Uno sguardo al continente africano, nel ricordo del rivoluzionario Thomas Sankara e delle sue battaglie.

L’oppressione neocoloniale in Africa rende le considerazioni del rivoluzionario burkinabé per l’indipendenza del suo paese tutt’ora attuali.


Uno sguardo al continente africano, nel ricordo del rivoluzionario Thomas Sankara e delle sue battaglie. Credits: https://www.flickr.com/photos/kaysha/14336137233/

Trent’anni fa moriva Il rivoluzionario burkinabé Thomas Isidore Noël Sankara (1949 – 1987), ucciso dagli uomini del suo ex-compagno Comparoé. Pochi organi di stampa hanno ricordato la sua scomparsa, oscurata dal cinquantenario della morte di Ernesto Guevara. L’Africa, d’altronde, è un continente di cui ci si ricorda solo quando c’è da riportare le problematiche connesse con l'immigrazione sulle nostre coste.

Che l'immigrazione sia origine di contraddizioni e problematicità è fuori di dubbio, tuttavia non si può tacere sul fatto che le masse di disperati che vengono da noi sono costrette ad abbandonare la propria terra alla ricerca di una vita migliore, per via delle difficoltà economiche e sociali, e talvolta di veri e propri conflitti militari, che affliggono i loro paesi di provenienza. Non si può vedere solo la faccia della medaglia delle conseguenze senza coglierne la radice che è, senza dubbio, nelle pesanti responsabilità dirette e indirette che l'Occidente ha nel sottosviluppo economico del continente africano.

Le cause indirette sono da ricercare nei cambiamenti climatici che affliggono la Terra, conseguenza dello sfruttamento indiscriminato delle risorse senza nessuna cura per la salvaguardia dell'ambiente. Fatto denunciato dallo stesso Sankara negli anni '80 quando sosteneva: “Continua impunita nel mondo la distruzione della biosfera con attacchi selvaggi e assassini alla terra e all'aria...Vogliamo affermare che la lotta contro l'avanzata del deserto è una lotta per la ricerca dell'equilibrio fra esseri umani, natura e società. Come tale è prima di tutto una battaglia politica che non può essere lasciata al destino...” [1]. La desertificazione è causa della difficoltà all’approvvigionamento idrico e dell’impossibilità di sfruttare i terreni agricoli, con la conseguente disoccupazione rurale e migrazione, in un continente dove la risorsa primaria è ancora l’agricoltura tradizionale. Migrazione che da una parte avviene dalle campagne verso le città, provocando il fenomeno dell’ipertrofia urbana, dall’altra in direzione di altre nazioni e continenti. Infatti si è stimato che entro il 2030 l’avanzata del deserto provocherà 60 milioni di profughi dall’Africa sub-sahariana verso Europa e Nord Africa [2].

Il rivoluzionario del paese degli uomini integri coglieva l’elemento centrale della necessaria armonia tra sviluppo delle forze produttive e biosfera, che cercava di attuare da una parte con la campagna per la difesa della foresta e per il rimboschimento, dall’altra con l’utilizzo della tecnologia, mediante la costruzione di strutture per arginare gli effetti negativi della siccità (ad esempio silos per conservare il grano e opere idriche per trattenere le acque). Può un sistema di sviluppo essere in armonia con l'ambiente? Diversi pensatori hanno cercato di dare una soluzione a questo problema centrale per l’uomo, originatosi con l’industrializzazione. Il capitalismo, sebbene determini un grande sviluppo delle forze produttive necessario allo sviluppo umano, non è in grado di risolvere questa evidente contraddizione in quanto manca di una visione generale, di utilità per l'intera società, vincolato come è all'interesse particolare del privato. E' proprio questo egoismo particolaristico a rendere tale sistema inadeguato al grado di sviluppo raggiunto, almeno in una parte del mondo, e dannoso per l'esistenza stessa dell'uomo e degli altri organismi viventi.

Strettamente connessi ai cambiamenti climatici e al non adeguato sviluppo economico, nonché tra loro, sono la fame e la diffusione di malattie. Secondo un recente rapporto delle Nazioni Unite, quasi 26 milioni di persone nella regione subsahariana sono minacciate dalla carestia, mentre milioni sono i bambini africani che soffrono il problema della malnutrizione. I paesi al mondo con l'indice globale della fame a livelli estremamente allarmante o allarmante sono quasi tutti situati in Africa. Il problema della carenza alimentare è ulteriormente amplificato dalla distribuzione ineguale, e dallo sviluppo dei latifondi per l'esportazione dei prodotti piuttosto che per la sussistenza della popolazione. Lo sviluppo di carburanti a biomasse ha ulteriormente aggravato il problema, determinando che numerosi terreni sono stati adibiti alla “coltivazione di combustibili” piuttosto che a sfamare le persone. In Africa si muore ancora per malattie, che nel Nord del Mondo, sono considerate debellate, come la malaria. Tutto ciò cozza inesorabilmente con l’opulenza dell’Occidente, dove il principale problema è quello della sovrapproduzione di merci e capitali.

