È possibile spiegare la catastrofe?

Insegnare la catastrofe. Didattica della Shoah, di Carlo Scognamiglio, Stamen Editore.


È possibile spiegare la catastrofe? Credits: http://www.birikina.it/kapo/

Insegnare la catastrofe (Stamen editore), ultimo libro di Carlo Scognamiglio, si rivela testo ricco di suggestioni sin dal titolo, in cui l’autore sceglie brutalmente di utilizzare la parola “catastrofe”: capovolgimento, evento imprevisto e luttuoso, interruzione della continuità.

Un libro che non vuole essere manuale o prontuario per i docenti ma che sicuramente può costituire valido ausilio per tutti coloro che, nel doveroso e arduo compito di avvicinare gli studenti, siano essi bambini delle scuole primarie o adolescenti delle superiori, alla tragedia della shoah, avvertono un costante disagio.

Disagio dato dal senso di inadeguatezza di fronte alla raggelante evidenza della tragedia.

Scognamiglio ci viene in aiuto con questo testo lucido e scorrevole in cui vengono poste le domande che un’indagine onesta di tale evento storico inevitabilmente suscita: è possibile spiegare una catastrofe? Qual è il senso del ricordare, dell’assegnare ad un evento storico fattuale una dimensione universale? Come colmare la distanza che, comprensibilmente, gli studenti pongono tra sé stessi e i carnefici?

Il saggio ci presenta la complessità della shoah e la necessità di addentrarsi nei meandri, anche i più oscuri, di tale catastrofe – Ineluttabile? Evitabile? Programmata intenzionalmente? Epilogo profetizzabile ma non predeterminato, generato da numerose concause? - andando oltre la rassicurante tentazione di semplificarne la lettura tracciando un segno diritto e netto tra vittime e carnefici.

Ripropone argomentazioni dibattute e a volte coraggiose - come non dare la parola ad Hannah Arendt e Primo Levi? – e cita esperimenti di psicologia sociale dai quali emerge un uomo condizionabile, debole con i forti e forte con i deboli, che mostra il peggio di sé quando può scaricare su altri le proprie responsabilità.

Una dopo l’altra le questioni vengono poste e analizzate attraverso uno sguardo che si fa storico, filosofico, psicologico, alla ricerca del cuore del problema. In fondo, di fronte alla spiazzante verità che tale indicibile tragedia è opera d’uomo, non possiamo esimerci dall’indossare i panni di Diogene.

L’uomo che non trova più sé stesso e rifiuta una qualunque vicinanza con coloro che hanno deumanizzato l’uomo attraverso un processo di “cosificazione”, ma che è pronto a trasformare lo sguardo di compassione in sguardo d’odio nei confronti di chi viene a turbare il suo quieto vivere.

Il “bruciamoli tutti”, riferito ai rom, espressione tanto sconcertante quanto diffusa, è la frase di fronte alla quale l’autore si ferma: l’orrore che travolge giovani e meno giovani nell’ascoltare le testimonianze dei sopravvissuti si ritrae, non trova spazio, se l’Altro, il nostro prossimo, è degradato nella nostra percezione a individuo immeritevole, ignobile, indegno. La legittimazione del male. Processo psicologico e culturale che l’autore ben descrive nel testo e che, forse, non è totalmente estraneo alla nostra civiltà. Assistere inerti, nella “fatale indifferenza nei confronti di quei fenomeni discriminatori che si manifestano di fronte ai nostri occhi”? O chiederci, “noi come vicini, cosa saremmo, (e cosa siamo) disposti a fare?”

Come introdurre in una questione così complessa, e scomoda, i nostri studenti? Come guidarli in percorso veramente accidentato? La risposta di Scognamiglio è chiara: presentandone la complessità.

Emerge la necessità di una lettura critica sul passato, la coscienza delle responsabilità individuali e collettive, per evitare il precipitare del presente. Contributo utile in tal senso è la trasversalità metodologica dello scritto e il soffermarsi su aspetti a volte tralasciati, uno su tutti il “dopo” dei sopravvissuti. Quel “dopo” che esprime un futuro “sul quale non era ragionevole contare”. Esiste nella storia un innegabile prima e dopo e il nostro tempo riparte da lì, da quel momento liberatorio e terribile in cui i campi vennero aperti catapultando i sopravvissuti in viaggi di ritorno senza meta.

E’ un bel libro, interessante e utile, ben scritto e ricco di riferimenti (fondamentale l’esperienza allo Yad Vashem di Gerusalemme), ma ciò che lo rende più stimolante è il non scritto: trapela tra le righe, tra le parole, un’urgenza intima che l’autore esprime fin dalle prime pagine, nella volontà di ritrovare “il ruolo del nostro essere umani nella ricomposizione di un orizzonte etico condiviso”.

20/01/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Simona Emiliani

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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