Contraddizioni della transizione e totalitarismo

 Finora la rivoluzione socialista ha avuto successo esclusivamente in paesi in cui non era possibile sviluppare la società socialista, come transizione al comunismo. Perciò non ha senso accusare un socialismo reale, che non è stato possibile realizzare. D’altra parte, occorre necessariamente comprendere gli errori compiuti nei paesi governati dai comunisti per evitare di riprodurli in futuro. Ciò comporta fare i conti anche con gli aspetti totalitari che rendono oggi poco attraente il comunismo.


Contraddizioni della transizione e totalitarismo

La questione della transizione ha conosciuto una nuova impostazione negli anni più recenti. Nei paesi governati dai comunisti si è stabilizzato il sistema misto, in cui convivono aspetti di socialismo, come la pianificazione, dinamiche da capitalismo di Stato e forme di capitalismo classico. Diversi osservatori, tendenzialmente apologeti, hanno considerato tale processo una ripresa della Nep leniniana. In realtà se naturalmente ci sono, come in ogni cosa, elementi di identità, come il sistema misto, tuttavia appaiono prevalenti o, quantomeno, ugualmente importanti le differenze, generalmente sottaciute. Nell’impostazione di Lenin era chiaro che la restaurazione di elementi di capitalismo classico erano indubbiamente dei necessari passi indietro per poter, non appena ce ne fossero le possibilità, cercare di passare a una economia socialista, tenendo sempre ben presente l’obiettivo finale del comunismo. In tale percorso, Lenin si pone, realisticamente, un passaggio intermedio, cioè la sostituzione degli aspetti di capitalismo classico con un capitalismo di Stato. Ora, al contrario, in quasi tutti i paesi governati dai comunisti si è impropriamente definito socialismo questo sistema misto. In tal modo, si è perso di vista l’obiettivo da raggiungere. Anche il passaggio intermedio al capitalismo di Stato è, di fatto, venuto meno, e si è finito così per cercare di potenziare, il più possibile, gli aspetti di capitalismo tradizionale, aprendo il più possibile agli investimenti di capitali sovraprodotti all’estero.

A tale scopo, a partire dalla Repubblica popolare cinese, che ha finito “necessariamente” per fare scuola, essendo nettamente il paese più grande e potente, si è sviluppata una concezione opposta a quella maoista, cioè considerare che nella transizione non solo non c’è un acutizzarsi del conflitto sociale, ma che questo non ha più senso di esistere. Anche perché il sistema misto viene definito socialista e, così, in maniera ideologia e idealista si pretende di far scomparire le contraddizioni reali e lo stesso conflitto sociale.

Si arriva così a sostenere che gli stessi imprenditori dovrebbero entrare a far parte organicamente del partito comunista. Ciò ha portato, anche in politica estera, ad abbandonare progressivamente le istanze internazionaliste del passato, per sviluppare una concezione sempre più smaccatamente nazionalista. Ciò ha condotto ad aberrazioni supreme, cioè ad alleanze di fatto con le potenze imperialiste più radicali, per far fuori insieme paesi governati dai comunisti. Tali guerre fra paesi governati da comunisti, mantenevano a livello soltanto ideologico motivi ideali, come il contrasto al socialimperialismo, ma si sviluppano, di fatto, come classiche guerre fra opposti nazionalismi.

Siamo arrivati all’assurdo di concezioni come quelle di Losurdo che cercavano di giustificare la politica della Cina con una apologia del nazionalismo, con la conseguente liquidazione dell’internazionalismo, in un’ottica apertamente rovescista.

In questa stabilizzazione e ideologica naturalizzazione del sistema misto, presentato come socialismo reale, ha portato, come evidenziava a ragione già Losurdo, a realizzare degli Stati di diritto governati dai comunisti. Ciò ha indubbiamente consentito di superare alcuni degli aspetti più vistosi e intollerabili dei regimi totalitari del passato, in cui anche le differenze di vedute all’interno del Partito, si risolvevano con il ricorso alla violenza.

D’altra parte nulla si è fatto per rilanciare la democrazia socialista sovietica. Più in generale, il nodo del totalitarismo non è stato realmente affrontato né dal punto di vista teorico, né dal punto di vista pratico.

In ciò ha certamente influito l’aver ridotto tale concetto a un semplice pretesto ideologico, funzionale all’apologia dell’imperialismo controrivoluzionario. Anche qui, però, non bisogna commettere l’errore di buttare con l’acqua sporca anche il bambino. Cioè la doverosa critica dell’uso ideologico della categoria di totalitarismo non può portare ad abbandonare un concetto necessario per comprendere il reale-razionale. Anche perché l’alternativa non potrebbe che essere quella di tornare ai concetti precedenti, utilizzati per inquadrare il problema, cioè il terrore e lo Stato di polizia se non, addirittura, il fascismo. In conclusione, anche per il concetto di totalitarismo di derivazione liberale bisogna operare una negazione determinata e non una negazione astratta. Occorre tesaurizzare il contenuto razionale della critica a Stati autoritari, tendenzialmente dispotici e togliere gli aspetti ideologici, apologeti del liberalismo e improntati all’idea di Stato guardiano notturno della proprietà privata.