Se invece guardiamo all'intervento diretto dell'Occidente, non può essere sottaciuta l’aggressione imperialistica prima coloniale e poi neocoloniale dell’Africa, principalmente perpetrata dai paesi europei (Francia in prima linea). Ricordiamo i numerosi colpi di stato, come la deposizione armata di Patrice Lumumba denunciata da Ernesto Guevara in un celebre discorso alle Nazioni Unite del 1964; le innumerevoli aggressioni militari, dall’occupazione del canale di Seuz alla più recente guerra alla Libia, dove Gheddafi operava per rendere indipendente economicamente e politicamente l'Africa.

L’oppressione neocoloniale è esercitata tramite le istituzioni internazionali come il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) e la Banca Mondiale, che applicano un’azione di strozzinaggio dei paesi in via di sviluppo con il ricatto del debito e mediante l’imposizione di ricette suicide per l’economia continentale, come l’abolizione di dazi doganali nel campo dell’agricoltura [3]. Questi strumenti di pressione erano ben chiari al rivoluzionario burkinabé che sosteneva “che quello che l’Fmi cerca va ben al di là di un controllo della gestione: è un controllo politico. Certo che abbiamo bisogno di denaro, di capitali freschi, ma non al prezzo di un’abbondanza artificiale, di un consumo improduttivo a cui si abbandonerebbe sicuramente una classe dirigente prigioniera del suo stesso comfort e di questo stesso Fmi. Abbiamo quindi rifiutato i prestiti della Banca Mondiale per alimentare progetti che non abbiamo scelto.” [4]. Non a caso aveva provato a coalizzare i paesi in via di sviluppo, in seno al Movimento dei Paesi Non Allineati, per opporsi con il rifiuto del pagamento del debito al neocolonialismo occidentale.

Il non imporre ricette suicide per ottenere prestiti e investimenti è stato il volano della penetrazione economica cinese nel continente. Infatti, dal 2005 al 2015, la Cina è passata dal 8% al 22% delle quote di mercato, mentre la Francia è scesa dal 7% al 4% [5]. L'Africa è un continente in forte crescita: se diamo uno sguardo agli investimenti diretti esteri (Ide), quindi all’esportazione di capitale, questi erano 9,2 miliardi di dollari nel 2000 e sono diventati 60 miliardi nel 2015. Tuttavia questi investimenti avvengono prevalentemente in settori a bassa tecnologia, che non comportano un sostanziale sviluppo del continente, e inoltre i profitti sono in gran parte rimpatriati. I paesi con i più alti Ide sono in ordine: Regno Unito, Stati Uniti, Italia e Francia. L’Italia è quindi tra i primi posti per esportazione di capitale in Africa, contro ogni retorica di colonizzazione del “bel paese” da parte della Germania. Se si considerano invece le azioni, al primo posto nel 2012 erano gli Stati Uniti con 61 miliardi di dollari, seguiti da Regno Unito (59 miliardi) e Francia (58 miliardi). Significativa è stata anche l’espansione delle classi medie, che apre opportunità per la vendita di merci di consumo a un numero di potenziali consumatori stimato tra i 150 e i 300 milioni. Per questo L’Oréal ha spostato nel 2015 in Sudafrica il suo centro di ricerca sui capelli crespi e la pelle nera.

Lo sfruttamento del continente africano da parte delle potenze imperialistiche si realizza anche nella spoliazione delle risorse, da quelle agricole a quelle minerarie, tra cui i giacimenti di idrocarburi. Diversi paesi del continente sono grandi produttori di petrolio: tra questi ricordiamo il Gabon che, sebbene abbia una produzione di oltre 200 mila barili al giorno e sia il nono produttore africano, è costretto a importare prodotti di raffinazione per il 45% della propria domanda. Ciò poiché le risorse sono vendute nella forma grezza, e più economica, per poi acquistarne i prodotti lavorati, essendo le economie locali sprovviste di un adeguato apparato produttivo per la loro lavorazione. Sviluppo ancora più complicato in quei quattordici paesi soggetti alla moneta franco CFA che, mediante la parità con l’euro e la tutela del Tesoro francese, agisce come un ulteriore impedimento.

