Il fascismo consumista

Il fascismo consumista, attraverso l'individualismo, è riuscito ad incidere sulle coscienze delle masse meglio del fascismo storico e oggi ne vediamo gli effetti.


Il fascismo consumista Credits: https://it.wikipedia.org/wiki/Le_ceneri_di_Gramsci#/media/File:Gramsci_Pasolini.jpg

Tra il XIX e il XX secolo lo sviluppo monistico del capitale incontrò un ostacolo, quello della dottrina marxista-leninista, che iniziava a dispiegare i propri effetti grazie alla progressiva presa di coscienza delle masse sfruttate ad opera degli intellettuali organici e che produsse, come reazione, nei decenni seguenti, in paesi a capitalismo maturo, in cui maggiori erano i rischi di tenuta del sistema, i fascismi storici. Tuttavia il fascismo storico, in particolare in Italia, non fu mai pienamente ideologizzato, dacché la sua ideologia di fondo appartiene al capitale, che ha potuto compiutamente realizzare i propri obiettivi solo dopo il crollo del blocco di potere socialista, avendo dunque il campo libero, mediante la diffusione della filosofia dei consumi, dell'individualismo e dell'edonismo di massa.

Pier Paolo Pasolini, grazie agli studi gramsciani, seppe riconoscere la natura del vero fascismo, quando spesso sottolineava il fatto che quest'ultimo non è quello del ventennio, ma quello dell'edonismo e del consumismo, tanto da dire "se la parola fascismo significa la prepotenza del potere, la «società dei consumi» ha bene realizzato il fascismo" (Fascista, in Scritti Corsari).

Difatti Antonio Gramsci analizzò l'ascesa del fascismo in Italia e non si fermò solo all'analisi delle violenze e delle prevaricazioni perpetrate dai fascisti ma lo considerò come la massima degenerazione della piccola e media borghesia contro il proletariato organizzato, al fine di prendere il potere e agire in chiave restauratrice, per difendere gli interessi della classe dominante - in particolare la proprietà industriale al Nord e la grande proprietà agraria al Sud - contro il blocco rivoluzionario della classe proletaria. Dunque la violenza fascista - dapprima tollerata e poi avallata dal Governo Giolitti - altro non era che una reazione inizialmente scomposta e poi man mano organizzata contro la sempre più evidente presa di coscienza di classe da parte del proletariato più avanzato. Detto in altri termini, il potere costituito aveva paura delle masse e degli intellettuali organici che poi, di lì a poco, si sarebbero staccati dal Partito Socialista (all'epoca immobile e silente dinanzi al perpetrarsi delle violenze fasciste) e avrebbero fondato il PCd’I.

Dunque il fascismo non fu e non sarà mai un movimento ideologizzato, perché ne mancavano le fondamenta, essendo nato come reazione del capitale nei confronti delle masse popolari organizzate e sia Gramsci che Pasolini erano ben consapevoli che mai il fascismo avrebbe fatto breccia nelle coscienze delle masse. Anzi, Gramsci era ben consapevole che l'ampia compagine della piccola borghesia, da lui analizzata a fondo, non avrebbe mai agito come un intellettuale organico alla classe padronale nel suo complesso, bensì in modo servile, poiché ampie, grottesche e variegate erano le ideologie o pseudo-ideologie che l'animavano, tuttavia ciò non toglie che la sua azione fu penetrante nel ventre molle del parlamentarismo, da lui definito cretinismo parlamentare nonché delle strutture dello Stato: magistratura, polizia, amministrazioni centrali e periferiche, attraverso le quali consolidare il potere.

