Le recenti proteste in Iran sono certamente l’espressione diretta di una crisi sociale ed economica divenuta insostenibile per la maggioranza della popolazione, sulla quale tuttavia si innesta l’ingerenza di forze ostili, in particolare gli Stati Uniti e Israele. Partendo da questa constatazione, si comprende la posizione del Partito Iraniano del Tudeh (Ḥezb-e Tūdeh-ye Īrān), la formazione marxista-leninista iraniana attualmente in esilio.
Nella dichiarazione del 2 gennaio, il partito descrive il “nuovo ciclo di manifestazioni” iniziato con lo sciopero del bazar di Teheran e allargatosi agli studenti universitari come un “movimento di protesta legittimo del popolo” contro condizioni economiche e sociali disumane, peggiorate da inflazione, disoccupazione e impoverimento di massa. Il Tudeh definisce queste mobilitazioni “giuste e legali” e si colloca esplicitamente nel campo di chi ne sostiene la prosecuzione, chiedendo al contempo il mantenimento di forme civili e organizzate di protesta e la fine della repressione da parte della Repubblica Islamica, chiamata a “sottomettersi alle giuste rivendicazioni del popolo”.
La risposta del governo, con l’uso massiccio delle forze di sicurezza, arresti e morti tra i manifestanti, conferma agli occhi del Tudeh il carattere dittatoriale del sistema della velayat-e faqih. Tuttavia, allo stesso tempo, le dichiarazioni di Donald Trump, che minaccia un intervento statunitense “in difesa dei manifestanti” qualora l’Iran ricorra alla violenza, sono lette dal partito come un tentativo apertamente strumentale di ingerirsi nei processi interni di un paese sovrano. Nella stessa dichiarazione, infatti, il Tudeh ricorda che l’ingerenza dell’imperialismo statunitense nella storia iraniana ha significato colpi di Stato, come quello del 1953 contro il governo Mossadeq, e non “salvataggi” democratici, e denuncia la convergenza tra la Casa Bianca di Trump e il “governo genocida” di Netanyahu, posto al vertice della macchina da guerra israeliana.
Su questa base, il partito afferma con chiarezza che “il movimento popolare in crescita nel nostro paese non ha bisogno dell’aiuto del governo quasi fascista degli Stati Uniti né di quello criminale di Netanyahu” e che qualunque “scenario di cambio di regime” pilotato dall’esterno non potrà portare alla sovranità popolare, ma solo a una nuova forma di dipendenza imperialista. Criticando al contempo sia la teocrazia che le ingerenze imperialiste, il Tudeh ribadisce che la lotta è contro ogni forma di dispotismo, “sia di tipo velayat-e faqih, sia di tipo monarchico”, indicando in filigrana il rifiuto di progetti restauratori legati alla dinastia Pahlavi e sostenuti da settori dell’opposizione in esilio.
In una seconda dichiarazione pubblicata sul sito ufficiale il 10 gennaio, il Tudeh descrive le proteste come un movimento sociale ampio e multiforme, radicato nella classe operaia, nei ceti popolari, nei giovani e nelle donne, che esprime un rifiuto complessivo del regime esistente. Il partito insiste nel respingere tanto la narrazione governativa del “complotto straniero” quanto le letture occidentali che riducono la rivolta a una semplice battaglia per le libertà individuali, ignorando le sue radici di classe.
Il Partito Tudeh sottolinea che le cause della crisi sono da ricercare nelle politiche neoliberiste, nella corruzione sistemica, nel saccheggio delle ricchezze nazionali da parte di un blocco di potere clericale–militare e nella repressione delle organizzazioni dei lavoratori. Il compito dei comunisti, in questa prospettiva, è trasformare la protesta spontanea in un movimento organizzato e consapevole, capace di puntare a un’alternativa strutturale: un governo provvisorio di carattere nazionale e popolare, espressione di un fronte unito delle forze democratiche, in grado di porre fine sia alla teocrazia sia a ogni progetto di restaurazione monarchica e di ristabilire la sovranità popolare attraverso un referendum costituzionale.
Al centro della linea del Tudeh c’è dunque un doppio rifiuto: da un lato la teocrazia interna, dall’altro l’intervento imperialista. Il partito condanna “ogni ingerenza dell’imperialismo USA, dello Stato genocida di Israele e dei loro complici interni” nelle “delicate trasformazioni del paese”, denunciando il tentativo di Washington e Tel Aviv di sfruttare la frattura tra popolo e governo per imporre i propri piani geostrategici in Medio Oriente e nel Golfo Persico.
Questa stessa chiave di lettura viene applicata dal Tudeh all’aggressione militare congiunta di Stati Uniti e Israele contro l’Iran nel giugno precedente, quando bombardamenti e attacchi missilistici hanno colpito infrastrutture militari e nucleari, causando centinaia di vittime tra civili e militari. Anche in quell’occasione, il partito aveva definito i raid “un’aggressione criminale” che viola in modo flagrante il diritto internazionale, paragonandoli alle operazioni israeliane a Gaza e denunciando la continuità di una strategia imperialista volta a piegare ogni Stato che non si sottomette agli interessi di Washington e del blocco sionista.
Non a caso, il Tudeh ha denunciato anche l’aggressione statunitense del 3 gennaio 2026 contro il Venezuela, che ha portato al rapimento violento del presidente Nicolás Maduro e di Cilia Flores, qualificandola come una violazione grave della sovranità nazionale e dell’integrità territoriale del Venezuela, oltre che dei principi fondamentali del diritto internazionale sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite.
Sia il caso venezuelano che quello iraniano mettono in evidenza come la politica di Washington non sia quella di “difendere la democrazia” o i diritti umani, ma semplicemente di perseguire i propri interessi egemonici. Come accaduto in numerosi casi del presente e del passato, l’imperialismo cerchi di utilizzare il malcontento sociale per i propri scopi, trasformando rivendicazioni legittime in pretesto per escalation militari e nuove sanzioni. Queste forze, tuttavia, non rappresentano l’emancipazione del popolo, ma la sua subordinazione a un nuovo blocco di potere imperialista e reazionario.
L’analisi del Tudeh si inserisce così in una prospettiva più ampia di internazionalismo proletario. La solidarietà con il popolo venezuelano, la condanna degli attacchi contro Gaza e contro il Libano, la denuncia del ruolo di testa di ponte di Israele nel dispositivo militare degli Stati Uniti, fanno parte di una stessa lettura del sistema mondiale: un ordine unipolare in crisi, che ricorre sempre più spesso alla guerra aperta, alle sanzioni e alla guerra ibrida contro quei paesi e quei movimenti che rifiutano di allinearsi.
Tra le manifestazioni nelle strade iraniane e i bombardamenti su Caracas, tra le minacce di Trump e i missili israeliani, la bussola dei comunisti del Tudeh resta quella di una lotta simultanea contro l’imperialismo esterno e l’autoritarismo interno. È in questa duplice resistenza che il partito vede la possibilità di restituire al popolo iraniano il ruolo di soggetto attivo del proprio destino e di inserirne la battaglia nel più vasto movimento dei popoli che, da Teheran a Caracas, si oppongono alla restaurazione di un ordine mondiale basato sulla forza e sulla dominazione.