La spinosa questione del Muro di Berlino

Il semplicismo non spiega un fenomeno complesso come la costruzione del Muro di Berlino, cui gli Stati Uniti dettero un contributo significativo.


La spinosa questione del Muro di Berlino

Il 9 novembre viene celebrata ancora una volta con gioia la caduta del muro di Berlino, avvenuta nel 1989, che come la liberazione americana dell’Europa è diventata un mito da diffondere e continuamente riconfermare con una propaganda martellante. Intendo qui con la parola mito una narrazione del tutto priva di fondamenti storici che ha lo scopo di trasmettere ai disorientati popolatori di questo mondo una visione pro-americana delle conflittuali e sanguinose relazioni internazionali. Il secondo mito ha volutamente occultato il prezzo pagato dai sovietici per sconfiggere il Terzo Reich (più di 20 milioni di morti), i quali sin dal luglio 1941 reclamavano invano l’apertura del secondo fronte ad ovest, che si fece attendere e che provocò altri milioni di morti [1].

Per smontare il primo mito, presentato come l’avvento di un’era di pace e di riconquistata libertà, bisogna rispondere in primo luogo alla domanda: chi ha voluto la costruzione del Muro di Berlino?

In un libro dedicato al tema (Chi ha costruito il Muro di Berlino? Dalla guerra fredda alla nascita della bomba atomica sovietica, i segreti della nostra storia recente, 2019 [2]), Giulietto Chiesa comincia col ricostruire il contesto in cui avvenne questo evento. In primo luogo, ribadisce che la Seconda guerra mondiale fu vinta dai sovietici, i quali conquistarono Berlino dopo un’aspra battaglia di 15 giorni il 2 maggio 1945, un mese prima che giungessero gli statunitensi. Il 7 maggio gli alleati e i nazisti firmarono la resa della Germania a Reims, ma l’Unione Sovietica pretese la firma di un altro trattato avvenuto a Berlino due giorni dopo. La fine della Seconda guerra mondiale significò l’ascesa a ruolo di potenza imperiale degli Stati Uniti e il declassamento della Gran Bretagna, che fino a quel momento aveva dominato il mondo con il suo vastissimo impero. Inoltre, gli Stati Uniti si trovavano in ottime condizioni: non avevano subito invasioni, né distruzioni, il prezzo di vite pagato era insignificante rispetto a quello pagato dai paesi europei, la loro industria, grazie alla produzione per la guerra, era in espansione, i capitali abbondavano e dovevano trovare solo le più soddisfacenti possibilità di investimento.

Questa asimmetria di potenza tra Stati Uniti e Unione Sovietica, non dotata ancora di armi nucleari, suggerì a Churchill la folle idea di approfittare della debolezza di quest’ultima, per farla fuori una volta per tutte e a questo scopo fece pressioni su un senatore repubblicano, perché convincesse Truman a lanciare bombe nucleari su quel paese, che avrebbe certamente tentato di esportare il socialismo nel mondo. Ciò risulta non solo da quanto scrive Chiesa, ma anche da un documento declassificato conservato dal FBI.

Per documentare questi processi Chiesa ha cercato di procurarsi i documenti introvabili della Conferenza di Potsdam, tenutasi in quel luogo tra il luglio e i primi di agosto del 1945, cui parteciparono le tre grandi potenze alleate rappresentate da Churchill, Truman, succeduto a Roosevelt, e Stalin. Dagli atti della Conferenza, ritrovati a Mosca, lo scrittore e giornalista italiano ha ricavato che il passaggio del potere da Roosevelt a Truman segnò un cambiamento importante nell’atteggiamento degli statunitensi verso l’Unione Sovietica caratterizzato da una maggiore aggressività; tale cambiamento significò la messa in discussione degli accordi siglati a Yalta e a Potsdam. Gli occidentali avevano di fatto rotto la traballante alleanza con l’Unione Sovietica e si avviavano verso la Guerra fredda, sempre alimentati dal terrore della minaccia comunista.

Naturalmente la situazione più complessa e conflittuale era rappresentata dall’Europa dove di fatto gli alleati, tra i quali era stata reintegrata la Francia, dominavano la parte centro-occidentale del continente europeo, mentre l’Unione Sovietica, memore dell’accerchiamento capitalistico sofferto durante la guerra civile, occupava la regione centro-orientale, dove aveva creato vari Stati cuscinetto, che la proteggevano da possibili invasioni. A Potsdam si erano decisi i confini della Germania con la Polonia e la cacciata dei cittadini tedeschi dai territori ora ungheresi, polacchi, cecoslovacchi. Individui (forse 10 milioni, molti dei quali morirono) che vagarono senza mezzi e senza cibo per l’Europa, e che alla fine furono internati in campi appositi. Si registrò un dissidio sulla questione dei risarcimenti da parte della Germania: immaginando già un’Europa forte ed alleata, gli Stati Uniti non avevano troppe pretese a differenza dell’Unione Sovietica che aveva subito tante devastazioni. Si decise, pertanto, che ognuno si sarebbe rifatto sulla regione della Germania di sua competenza. Questa differenza, incrementata dal piano Marshall del 1948 [3], sta alla base dei differenti livelli di sviluppo delle due Germanie, che furono acuiti da altri fatti decisi dagli alleati, in primis la trasformazione della regione tedesca occupata dagli alleati occidentali nella Repubblica Federale di Germania nel 1949, cui seguì l’inevitabile costituzione della Repubblica Democratica tedesca pochi mesi dopo.