Il capitale, attraverso le proprie strutture e sovrastrutture, si rese presto conto che l'esperienza storica del fascismo era superata e non produsse i risultati sperati, anche in considerazione del fatto che il vero vincitore della guerra mondiale fu la Russia e che presto sarebbe stato necessario fare i conti con l'ideologia comunista, uscita sì malconcia dalla dittatura stalinista, ma ancora in grado di rappresentare un pericolo per la diffusione della filosofia liberista e del conseguente ampliamento del modo di produzione capitalistico, il quale, senza un pieno controllo dei mercati, dei mezzi e delle fonti di approvvigionamento, sarebbe imploso e avrebbe mostrato al mondo la sua debolezza. La guerra fredda che conseguentemente ne seguì non si giocò solo nella contrapposizione e nelle tattiche tra USA e Russia, ma attraverso il controllo pianificato dei paesi europei che aderirono al Patto atlantico e al piano Marshall (inclusa la Turchia, in ottica di espansione mediorientale) e alla filosofia statunitense, la quale, con i concetti di "libera impresa", "concorrenza", "stato snello", "massimizzazione dei profitti" - insomma, con i fondamenti del liberismo economico - iniziava a far breccia in Europa, che fino ad allora conosceva solo relativamente tali concetti.

Inutile dire che sotto le spinte liberiste, grazie ai finanziamenti e alla ricostruzione, in Europa seguirono anni di benessere economico, che non sarebbe durato a lungo (le crisi, anche gravi, sono connaturate al modo di produzione capitalistico), ma che favorì la diffusione della filosofia del consumo, che subito Pasolini identificò e descrisse come fase matura della conquista fascista da parte del capitalismo.

L'emersione - negli anni in cui Pasolini scriveva - di gruppi neo-fascisti e la strategia della tensione furono in massima parte una reazione impaurita del capitale nei confronti delle masse popolari che aderivano all'ideologia socialista e minavano la diffusione del pensiero liberista e il conseguente radicamento del consumismo. Anche l'ordinamento mafioso fu in larga parte strumentale a dette logiche e non deve stupire il fatto che, negli anni successivi, iniziò una fase di trattative con lo Stato, essendo entrambe sovrastrutture al cui interno siedono borghesi e piccolo borghesi che hanno in comune la volontà di mantenere lo status quo e favorire la conclusione di affari. Che essi siano sporchi o puliti è solo una questione marginale, dato che nelle logiche capitalistiche prevale l'interesse al massimo profitto.

Chi ricorda la marcia dei quarantamila a Torino, nel 1980, ricorderà che fu una manifestazione di impiegati e quadri a sostegno della FIAT, contro le manifestazioni operaie conseguenti alla comunicazione di cassa integrazione per quasi 80.000 operai. La marcia ebbe come effetto diretto una rottura tra colletti bianchi e tute blu e provocò la chiusura di un accordo sindacale favorevole alla FIAT. Ma la marcia fu anche il simbolo della ripresa del controllo da parte della piccola borghesia, che, con metodologie proprie della classe proletaria (manifestazioni di piazza), espresse il suo sostegno al capitale, aprendo così il periodo di crisi del socialismo.

Difatti la prorompente forza liberista che dominava in quegli anni, unita all'ormai debolezza politica dell'URSS, minata dal logorio della guerra fredda e dalle discutibili gestioni politiche, a partire da Krusciov, passando per Breznev per poi approdare a Gorbaciov, portarono alla disfatta dell'URSS, come sappiamo, nel 1991 e, dunque, al crollo del blocco sovietico e conseguentemente dell’ideologia comunista, così producendo un danno ingente al processo dialettico derivante dal conflitto tra due opposte ideologie, il quale - secondo la logica eraclitea degli opposti - genera equilibrio e consente il progresso storico (o, per usare il linguaggio di Eraclito, il divenire).

È evidente, infatti, che l’ideologia marxista aveva messo in luce le storture del capitalismo e, nello scontro con quest’ultimo, aveva prodotto, soprattutto in Occidente, effetti sul progresso dell'Umanità (ricerca scientifica, leggi a tutela dei lavoratori, l'emersione di temi come parità di genere, antirazzismo, ecc.), cose che non sarebbero mai emerse se a dominare fosse stata una sola forza, come avviene oggi.

In Italia è indubbio che grazie allo scontro tra blocchi di potere posto in essere dalle masse ideologizzate si ottennero concessioni come lo Statuto dei lavoratori, le leggi su aborto e divorzio, lo svecchiamento di alcune disposizioni del codice penale (come il delitto d'onore), il funzionamento delle Regioni (previste dalla Costituzione, ma mai messe in funzione, in ottica centralista-borghese) e tanto altro.

