la stabile presenza e la permanenza delle forze armate alleate nel nostro Paese molto oltre la fine del Secondo conflitto mondiale. Cfr. Roberto Faenza, Marco Fini, Gli americani in Italia (Milano, Feltrinelli, 1976, in particolare le pagg. 242-244), ma cfr. anche Antonio Cipriani, Gianni Cipriani, Sovranità limitata. Storia dell’eversione atlantica in Italia (Roma, Edizioni Associate, 1991, pagg.12-13).
[2] Si ricorda che l’espressione Strategy of Tension, divenuta canonica ed ermeneutica, legata ai nomi dei giornalisti Neal Ascherson, Michael Davie e Frances Carincross, compare per la prima volta sul settimanale britannico The Observer il 14 dicembre 1969, due giorni dopo la strage di Piazza Fontana, per illustrare l’atmosfera di tensione politica alimentata da settori governativi e istituzionali (Giuseppe Saragat) e ambienti della destra.
[3] Si pensi solo alla fittissima rete di installazioni Usa sul territorio della Penisola e alle cinque, grandi basi militari che punteggiano il territorio nazionale a circa quarant’anni dalla fine di quel conflitto, ufficialmente come truppe alleate in “paterna” funzione difensiva e deterrente, in realtà come promemoria dell’obbligazione che stringe le sorti della Penisola ai desiderata dell’alleato d’oltreoceano.
[4] Fa qui testo, tra le innumerevoli fonti documentarie, per la sua pregnanza e coerenza, quella di Vincenzo Vinciguerra, neo-fascista militante di Ordine Nuovo, condannato per l’attentato di Peteano 31 maggio 1972 ai danni di un pattuglia di Carabinieri, che denunciò dall’interno a suo tempo precocemente il deprecato asservimento dell’estrema destra ai disegni di stabilizzazione atlantica in funzione anti-comunista. Si veda, di Paolo Morando, L’ergastolano. La strage di Peteano e l’enigma Vinciguerra (Roma-Bari, Laterza, 2022).
[5] “Specialmente nel periodo della guerra fredda, la politica estera americana fu condotta congiuntamente da dipartimenti governativi e da una specie di consorzio di figure e istituzioni semi governative autonome”, pag. 524.
[6] Preziosa e illuminante, in questo senso, la lettura di Lettere dalla casa della morte (Roma, Edizioni di cultura sociale, 1953), contenente l’epistolario (1951-1953) di Ethel e Julius Rosenberg, membri ebrei del partito comunista americano assassinati sulla sedia elettrica nella prigione di Sing Sing la sera del 19 giugno 1953 e “nel quattordicesimo anniversario del loro matrimonio”, con l’accusa di spionaggio atomico a favore dell’Unione Sovietica, una “diabolica cospirazione per distruggere una nazione timorata di Dio”, secondo le parole del giudice Irving Kaufmann (p. 220 del testo della Saunders)].
[7] Pubblicato la prima volta nel Regno Unito nel 1999, il volume, tradotto in venti lingue, ha vinto il Gladstone Book Prize della Royal Historical Society. Il titolo originale, significativamente, recitava: “Who paid the Piper? (il pifferaio)”.
[8] “I termini in base ai quali l’Agenzia fu costituita istituzionalizzarono i concetti di ‘menzogna necessaria’ e di ‘smentita credibile’ come legittime strategie in tempo di pace e, alla lunga, produssero uno strato invisibile di governo in cui le possibilità di abuso, all’interno e all’estero, non erano frenate da nessun senso di responsabilità”, pag. 44.
[9] O del “Containment”, finalizzata a contrastare l’asserita volontà espansionistica dell’Unione Sovietica.
[10] Presieduta dal filosofo liberale Benedetto Croce, e preparata dallo scrittore ex-comunista Ignazio Silone, la riunione vedeva la partecipazione dell’azionista Nicola Chiaromonte, direttore (con Silone) della rivista “Tempo Presente”. “A Berlino c’erano anche (…) Altiero Spinelli (ed) Enzo Forcella. “Nel gruppo dirigente della sezione italiana del Congresso”, figuravano Adriano Olivetti, Mario Pannunzio, Ferruccio Parri. “Poi, in una posizione più defilata, uomini politici di estrazione azionista e liberal democratica come Ugo La Malfa, Nicolò Carandini, Francesco Compagna, Giuseppe Romita e Gaetano Martino”, pagg. XV-XVI. Ma il libro riserva, in tal senso, parecchie sorprese, che affidiamo al lettore, riguardanti i piani alti della cultura del tempo.
[11] Nella Prefazione di Giovanni Fasanella (pp. IX-XVIII).
[12] “Man mano che i racconti di tentativi di colpo di stato e di assassinii politici (…) inondavano le prime pagine dei giornali, la CIA appariva sempre più come un elefante solitario che irrompeva, devastandola a ogni passo, nella cristalleria della politica internazionale, senza che dovesse rispondere a nessuno delle sue azioni”, pagg. 10-11.