In questo contesto, prima dell’inizio ufficiale della Guerra fredda, nel febbraio del 1946, il diplomatico americano, residente presso l’ambasciata statunitense di Mosca, George Kennan scrisse un lunghissimo telegramma all’allora segretario di Stato, James Byrnes, nel quale, pur auspicando una politica di “contenimento” dei sovietici, avvertiva che al momento, date le sue disastrose condizioni, l’Unione Sovietica non costituiva un pericolo.

Altre decisioni, tra le quali la rivalutazione del marco della Repubblica Federale, resero sempre più appetibile il trasferimento dei tedeschi orientali verso il “paradiso capitalistico” e sollecitarono la migrazione di professionisti e tecnici, attirati dai più lauti stipendi, che in occidente avrebbero potuto ricevere [4]. Qualcosa di simile che accade ancora oggi a Cuba assediata dal suo temibile vicino.

Questo processo non fu spontaneo, ma organizzato dagli stessi Stati Uniti. Per esempio, a partire dal 1945 il capo della CIA, Allen Welsh Dulles, riesce a far emigrare negli Stati Uniti con la cosiddetta operazione Paperclips circa 2.000 tecnici e scienziati tedeschi per dotare il suo paese dell’avanzamento realizzato dalla Germania sotto il nazismo. Analogamente la NATO, costituita nel 1949, e seguita solo nel 1955 dal Patto di Varsavia, si basò sull’utilizzazione di esperti militari nazisti, i quali furono impiegati anche nella nascente CIA. Attività queste che ricevettero l’appoggio del Vaticano, come del resto si ricava dagli studi sulla falsa epurazione della storica francese già citata, che ho illustrato in un precedente articolo. Epurazione che, invece, era stata prevista a Potsdam [5].

Tutti questi elementi, cui Stalin decise di rispondere con il blocco di Berlino attuato il 24 giugno del 1948, mostrano chiaramente che la divisione della Germania e nel 1961 la conseguente costruzione del famoso muro, Barriera di protezione antifascista (antifaschistischer schutzwall), che separava Berlino ovest da Berlino est, non furono certo il risultato della crudeltà di Stalin e dell’aggressività dell’Unione Sovietica; piuttosto questi fatti scaturirono dalla reazione all’arroganza degli occidentali spaventati dai grandiosi risultati della battaglia di Stalingrado e dall’espansione sovietica verso il centro Europa. Eventi dai quali sarebbe potuta scaturire in futuro una seria minaccia per il regime capitalista e per il predominio raggiunto dagli statunitensi.  Inoltre, per la sua effettiva debolezza, l’Unione Sovietica si sentì sempre in pericolo sino al momento in cui poté anch’essa usufruire della bomba atomica (1949), che gli Stati Uniti avevano lanciato su Hiroshima e Nagasaki anche come avvertimento diretto ai sovietici.

In questo contesto, che ho cercato ricostruire in maniera rapida, la famosa dichiarazione del 1963 di John Fitzgerald Kennedy davanti alla porta di Brandeburgo “Io sono un berlinese” per sottolineare l’abisso tra il “mondo libero” e quello comunista, è frutto di una propaganda mirante a nascondere la brama di potere statunitense che condusse i sovietici a costruire il muro per difendersi. Come, del resto, la celebrazione del trentennale della sua caduta vuole velare quale situazione esplosiva ha creato la dissoluzione dell’Unione Sovietica, che ha anche permesso l’espansione della più grande organizzazione militare esistente: la NATO.


Note

[1] Per approfondimenti si veda l’articolo di A. Lacroix Riz

[2] per una presentazione sommaria si veda l’articolo dell’autore apparso sul Fatto Quotidiano.

[3] In un primo momento negli Stati Uniti si affermò una corrente politica rappresentata dal piano elaborato (1944) dall’ebreo Henry J. Morgenthau, sostenitore della completa deindustrializzazione della Germania, da dividere in due parti, anche per ansia di vedetta di quello che avevano patito i suoi correligionari.

[4] Milioni di tedeschi fuggirono dall’est.

[5] Con il quale il capitale nordamericano trovò i tanto agognati investimenti.

10/11/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Alessandra Ciattini

Alessandra Ciattini insegna Antropologia culturale alla Sapienza. Ha studiato la riflessione sulla religione e ha fatto ricerca sul campo in America Latina. Ha pubblicato vari libri e articoli e fa parte dell’Associazione nazionale docenti universitari sostenitrice del ruolo pubblico e democratico dell’università.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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