Potremmo chiudere le Borse?

Il capitalismo neoliberista, la iper-finanziarizzazione dell’economia e la ricerca del profitto a breve termine non hanno alcun fondamento scientifico razionale; i mercati o, per dir meglio, i mercanti, ragionano su scale temporali di mesi o trimestri (i bilanci societari), mentre la crisi climatica richiede una pianificazione su scala decennale.


Potremmo chiudere le Borse?

Dopo  tre mesi di una crisi climatica estenuante e tragica che non si attenua, non mi va di chiedermi che accadrà nell’immediato futuro e anche se mi fa male pensare alla vita infernale che potrebbe uccidere le nostre bambine  e i nostri  bambini,  non mi stupisco più per il silenzio dei sedicenti “grandi”, incapaci di proporre un piano che affronti la crisi.

A decidere del nostro destino è il dominio dell’economia, soprattutto quella finanziaria, sul potere politico, che, tranne rare eccezioni, è  gestito da ignoranti, in preda a un irrecuperabile analfabetismo di valori e incapaci di affrontare questioni che vanno molto al di là della loro preparazione culturale e del loro spessore umano.

Il divario tra la gravità di problemi, come quello delle estati sempre più roventi e invivibili, e la caratura culturale o morale di chi dovrebbe guidare il cambiamento è uno dei temi più dolorosi del nostro tempo, ma lascio a chi se la sente la valutazione di questa distanza e mi limito a ricordare che politica e finanza soffocano il dibattito sulla crisi con un fuorviante “rumore” mediatico, una difesa cieca degli interessi finanziari e scelte che lasciano tutto com’è.[1]

Il capitalismo neoliberista, la iper-finanziarizzazione dell’economia e la ricerca del profitto a breve termine non hanno alcun fondamento scientifico; i mercati o, per dir meglio, i mercanti, ragionano su scale temporali di mesi o trimestri (i bilanci societari), mentre la crisi climatica richiede una pianificazione su scala decennale. Si investe così su ciò che rende subito - i combustibili fossili, per fare un esempio – e si ignorano le conseguenze future di questi investimenti.

Quanto alla sovranità degli Stati, si le multinazionali e i grandi fondi d’investimento globali hanno molto più potere economico e influenza di interi governi locali  e sono in grado di impedire alla politica l’imposizione di regole severe. La classe politica, a sua volta, ignorante e corrotta, sta al gioco e consente una progressiva e sempre più grave  crisi delle democrazie. Incapace di costruire una visione a lungo termine, si occupa  solo della conquista del consenso, sicché i suoi primi nemici sono i movimenti dal basso, le reti globali e locali di cittadini, scienziati e attivisti che cercano costantemente di fare pressione sui governi. Contro questo mondo e le sue istanze la politica ha inventato etichette che è pronta ad incollare: “estremismi” e “ideologie” sono quelle più utilizzate.

Su questo fango però non intendo fermarmi. Preferisco occuparmi di un’ipotesi concreta di cambiamento, partendo dalla  risposta che l’immancabile  scienziato del pensiero presente sui social ha dato a una mia proposta, per poter  ribadirla e spiegare a chi legge.

Ho proposto di chiudere le borse ed era una provocazione intellettuale che tocca il cuore del sistema economico attuale. Non ho parlato naturalmente di immediata chiusura ma lo scienziato mi ha risposto come lo avessi fatto.

-  Se le borse chiudessero permanentemente domattina, mi ha detto, il cittadino medio vivrebbe una crisi catastrofica. La Borsa non è solo speculazione, ma l’infrastruttura su cui poggia l’economia reale. Una chiusura improvvisa, - ha aggiunto, guardandomi come fossi un pericoloso sovversivo - causerebbe il blocco delle aziende, anche di quelle che producono cibo, farmaci e tecnologia, che usano la Borsa per raccogliere capitali. Senza Borsa, fallirebbero o licenzierebbero milioni di lavoratori.

Non contento, ha pensato bene di annichilirmi con affermazioni terroristiche:

- Non sai che dici. le Assicurazioni e i possessori di fondi pensione investono i risparmi dei lavoratori in Borsa. Chiudile stasera e il cittadino medio domani vedrà svanire la propria pensione integrativa o i propri risparmi.

Subito dopo ha tirato fuori lo spauracchio delle banche che subirebbero un tale contraccolpo da non poter più erogare mutui a studenti o lavoratori, né prestiti alle piccole imprese locali. Quando il fiume in piena si è fermato, ho potuto rispondere.

- Andrebbe così anche se la chiusura fosse programmata e accompagnata da una transizione verso un quadro economico che mira a soddisfare i bisogni primari di tutti gli esseri umani senza superare i limiti ecologici del pianeta? Se, in poche parole, proponessimo  di vivere in uno spazio sicuro ed equo, compreso tra una base sociale garantita da diritti umani, civili e politici inviolabili  e un tetto  ambientale invalicabile? La maggioranza della popolazione ne sarebbe danneggiata o ne trarrebbe enormi benefici?

Lo scienziato ha risposto con un sorriso ironico, ma non ha detto una parola. Ho pensato a a una minaccia, ma non mi sono lasciato intimidire.

