Nella nuova puntata dell’Osservatorio sul mondo che cambia, il professor Orazio Di Mauro analizza l’escalation in Medio Oriente a partire dall’arrivo della portaerei americana USS Gerald R. Ford nel Golfo Persico, interpretata come una pressione psicologica e insieme come una minaccia concreta contro l’Iran. Secondo Di Mauro, Teheran è oggi un Paese assediato: non ha la forza di colpire direttamente gli Stati Uniti, ma dispone di una capacità missilistica autonoma in grado di colpire obiettivi regionali sensibili, inclusi territori europei. L’obiettivo strategico di Washington, sotto la leadership di Donald Trump, sarebbe quello di spezzare l’unità nazionale iraniana, evitando una guerra lunga e costosa e puntando piuttosto alla destabilizzazione interna. La strategia condivisa con Israele mirerebbe alla frammentazione dell’Iran, ipotizzando la nascita di entità autonome – dal Kurdistan al Belucistan – capaci di indebolire lo Stato centrale. In questo quadro, la pressione militare e la demonizzazione mediatica diventano strumenti complementari. Di Mauro sostiene che un conflitto diretto e prolungato tra Iran e Israele avrebbe conseguenze devastanti per entrambi, e che l’unico modo per piegare Teheran sarebbe colpire il consenso sociale interno, in particolare le fasce popolari sostenute dall’apparato statale. Gli attacchi mirati e l’uso di sistemi di intercettazione come il Sigint rientrerebbero in questa logica di pressione continua. L’analisi si sposta poi sull’Ucraina, dove la guerra appare in una fase di stallo strutturale. Le difficoltà energetiche del Paese pesano più sulla popolazione civile che sul fronte militare, mentre la Russia mantiene una strategia di logoramento senza accelerazioni decisive. Secondo Di Mauro, Mosca non ha fretta: i settori più intransigenti puntano a obiettivi strategici come Odessa, ma un’operazione di tale portata richiederebbe numeri ben superiori a quelli attualmente impiegati. Nel frattempo, la Russia consolida le posizioni acquisite e sfrutta le vulnerabilità energetiche ucraine. Il conflitto si prolunga anche per l’allargamento dell’area euro-atlantica verso est, con la Moldavia e la Transnistria al centro di nuovi equilibri. In questo scenario, gli Stati Uniti restano impegnati su più fronti globali senza risultati risolutivi, mentre l’Italia viene descritta come sempre più subordinata alle scelte strategiche di Washington.