Del resto discorso analogo vale per il liberalismo e i suoi valori e la democrazia. Lo Stato nato da una rivoluzione socialista non può, sotto certi punti di vista, tornare indietro rispetto al precedente Stato liberal-democratico. Ne deve, piuttosto, realizzare un superamento dialettico. Del resto, ancora oggi, le accuse più comuni che vengono rivolte al marxismo e al comunismo è di aver troppo compresso le libertà individuali, per realizzare degli obiettivi che non si sono rilevati così significativi, da considerare accettabile una tale limitazione della libertà del singolo.

Naturalmente si tratta di una critica poco rigorosa. Cioè non si può condannare in blocco un’idea sulla base di alcune realizzazioni storiche del suo concetto. Sarebbe come pretendere di liquidare il cristianesimo riducendo il suo spirito al torturare e bruciare vive delle donne, sulla base dell’assurda accusa di stregoneria. Come non sarebbe giusto e sensato ridurre il cattolicesimo alla copertura della pedofilia del clero. Né avrebbe senso ridurre il liberalismo al massimo sviluppo del traffico degli schiavi o la democrazia al terrore giacobino.

D’altra parte, sarebbe egualmente erroneo e unilaterale tener presente solo il concetto astratto di una idea, senza considerare i diversi tentativi di una sua realizzazione storica. Come ogni altra realtà razionale, anche ogni concetto è responsabile del proprio destino, necessariamente tragico. Né si può pretendere di lavarsene le mani con la assurda scusa che il tragico destino non era contenuto nel concetto di quanto si intendeva realizzare.

Dunque, come il cristianesimo non può considerarsi innocente dinanzi alle sue pratiche femminicide, né il cattolicesimo può essere assolto dalla sua protezione dei preti pedofili, né il liberalismo di aver portato al massimo sviluppo la tratta degli esseri umani o la democrazia di essersi affermata, dalle sue origini, attraverso il terrore, così il comunismo e il marxismo dovrebbero fare i conti con le cadute totalitarie di diversi dei propri primi tentativi di realizzazione storica.

La questione qui non si può ridurre, come finisce talvolta per fare Losurdo, con il “chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Cioè, i gravi errori delle prime realizzazioni storiche del socialismo non possono assolversi mostrando che anche il cristianesimo, il cattolicesimo, il liberalismo e la democrazia nelle loro realizzazioni storiche hanno avuto pesanti cadute totalitarie. È, infatti, evidente che una nuova concezione del mondo, non può che mirare a superare dialetticamente le precedenti e, quindi, non la si può giustificare dicendo che i suoi errori/orrori sono comuni alle concezioni antecedenti.

Certamente più significativo è il dimostrare come i concetti precedenti abbiano prodotto dei destini ben più tragici nelle loro realizzazioni storiche rispetto a quelli imputabili a marxismo e comunismo. Ma anche questo non può bastare. Non ha senso provare a non riconoscersi nel proprio tragico destino, pretendendo di non averlo voluto. Perché il problema della dimensione tragica di ogni azione risiede nella impossibilità di prevedere le reazioni che provoca in tutti gli altri. Ma il fatto che tutte le azioni abbiano un fondamento tragico, non toglie che bisogna impegnarsi ad agire in modo sempre migliore. E, per fare questo, è indispensabile comprendere gli errori, i limiti delle azioni precedenti e, quindi, fare i conti con il proprio passato, con la propria storia. Anche perché, come mostravano già Marx ed Engels, per comprendere qualsiasi cosa è necessario ricostruirne la storia. E, come sottolineava già Hegel, l’idea non si può ridurre al suo mero concetto necessariamente astratto, in quanto non può che ricomprendere tutte le sue realizzazioni storiche.

Né avrebbe senso semplificare la questione distinguendo, in modo intellettualistico, fra le buone intenzioni e i risultati reali o su quanto di buono ha fatto una ideologia nella sua opposizione ai limiti delle precedenti, distinguendone astrattamente le sue determinazioni quando, passando al governo, ha potuto realizzarsi in modo, necessariamente, più compiuto.

Ora è evidente che il limite fondamentale dei governi comunisti è che si sono sperimentati in dei contesti in cui non era possibile realizzare realmente, compiutamente il proprio concetto. Il peccato originale non può che essere la Rivoluzione contro Il capitale. Cioè l’aver conquistato il potere in dei paesi arretrati, dove non si era ancora sviluppato e in cui non aveva potuto dare tutti i suoi frutti il modo di produzione capitalistico.

Naturalmente non si può però, in modo dottrinario, rimanere al peccato originale, sognando di poter ritornare nel paradiso perduto. Quando storicamente i comunisti si sono presi la responsabilità di conquistare il potere in paesi dove non vi erano le condizioni per la transizione al comunismo, dalla Russia, alla Cina, dalla Corea al Vietnam, a Cuba lo hanno fatto in quanto l’alternativa, cioè lasciare il governo ad altre forze politiche avrebbe prodotto dei danni decisamente maggiori.

Altrimenti sarebbe come condannare la borghesia per aver preso il potere quando non era ancora possibile realizzare il suo concetto, ad esempio con l’esperienza storica dei Comuni. Pur con tutti i suoi limiti, ha infatti costituito un indubbio avanzamento, rispetto al precedente modo di produzione feudale è ha permesso di poter cominciare a sperimentare il mondo del futuro.

20/08/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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