Nel contesto di uno sviluppo autonomo delle proprie risorse per il raggiungimento dell’indipendenza economica e politica Sankara collocava la propria battaglia per l’autosufficienza alimentare, come condizione necessaria ma non sufficiente di tale indipendenza. Egli sosteneva: “Molta gente si chiede dove sia l’imperialismo: guardate nei piatti in cui mangiate. I chicchi di riso importati, il mais, ecco l’imperialismo.” [4]. Sankara affermava che bisogna “consumare burkinabé” per favorire il proprio sviluppo economico e la formazione di una coscienza nazionale. L’azione cosciente dell’uomo era l’elemento centrale del suo pensiero politico. Perciò invitava la popolazione, a partire dalle masse contadine che ne costituivano l’88%, a costituirsi in forme di governo popolare come le assemblee di villaggio e di quartiere e i Comitati di Difesa della Rivoluzione (CDR), sul modello cubano, per mobilitarsi e far progredire la società dell'Alto Volta verso un futuro migliore, contro ogni ingerenza dell'imperialismo. L’accento era posto sull’elemento soggettivo della trasformazione della realtà, come è ben evidenziato dalla sua celebre frase “bisogna avere il coraggio di inventare l’avvenire. Noi dobbiamo osare d’inventare l’avvenire.” [4].

Piuttosto che adattare la realtà ad un pensiero ideologico si cercava di trasformarla, a partire dai bisogni concreti dei burkinabé. Per risolvere questi problemi era necessario però effettuare la lotta di classe contro i ceti parassitari che erano presenti nella società, dalla piccola borghesia urbana, professionistica e mercantile, alle autorità tradizionali, padrone della terra dei villaggi. La lotta contro le incrostazioni ataviche era attuata sia nel campo delle strutture che in quello delle sovrastrutture, ed era quindi associata ad una modernizzazione culturale per l’abbandono da parte della popolazione di quelle tradizioni consolidate che erano la manifestazione dell’oppressione “feudale” e patriarcale della vecchia società. In questo contesto si inserivano le campagne contro l’infibulazione, il matrimonio obbligatorio, la poligamia, la prostituzione e la dote femminile. Per liberare le campagne furono abolite le misure di servaggio e innalzati i prezzi dei prodotti agricoli per favorire lo sviluppo dell’agricoltura, volano, nel pensiero di Sankara, per quello della piccola industria artigianale.

Il tentativo di formare un uomo nuovo, libero dalle incrostazioni tradizionali ed elemento attivo e cosciente della rivoluzione, non riuscì. Le stesse donne burkinabé non recepirono del tutto le campagne per la liberazione femminile dalle antiche consuetudini, ma soprattutto la tradizionale passività dei contadini non fu scossa. Le misure volte a migliorare la vita nelle campagne determinarono l’insorgere della popolazione urbana. La piccola borghesia urbana era ostile al governo sankarista, poiché ne intaccava i privilegi e lo stile di vita occidentale. Dall’altra parte il notabilato rurale aveva trovato il modo di sabotare la rivoluzione dall’interno infiltrandosi dentro i CDR. I giovani ufficiali piccolo-borghesi che erano stati il motore iniziale della rivoluzione, legati ai partiti politici che Sankara aveva avversato con lo scioglimento, insorsero con il supporto dell’imperialismo francese e dei suoi uomini africani decretando la fine della rivoluzione burkinabé.

I sicari dell’imperialismo uccisero Sankara, come era successo a “Che” Guevara, ricordato proprio pochi giorni prima della propria morte dal rivoluzionario burkinabé, arrestando questo tentativo di trasformazione in Africa occidentale. Nella sua commemorazione, Sankara richiamava le parole di un generale dell'esercito di Batista che si era rifiutato di uccidere i futuri rivoluzionari cubani dopo l'assalto alla Moncada. Questo uomo aveva detto: “Non sparate, le idee non si possono uccidere” [6]. Le idee del rivoluzionario del paese degli uomini integri non sono morte di certo con lui, come hanno evidenziato i numerosi richiami alla sua figura nei rivoltosi che nel 2014 hanno costretto Compaoré alle dimissioni dopo un governo quasi trentennale. Tuttavia gli schieramenti sankaristi sono ancora troppo divisi tra di loro e preda di ambizioni personali per poter rappresentare un’alternativa credibile di direzione politica del paese.


Note:

[1] Intervento di Sankara alla I Conferenza internazionale sull’albero e la foresta, Parigi, 5 febbraio 1986, traduzione di Marinella Correggia.

[2] Dati della Convenzione delle Nazioni Unite per combattere la desertificazione.

[3] La Convenzione di Cotonou, sottoscritta nel 2000, prevede tra gli Stati dell’Africa, Caraibi e Pacifico e l’Unione Europea un accordo di libero scambio. Questa Convenzione ha sostituito quella di Lomé, firmata negli anni ’70, che comportava entro il 2035 l’abolizione dell’80% dei dazi sulle importazioni dall’Europa.

[4] Citazioni tratte da Alessandro Aruffo, Thomas Sankara un rivoluzionario africano, Massari Editore, 2007.

[5] Questi dati economici, e i successivi, sono stati presi da: Oliver Piot, Come cambia la “Franciafrica”, Le Monde Diplomatique, Aprile 2017.

[6] Thomas Sankara, Commemorazione di Che Guevara, 8 ottobre 1987, traduzione di Marinella Correggia.

04/11/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Marco Beccari

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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