- Non occorrono scienziati per fissare anzitutto la fine della “dittatura del trimestre”,  e avviare i ritorno all’economia reale, ho proseguito. Le aziende, infatti, non dovrebbero più massimizzare il profitto ogni tre mesi per soddisfare gli azionisti, il denaro smetterebbe di essere usato per generare altro denaro e le imprese potrebbero concentrarsi su tre punti fondamentali per rendere il sistema più efficiente e più vicino agli utenti: qualità del lavoro, stabilità dell’occupazione e sostenibilità ambientale. La fine delle scommesse finanziarie (sinonimo di speculazione) sposterebbe i finanziamenti su cose concrete d’interesse collettivo: le scuole, gli ospedali, l’agricoltura locale e le infrastrutture pubbliche. C’è qualcosa che non va in questa decisione?

Non ho avuto risposte, ma il silenzio non mi ha impedito di proseguire.

- Sbaglierò, ma sei a corto di argomenti e sembra quasi che la conseguenza di queste scelte ti spaventi.

- Mi spavento perché stai disegnando una catastrofe.

- Non è così. La principale conseguenza riguarda solo la funzione della Borsa, che arricchisce sproporzionatamente chi possiede già grandi capitali, Chiusa la Borsa,  sostituita da banche pubbliche o etiche, ci sarebbe una drastica riduzione del divario tra ricchi e poveri o, se preferisci, una decisiva  riduzione delle disuguaglianze.

A questo pinto lo scienziato del pensiero unico ha ritrovato l’uso della parola:

- Tu sei pazzo, mi ha detto. Chiudere le Borse senza un piano, distruggerebbe la vita della casalinga, dello studente e del lavoratore.

- Stai dicendo che se ci fosse un piano se si sostituisse la finanza speculativa con investimenti mirati al benessere reale,  rischieremmo di salvare il pianeta?

- Parli di un progetto impossibile.

- No, parlo di un progetto realizzabile, fondato su  tre fasi consecutive, concepito per smantellare la finanza speculativa senza distruggere la vita quotidiana dei cittadini. Oggi le Borse sono solo “casinò globali”; basterebbe farne prima semplici registri di scambi e, poi superarle del tutto.

- Hai idea di ciò che dici? mi chiede lo scienziato.

Non ci penso due volte:

- Sì che lo so. Vuoi una bozza di piano? Eccola.

 Fase 1: Durata un anno,  obiettivo disarmo. Conseguenza: si taglia la speculazione pura e si proteggono i cittadini. Come? Si introduce una tassa dello 0,5% su ogni singola transazione finanziaria  e si azzera il High-Frequency Trading.[2] Contemporaneamente si proibiscono le scommesse allo scoperto e quelle sul fallimento di un’azienda o di uno Stato e si proteggono i fondi pensione e i risparmi dei cittadini, che, ritirati legalmente dai mercati azionari, sono convertiti in Buoni del Tesoro indicizzati all’inflazione e  garantiti dallo Stato.

Nel silenzio attonito dello scienziato, passo alla terza fase, programmata per la durata minima di un anno e quella massima di 5, che riassumo in due parole: le aziende escono dalla borsa e tornano “reali”.

- Come? chiede preoccupato lo scienziato.

- Semplice, rispondo. Conoscerai di certo il significato della parola nazionalizzazione e potresti risponderti da solo, ma sono generoso e voglio aiutarti: gli Stati ricomprano le quote di borsa delle aziende strategiche (acqua, energia, sanità, trasporti) togliendole dal mercato. Più che una scelta, sarebbe un obbligo morale. E non affliggermi con le lacrime sulle grandi aziende private, perché nessuno vuole fargli del male, Le grandi aziende private vengono incentivate a ricomprare le proprie azioni dai mercati, trasformando gli azionisti speculativi in obbligazionisti a lungo termine o cedendo la proprietà ai lavoratori.

Lo scienziato è allibito:

- Cooperative?

- Sì, replico, la proprietà passa ai lavoratori, come nel modello cooperativo.

- Il credito per investire non passa più dalla Borsa? mi chiede.

- Bravo! esclamo.  Passa per istituti bancari pubblici che finanziano le imprese in base all’utilità sociale e ambientale. Siamo giunti così nello spazio disegnato inizialmente: un quadro economico che mira a soddisfare i bisogni primari di tutti gli esseri umani senza superare i limiti ecologici del pianeta. Manca ora l’ultima fase. Prearati a ricevere n colpo che potrebbe essere mortale

 -Procedi.
- Durata 6 anni, il tempo necessario  per accompagnare alla tomba  il mercato azionario.  Conseguenze:  Le aziende non hanno più un “valore di mercato” che oscilla ogni in base a messaggi sui social e agli umori dei broker. Il loro valore coincide unicamente con i beni reali che possiedono, i salari che pagano e il servizio che rendono alla comunità.

Conclusione: un mondo migliore è possibile e la crisi climatica si può fermare. Occorre combattere con coraggio e decisione una nuova guerra di liberazione. La vittoria permetterebbe allo studente di continuare a studiare, alla casalinga di non vedere azzerati i risparmi e al lavoratore di mantenere il posto, cancellando il potere dai computer di Wall Street e riconquistando la libertà del genere umano.

[1] Valga per tutti, Kate Raworth, L'economia della ciambella. Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo, 2017

 

[2] Si tratta di un sistema di computer che utilizzano particolari algoritmi e invece di detenere titoli per giorni, settimane o mesi,  comprano e vendono in millisecondi.

01/09/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Giuseppe Aragno

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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