India: i comunisti perdono il controllo del Kèrala, il BJP avanza in tutto il Paese

Le elezioni legislative del 2026 ridisegnano la mappa politica indiana: in Kèrala cade il governo comunista, mentre il BJP avanza in Assam e Bengala Occidentale. Il Tamil Nadu sceglie invece una lista locale, confermandosi un’eccezione nel quadro nazionale.


India: i comunisti perdono il controllo del Kèrala, il BJP avanza in tutto il Paese

Nel corso del mese di aprile, si sono svolte le elezioni legislative in ben cinque Stati federati dell’India: Kèrala, Assam, Bengala Occidentale, Tamil Nadu e Puducherry. Secondo gli analisti, questa serie ravvicinata di elezioni locali rappresenta uno dei passaggi più importanti della politica indiana dopo le elezioni generali del 2024. Il solo Bengala Occidentale, il quarto Stato più popoloso dell’India, è infatti abitato da quasi cento milioni di persone, più di qualsiasi paese europeo - Russia esclusa; seguono, in ordine di peso demografico, il Tamil Nadu, con circa 77 milioni di persone, il Kèrala e l’Assam, con circa 36 milioni ciascuno, mentre il Territorio di Puducherry rappresenta un’eccezione, con appena 1,2 milioni di abitanti, trattandosi non di un vero e proprio Stato, ma di fatto dell’area dell’omonima città, che gode di ampia autonomia anche come retaggio della sua eredità coloniale francese e non inglese. 

Il dato più simbolico arriva dal Kèrala, dove il Left Democratic Front (LDF), guidato dal Partito Comunista d’India (Marxista), ha perso il governo dopo dieci anni consecutivi di amministrazione sotto la leadership di Pinarayi Vijayan. La vittoria della coalizione denominata United Democratic Front (UDF), guidata dall’Indian National Congress (INC), non è stata una semplice alternanza locale, ma una svolta storica: secondo i dati ufficiali, l’INC ha ottenuto il primato conquistando 63 seggi, per un totale di 102 scranni su 140 andati alla coalizione UDF, grazie anche ai risultati positivi dell’Indian Union Muslim League (22 deputati) e del Kerala Congress (7). Il Fronte Democratico della Sinistra si è invece fermato a 35, di cui 26 andati al PCI(M) e 8 al Partito Comunista d’India. Infine, in uno Stato tradizionalmente dominato dalle forze di sinistra, il BJP (Bharatiya Janata Party) ha ottenuto 3 seggi, confermando una presenza ancora limitata.

La caduta del governo comunista del Kèrala non cancella comunque i risultati sociali ottenuti negli ultimi anni, compresa la dichiarazione di eradicazione della povertà estrema e il rafforzamento di un modello di welfare territoriale fondato su sanità pubblica, istruzione, autogoverno locale e reti popolari come Kudumbashree, una grande rete di auto-aiuto e cooperazione femminile attiva sin dal 1998. Tuttavia, proprio il contrasto tra i successi sociali strutturali e la sconfitta elettorale mostra che il voto non si è giocato soltanto sul bilancio amministrativo. Secondo gli analisti, il LDF ha pagato soprattutto l’usura della leadership di Pinarayi Vijayan, la percezione di eccessiva centralizzazione del potere e una campagna che, secondo diverse analisi della stampa indiana, non è riuscita a cogliere i segnali di malcontento emersi già nelle consultazioni precedenti. Al contrario, la coalizione moderata ha saputo presentarsi con maggiore coesione interna e con un manifesto populista imperniato sulle “Indira guarantees”, una strategia che ha sfruttato l’immagine di Indira Gandhi per far percepire all’elettorato le promesse della campagna come impegni vincolanti.

Va inoltre notato che la componente comunista resterà comunque presente nella maggioranza governativa, visto che alcune forze minori hanno deciso di appoggiare la candidatura di Vadassery Damodaran Satheesan, il leader locale dell’INC, piuttosto che quella di Pinarayi Vijayan. Della nuova maggioranza saranno dunque presenti quattro deputati del Partito Socialista Rivoluzionario, uno del Partito Marxista Rivoluzionario d’India e uno del Partito Comunista Marxista. 

Un altro elemento da non sottovalutare, poi, è stato certamente il voto delle minoranze religiose. Nel 2021 il LDF era riuscito a intercettare una parte significativa dell’elettorato cristiano e musulmano, presentandosi come argine al nazionalismo indù del BJP. Nel 2026, invece, questo capitale politico si è in larga misura spostato verso l’UDF, anche per la percezione, alimentata dagli avversari, di ambiguità del PCI(M) nei confronti di alcune spinte maggioritarie e di un linguaggio politico non sempre capace di rassicurare le comunità minoritarie. Il risultato dell’Indian Union Muslim League è emblematico: 22 seggi, il suo miglior risultato storico, e un ruolo centrale nella vittoria dell’UDF. Nella regione del Malabar, in particolare, l’UDF ha ottenuto una prestazione travolgente nelle circoscrizioni a forte presenza musulmana, segnalando una ricomposizione del voto minoritario attorno al Congresso e ai suoi alleati.

La sconfitta del PCI(M) ha anche una portata nazionale. Per la prima volta da quasi mezzo secolo, l’India si ritrova senza alcuno Stato governato dai comunisti. Il Kèrala era infatti l’ultimo laboratorio statale in cui il movimento comunista poteva dimostrare, in forma istituzionale, la praticabilità di un modello alternativo a quello neoliberale e nazionalista dominante a Nuova Delhi. La perdita del potere obbliga il PCI(M) e le altre principali forze comuniste a una riflessione profonda: non solo sul ricambio generazionale e sul rapporto con le minoranze, ma anche sulla capacità di trasformare i risultati sociali in consenso politico duraturo.