Oggi sono sotto gli occhi di tutti gli effetti prodotti dal dominio neo-liberista globale, che in poco meno di 30 anni (se consideriamo come dies a quo la data del crollo del muro di Berlino) ha messo in discussione (se non addirittura rimosso) ogni conquista sociale ottenuta dai comunisti negli scontri con il blocco di potere capitalista. Basti pensare alla destrutturazione dei servizi pubblici, alla riemersione dell’odio razziale, alla ridiscussione sull’aborto, alle violenze di genere, allo sfruttamento del lavoro - giusto per citare qualche esempio - per capire come l’assenza di un blocco di potere comunista porti a rimettere in discussione i più elementari principi del vivere sociale.

Pasolini, che viveva in un paese a capitalismo avanzato, già agli inizi degli anni Settanta, mentre il PC italiano era in piena confusione, aveva grosso modo predetto tutto ciò (celebre è l'articolo Contro i capelli lunghi, in Scritti corsari) e come il fascismo edonista e consumista, di matrice capitalista, avrebbe disgregato ogni forma di critica, portandola dal piano del processo dialettico collettivo a quello dell'edonismo individuale; cose che viviamo oggi, insomma.

Pasolini non predisse espressamente il crollo del blocco comunista e il conseguente dominio globale del liberismo, ma ne decodificò i metodi, i linguaggi, i segni, tanto che - lungo tutto il suo percorso intellettuale - costruì forse la più grande critica al fascismo strisciante del consumismo, cosa che non solo fu osteggiata dal PC, ma ne provocò pure l'espulsione.

Del resto non era molto difficile prevedere il dominio della logica capitalistica attraverso l'arma del consumismo: è più facile diffondere la filosofia epicurea rispetto alla più scomoda filosofia stoica, soprattutto quando hai il campo libero, quando il tuo avversario è stato schiacciato. Non ci sono voluti nemmeno molti anni prima che la filosofia epicurea-consumista-edonista eliminasse anche il più longevo baluardo di stoicismo rappresentato dalla dottrina cattolica. Ma questa è un'altra storia.

L'individuo è stato isolato dalla sua comunità di riferimento dal mercato, il quale ha fagocitato ogni forma di alternativa culturale all'egemonia dominante trasformandola in prodotto commerciale (emblematico è il caso delle culture popolari), ha persuaso le masse che le classi sono sparite, parlando di interclassismo, ha preso gli elementi essenziali della filosofia esistenzialista, umanista e nietzschiana producendo un sistema coordinato di regole dettate dalle sovrastrutture quali industria cinematografica, televisiva, musicale e letteraria, pubblicità, moda, ecc. al fine di generare e poi soddisfare nuovi bisogni, del tutto individuali. Tali bisogni includono non solo il possesso di beni in senso "positivo" quali status symbol o prodotti di largo consumo ed hi tech, ma anche quelli "negativi", ossia prodotti e servizi legati alla sicurezza per difendersi da paure indotte, che sono intimamente legate alla dittatura del consumismo (paura del diverso, della criminalità comune, della spoliazione delle proprietà, ecc.).

Nella dittatura consumista l'individuo è divenuto una monade isolata e vive (spesso) inconsciamente il dramma della destrutturazione sistematica delle istituzioni educative e sociali (funzionale anch'essa al consumismo edonista) e difficilmente può agire efficacemente contro gli scempi prodotti dall'attuale modello economico, ecco perché ogni tentativo di collettivizzare azioni di contrasto contro gli effetti dello sfruttamento capitalistico, autoimplode, svanisce in un breve lasso di tempo, resta relegato a livello locale o si limita a semplici critiche tematiche, dato che di fondo sussiste una somma di individui privi di processo dialettico e visione d'insieme, quando invece occorre costruire un unico, ampio, intellettuale organico, capace di orientare le masse.

23/02/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Il Barbuto

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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