Sexwork e Socialismo

Sex work e socialismo: tra normalizzazione, critica della mercificazione e liberazione sessuale nella società capitalistica


Sexwork e Socialismo Credits: Autore: Peter O'Connor aka anemoneprojectors

Lə sex workers offrono un servizio fondamentalmente non diverso da quello di ogni altro professionista, come un avvocato o un commercialista, perché forniscono prestazioni a pagamento: è l’idea diffusa dall’attivismo pro-sex work, che mostra una crescente presa sociale [1]. Nelle righe seguenti ci domanderemo se, da una prospettiva socialista, dovremmo normalizzare il lavoro sessuale – dalla prostituzione vera e propria alla produzione di contenuti per adulti – oppure no.

Nonostante molti trovino provocatorio equiparare le persone sex workers ad altri professionisti, le ragioni per cui negano loro tale riconoscimento sono spesso sbagliate. A titolo esemplificativo e non esaustivo, si consideri la sottovalutazione della professionalità dellə sex workers rispetto a quella di professionisti riconosciuti. Anche se al momento mancano percorsi di formazione istituzionalizzati che invece caratterizzano la maggior parte delle altre professioni, l’esperienza e la competenza pratica-teorica di chi lavora come sex worker in materia di piacere, pratiche sessuali e soddisfazione del cliente tende ad essere maggiore di quella di chi non lavora nel campo. La condanna morale non

elimina le analogie fattuali fra sex workers e altri mestieri. Al di là dei pregiudizi, il rapporto sessuale a pagamento può essere equiparato a qualsiasi altro servizio, anche se ad oggi si tratta ancora di un paragone forzato. Il suo carattere provocatorio dipende anche da tale aspetto.

A chi scrive sembra, tuttavia, che l’equiparazione fra sex work e altri servizi professionali abbia esiti 1) storicamente antifemministi e 2) essenzialmente disumanizzanti, dunque incompatibili con il socialismo.

L’equiparazione del sex work ad altri servizi – e dunque la sua normalizzazione – è contraria all’emancipazione sessuale che, pur essendo di interesse comune, nella nostra società riguarda principalmente le donne, da sempre oggetto del piacere e del potere maschile [2]. Non è un caso che, anche se i dati ufficiali affidabili che ripartiscono lə sex workers per genere e identità sessuale non sono molti e il sommerso è difficilmente tracciabile, le migliori stime disponibili indichino che la maggioranza di chi lavora nel settore è costituita da donne cisgender [3]. La normalizzazione del sex work in tale contesto rischia, insomma, di normalizzare anche le storiche disuguaglianze di genere, costringendo le donne a ruoli subordinati dove empowerment e autodeterminazione sono espedienti retorici per nascondere la condizione di oggettiva minorità. Oltre alle donne come gruppo sociale indifferenziato, però, l’emancipazione sessuale riguarda anche l’affrancamento dalla mercificazione del sesso in generale. Lungi dall’essere un luogo neutro di incontro fra uguali, infatti, il mercato è un luogo dove le differenze di potere fra le parti operano sullo sfondo di ogni transazione e si riproducono con essa; e in una società come la nostra, in cui il potere è prevalentemente nelle mani degli uomini, ciò significa che il mercato è condizionato e tende a riprodurre il potere maschile. Il carattere storicamente antifemminista del sex work, di cui al punto 1), sta precisamente in questo. Occorre aggiungere, però, che se nelle attuali condizioni storico-sociali il rapporto sessuale come servizio a pagamento qualsiasi è antifemminista, in casi specifici esso può fungere davvero da strumento di emancipazione. Ciò accade, per esempio, quando tramite il sex work il soggetto che si prostituisce migliora la propria condizione economica. Non considerando le reali condizioni di esistenza delle persone che si prostituiscono, dunque, quando pretende di assolutizzare il suo giudizio la retorica anti-sex work non riesce a superare il piano astratto sul quale si produce,autocondannandosi all’idealismo e al moralismo di cui è sovente pervasa.

2) L’essenzialità del carattere non antifemminista, bensì antiumano del rapporto sessuale come servizio a pagamento dipende invece dalla sua natura economica. Nel rapporto a pagamento, infatti, anziché esprimere reciprocità, passione e condivisione, la sessualità viene subordinata alla logica dello scambio e dell’utilità economica. Non solo la persona che vende sesso non è considerata come fine in sé ma ridotta a mezzo di soddisfazione di un bisogno – il che compromette il riconoscimento della sua dignità; ma anche chi paga per il sesso è ridotto, da chi vende, a mezzo per la soddisfazione di un bisogno economico. Nella riflessione antispecista, la nota teorica femminista e vegana Carol J.

