La democrazia dei followers

Nel suo ultimo libro lo storico Banti denuncia l’impoverimento culturale funzionale all’accettazione acritica delle politiche neoliberiste, con le loro catastrofiche conseguenze sociali.


La democrazia dei followers

Alberto Maria Banti è uno storico che da decenni si occupa di Risorgimento, il suo ultimo libro, La democrazia dei followers – Neoliberismo e cultura di massa (Laterza 2020), è invece un duro “J’accuse”  verso il liberismo e le politiche adottate negli ultimi quarant’anni nei paesi a capitalismo avanzato.

Il testo, di facile lettura anche per i non addetti ai lavori, inizia con due schede importanti sui regimi fiscali adottati nei paesi a capitalismo avanzato, dove la riduzione delle aliquote fiscali ha favorito i redditi da capitale e la classe sociale più abbiente determinando un aumento sensibile della pressione fiscale sui redditi medio-bassi e minor introito nelle casse statali a discapito di politiche sociali, sanitarie e educative. Il prodotto delle politiche liberiste è la crescita delle disuguaglianze sociali, la riduzione delle spese sanitarie e sociali, l'impoverimento delle classi popolari e della middle class.

Con la salita al potere di Reagan e della Thatcher inizia l’offensiva del liberismo con la crescente diseguaglianza nella distribuzione di redditi e l’accumulo di ricchezze e patrimoni nelle mani delle élite.

I risultati di queste politiche sono documentabili anche con le morti da Covid-19, una strage che colpisce non solo gli anziani ma le classi sociali popolari che da lustri hanno ridotto l'aspettativa di vita con una qualità delle loro stesse esistenze sempre più precaria.

Riportiamo un passaggio illuminante dell’intervista rilasciata da Banti al Blog di una libreria pisana.

“Il mantra ‘bisogna abbassare le tasse’ è accolto dalla grande maggioranza come un passaggio obbligato della politica contemporanea, come se una manovra di questo tipo portasse benefici eguali a tutti. Non porta benefici uguali a tutti. Com’è evidente da tutti i dati disponibili, il neoliberismo ha favorito pazzescamente ricchi e super ricchi. Eppure questa cosa non emerge; non diventa tema di dibattito politico; non anima movimenti di protesta. È più facile indurre persone a scendere in piazza contro il lockdown e le mascherine che indurle a protestare per politiche fiscali che favoriscono solo uno strato sottilissimo della popolazione. Quale sia la via di uscita da questa situazione, non lo so. Non so nemmeno se la pandemia avrà come effetto una ridiscussione collettiva delle politiche neoliberiste. Penso che ci sarebbe un grande bisogno di un nuovo New Deal; ma al tempo stesso mi sembra che i principali media, opinion makers, leader politici, considerino, per dire, F.D. Roosevelt come poco meno che un pericoloso comunista: di conseguenza – almeno sinora – la maggioranza dell’opinione pubblica ha equiparato qualunque seria ipotesi di riforma fiscale a una riedizione di pericolose politiche del passato: e a quel punto ogni possibile dibattito che prendesse in considerazione un nuovo New Deal è morto ancor prima di nascere.”

L’atto di accusa di Banti non si limita all’analisi delle politiche liberiste ma alla confutazione delle vulgate ufficiali, delle narrazioni tossiche diffuse ad arte, dalla costruzione attraverso i media, le fiction, i reality di una cultura giustificazionista delle politiche neoliberiste. Oggi le parole utilizzate da una persona di media cultura sono meno della metà di quelle facenti parte del vocabolario individuale di un uomo, o di una donna, di trent’anni fa. Vocabolario meno ricco, per non dire poverissimo, significa anche minori letture, maggiore subalternità ai messaggi subliminali del capitale, impossibilità di confutare i luoghi comuni sui quali si costruiscono i pregiudizi e le manipolazioni del pensiero unico neoliberista. E affermandosi la vulgata del capitale si manifesta un pensiero unico giustificazionista delle disuguaglianze, la costante ricerca di costruire un nemico (i migranti, per esempio) ai quali attribuire la responsabilità della crisi sociale ed economica.

Come nel caso dell’Euro (rinviamo alle recensioni dell’ultimo libro di Domenico Moro) che ha portato alla perdita di potere di acquisto e di contrattazione, il diffondersi di una cultura a senso unico porta ad accettare l’orizzonte delle disuguaglianze sociali come il solo ambito nel quale sia possibile vivere.

E la lotta alle disuguaglianze sociali ed economiche ha bisogno non di narrazioni rassicuranti ma di quella complessità e articolazione del pensiero critico che ogni settimana proviamo a costruire attraverso il giornale online “La Città Futura”.

14/11/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Federico Giusti

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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