Negli altri Stati, il quadro conferma l’avanzata del BJP di Narendra Modi e dei suoi alleati, con l’eccezione rilevante del Tamil Nadu. In Assam, il BJP ha consolidato il proprio dominio con la conquista di ben 82 seggi, che, sommati ai 10 dell’Asom Gana Parishad e ai 10 del Bodoland People’s Front, portano la National Democratic Alliance (NDA) a 102 scranni su 126. Il Congresso, invece, si ferma a quota 19, mentre le altre forze d’opposizione restano marginali. Si tratta del terzo mandato consecutivo per il blocco guidato dal BJP, e soprattutto del primo caso in cui il partito di Modi ottiene da solo una maggioranza netta nello Stato. La nuova vittoria di Himanta Biswa Sarma rafforza dunque l’asse nazionalista nel Nord-Est, in un contesto segnato da politiche identitarie, riorganizzazione delle circoscrizioni e retorica securitaria contro presunti “infiltrati” musulmani bengalesi.

Ancora più rilevante è il Bengala Occidentale, dove il BJP ha travolto il Trinamool Congress del Ministro Capo uscente Mamata Banerjee. I dati ufficiali, infatti, assegnano 206 seggi al BJP contro gli 81 dell’All India Trinamool Congress, mentre il Congresso resta marginale in questo Stato, eleggendo solamente due deputati. Da notare anche la conquista di uno scranno da parte del PCI(M), che non era presente nell'emiciclo di Kolkata nella legislazione precedente. Ad ogni modo, questa vittoria del BJP rappresenta un passaggio storico: il Bengala, che per decenni era stato il cuore della sinistra indiana e poi il bastione del Trinamool, nato da una scissione del Congresso, cade sotto l’egemonia del BJP. La sconfitta di Mamata Banerjee segnala la capacità del nazionalismo indù di sfondare anche in territori dove la politica regionale sembrava ancora in grado di contenerlo

Il Tamil Nadu costituisce l’eccezione più interessante a questa dinamica. Qui non vince il BJP, ma la nuova formazione Tamilaga Vettri Kazhagam (TVK), che ottiene 108 seggi e diventa il primo partito dell’Assemblea. La coalizione guidata dal Dravida Munnetra Kazhagam (DMK) arretra a 73 seggi complessivi, mentre l’alleanza AIADMK-BJP si ferma a 53. Il BJP, in particolare, conquista un solo seggio, confermando che nello spazio politico tamil la penetrazione diretta del nazionalismo indù resta debole rispetto alla forza delle identità dravidiche, linguistiche e regionali. I comunisti, alleati del DMK, mantengono una presenza modesta ma non irrilevante: il CPI e il CPI(M) ottengono 2 seggi ciascuno, conservando una rappresentanza che, pur limitata, appare stabile.

Infine, a Puducherry, territorio dell’Unione ma politicamente collegato alle dinamiche del Tamil Nadu, il BJP non vince direttamente, avendo eletto solamente quattro deputati, ma la sua coalizione s’impone grazie al risultato ottenuto dall’All India N.R. Congress, che si conferma prima forza con 12 seggi. Il dato conferma una vittoria del campo alleato al BJP, pur mediata da una leadership locale e da equilibri territoriali specifici. Nel complesso, la coalizione di destra controlla 18 seggi sui 30 disponibili, garantendosi la possibilità di governare con una maggioranza solida.

Tracciando un bilancio generale, queste elezioni mostrano un’India sempre più polarizzata tra l’egemonia nazionale del BJP e resistenze regionali di natura diversa. In Assam e Bengala Occidentale, il partito di Modi consolida una linea che combina nazionalismo indù, politiche securitarie, mobilitazione identitaria e welfare selettivo. Questa avanzata va letta criticamente nel quadro delle politiche discriminatorie del BJP: dalla criminalizzazione delle minoranze musulmane alla retorica sugli “infiltrati”, fino alle revisioni elettorali e amministrative che rischiano di colpire soprattutto i cittadini più poveri e meno documentati. Il Tamil Nadu conferma invece che la forza delle culture politiche regionali può ancora bloccare l’espansione diretta del BJP, mentre il Kèrala dimostra che anche il modello comunista più avanzato può essere sconfitto quando la gestione del potere diventa percepita come logora, verticale e incapace di rinnovarsi.

La lezione principale riguarda proprio la sinistra. I comunisti perdono il Kèrala, pur mantenendo una presenza locale molto radicata, mentre restano marginali o assenti negli altri Stati. Il paradosso è evidente: nel momento in cui le disuguaglianze, la precarizzazione del lavoro e le politiche discriminatorie del BJP offrirebbero un terreno oggettivo per una proposta socialista, la sinistra indiana appare frammentata, difensiva e territorialmente ridotta. La fine del governo PCI(M) in Kèrala non chiude la storia del comunismo indiano, ma ne apre una fase nuova e difficile. Per tornare a incidere, non basterà rivendicare il passato: occorrerà ricostruire un blocco sociale capace di unire lavoratori, contadini, giovani, donne e minoranze contro l’autoritarismo maggioritario e contro le disuguaglianze prodotte dal modello di sviluppo dominante.

08/05/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Giulio Chinappi

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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