Adams ha mostrato come la macellazione del corpo degli animali non umani (per esempio il manzo ridotto a costata, fettina, tagliata…) occulti il soggetto dietro al taglio, alla parte; e come accada analogamente alle donne nel rapporto sessuale mercificato. In esso, infatti, il soggetto è frammentato e feticizzato: la persona scompare dietro a una sua caratteristica fisica e/o psichica (un seno particolarmente prosperoso, un’indole dominante o sottomessa, un organo maschile eccezionalmente grande…). Similmente all’animale non umano, esso viene dunque “sezionato”, reso anonimo e interscambiabile: un altro che possieda analoghe caratteristiche psico-fisiche può sempre prendere il suo posto, come il meccanismo di un ingranaggio.

Se quanto detto è vero, si tratta allora di indirizzare gli sforzi per la liberazione sessuale e delle donne nella giusta direzione. Nella società reale del crollo dei salari e della precarietà lavorativa il sex work può essere davvero uno strumento di emancipazione, come nel caso dell’emancipazione economica; ma si tratta di una soluzione individuale che non elimina il problema sociale, nonché di un’emancipazione parziale e condizionata dalla stessa logica mercatistica della società capitalistica, che fa di tutto un asset e a tutto attribuisce un prezzo.

Onde realizzare una società veramente liberata, quindi, il sex work va superato come ogni altro scambio di servizi a pagamento. Non solo: in quanto capace di essere strumento di espressione, scoperta e condivisione profonda, emotivamente carica, rispetto ad altri rapporti umani quello sessuale è particolarmente in grado di rendere le persone più o meno rispettose della dignità personale propria e altrui. Di conseguenza, la liberazione del rapporto sessuale si profila come compito di importanza cruciale per la costruzione di relazioni più solidaristiche, compassionevoli, basate sul rispetto della dignità della persona nella sua interezza e come fine in sé stessa. Tale liberazione è tuttavia impossibile in una società in cui lo scambio di servizi sia regolato da logiche di profitto e condizionato da necessità di sopravvivenza. Essa diventa possibile solo in una società non capitalistica e post-scarsità, di cui l’unico esempio concreto e scalabile è la società socialista. Se il modo di produzione capitalistico produce scarsità artificiale onde accrescere i profitti, il socialismo garantisce a tutti il necessario per una vita dignitosa, non vincolando la soddisfazione dei bisogni essenziali alla realizzazione del profitto. Nonostante non sarebbe assicurato di diritto, il sesso in una società socialista sarebbe un’esperienza più comune e accessibile di quanto non lo sia nella nostra società capitalistica. Verrebbero ridotte, infatti, molte delle disuguaglianze materiali che influenzano la formazione delle relazioni. Disponendo di maggiore sicurezza economica, più tempo libero, minore

competizione e minori differenze di reddito e status, l’attrattività sociale dipenderebbe meno dal patrimonio, dalla carriera o dal prestigio economico. Inoltre, una più ampia redistribuzione del lavoro di cura e una maggiore uguaglianza di genere potrebbero aumentare l’autonomia individuale e favorire relazioni basate maggiormente sull’affinità reciproca anziché sulla dipendenza economica. A ciò si aggiungerebbe un’etica sessuale tendenzialmente anti-moralistica: in gran parte della tradizione socialista, infatti, la sessualità è concepita come una dimensione della libertà individuale fondata sul consenso e sul rispetto reciproco, da emancipare dai vincoli della famiglia patriarcale, della morale e della religione conservatrice.

A differenza del sex work, che mentre pretende di essere pratica di liberazione riproduce la riduzione capitalistica del mondo a merce anche nella sfera delle relazioni sessuali, e con essa estende l’assoggettamento al capitale fin nelle pieghe più intime dell’esistenza, il socialismo renderebbe il sesso un’esperienza più accessibile grazie a una società più egualitaria e a minori barriere economiche, sociali e culturali; più ricca di significato; più capace di riconoscere la dignità personale intrinseca, e di preservarla.

Note

1.https://www.censis.it/wp-content/uploads/2026/03/editato_IL-PIACERE-DEGLI-ITALIANI-RAPPORTO-FINALE-24-MARZO-2026.pdf 

  1. Per brevità, non si considerano qui le differenze nel modo in cui si articola il rapporto uomo-donna che dipendono da fattori come classe sociale, etnia, età, abilità/disabilità, etc., e che spesso incidono sostanzialmente su tale articolazione.
  2. TAMPEP VIII

03/07/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: Autore: Peter O'Connor aka anemoneprojectors

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L'Autore

Dario Manni

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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