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Perché guerra imperialista e rivoluzione socialista debbono tornare a essere un binomio inscindibile

Perché pur essendo sempre più coscienti che siamo sempre più nell’epoca della guerra imperialistica, si tende costantemente a dimenticare che proprio tale età sia al contempo - in quanto il reale è in se stesso contraddittorio - l’era in cui la rivoluzione socialista può e, quindi, deve essere realizzata.


Perché guerra imperialista e rivoluzione socialista debbono tornare a essere un binomio inscindibile

Il fatto che viviamo nell’epoca della guerra imperialista è più o meno sotto gli occhi di tutti coloro che hanno occhi per vedere. Persino l’ideologia dominante tende a giustificare la propria determinazione a prendere parte alla guerra imperialista con la giustificazione che bisognerebbe, a ogni costo, contrastare la politica imperialista della potenza verso la quale si intende muovere guerra.

 La guerra imperialista conosce due fasi, nella prima vi è la spartizione del mondo tra potenze (imperialiste), nella seconda fase vi è uno scontro diretto fra grandi potenze. Noi ci troviamo in una fase di passaggio fra la prima e la seconda fase. La nuova guerra mondiale fra grandi potenze è sostanzialmente già in atto, vi sono le potenze capitaliste mature, che costituiscono le potenze imperialiste dominanti, i paesi del G7 e i loro alleati, e le potenze emergenti come la Repubblica Popolare Cinese, l’Iran, il Venezuela, la Russia e i loro alleati. In questo scontro, da una parte si è ancora nella prima fase, quella in cui le potenze imperialiste dominanti vorrebbero spartirsi tutto il mondo in aree di influenza. Per cui agli Stati Uniti spetterebbero le Americhe e l’area dell’Indo pacifico, alle potenze imperialiste europee l’Eurasia. Per cui, ancora, gli USA dovrebbero passare a piegare Cuba, simbolo del contrasto alla dottrina Monroe, e poi in prospettiva portare fino in fondo la guerra alla Cina. Mentre Inghilterra, Francia e Germania e i loro alleati dovrebbero concentrarsi nella guerra contro la Russia. Nel frattempo entrambi gli imperialismi occidentali continuerebbero a sostenere il progetto del grande Israele per controllare anche il Medio oriente. 

D’altra parte le potenze emergenti vorrebbero al contrario essere riconosciute come tali e, quindi, rivendicano non solo la propria integrità nazionale, che l’Occidente collettivo mira a far saltare, ma anche al riconoscimento delle loro aree di influenza nelle loro rispettive zone geopolitiche.

Ciò che invece si perde di vista è che l’epoca della guerra imperialista è anche l’epoca della Rivoluzione socialista, come già sottolineava con insistenza Lenin. Con la guerra imperialista le potenze dominanti perdono necessariamente la loro capacità di egemonia sul piano nazionale e internazionale. Sul piano della politica interna i paesi imperialisti tendono a imporre una economia di guerra, che significa la resa dei conti finale con il cosiddetto Stato sociale, e mirano a eliminare progressivamente la stessa democrazia formale borghese, per imporre Stati autoritari, indispensabili in fasi di guerra. Rinunciando al sedicente Stato sociale e alla presunta democrazia capitalista, i paesi imperialisti dominanti rinunciano agli strumenti più efficaci al dominio con il consenso dei subalterni e, quindi, finiscono per far emergere in modo sempre più evidente la dittatura di classe del grande capitale finanziario sempre più transnazionale, composto da grandi fondi di investimento in grado di controllare multinazionali sempre più capaci di assoggettare la concorrenza dei piccoli produttori indipendenti. Il dominio delle potenze imperialiste occidentali incapace di egemonia torna, in effetti, a fondarsi in modo sempre più esclusivo sul monopolio della violenza legalizzata.

La guerra imperialista, inoltre, fa emergere sempre di più come il potere dei paesi imperialisti occidentali non si basi più sulla capacità di egemonia sugli altri paesi in quanto garanti del diritto internazionale, tanto da ergersi a sedicenti forze di polizia sovranazionale indispensabile per la esportazione della liberal democrazia. Anche in tal caso il loro predominio si fonda in modo sempre più esclusivistico sulla pretesa che soltanto la violenza delle liberal democrazie sul piano internazionale sarebbe legittima, mentre ogni risposta violenta dei paesi subalterni e delle stesse potenze emergenti sarebbe da contrastare con ogni mezzo necessario. Ecco che quando la Russia reagisce alla politica di smembramento della sua Federazione, portato avanti dall’Occidente collettivo, la sua violenza sarebbe del tutto intollerabile, tanto che non solo questo paese, ma persino il suo alleato bielorusso finiscono sotto embargo e vengono estromessi da ogni competizione o consesso internazionale. Mentre nessuno si sognerebbe di imporre l’embargo o di impedire la partecipazione agli eventi internazionali alle potenze dell’Occidente collettivo, compresi gli USA, e ai suoi alleati, persino Israele o gli Emirati Arabi Uniti, che sono i principali responsabili della nuova guerra mondiale imperialista.

Naturalmente il voler imporre in modo sempre più sfacciato il proprio fine imperialista, cioè spartirsi il mondo in zone di influenza, indica l’incapacità di continuare a dominare sul piano internazionale con il consenso dei paesi subalterni, in via di sviluppo o sottosviluppati.

Tutto ciò rende sempre più sensata sia sul piano nazionale che internazionale la prospettiva della rivoluzione sociale, quale unica reale e durevole alternativa alla guerra sempre più mondiale imperialista e alle sue catastrofiche conseguenze.

D’altra parte, nonostante che il capitalismo nella sua forma borghese abbia ormai realizzato il suo grande obiettivo di socializzazione sul piano internazionale della produzione, realizzando un mercato mondiale, fondato su una divisione del lavoro sempre più transnazionale, proprio ciò è sempre più in palese contraddizione con i rapporti di produzione e di proprietà privatistici su cui si fonda, che perciò costituiscono sempre più un palese ostacolo all’ulteriore sviluppo delle forze produttive.

Ciò nonostante oggi sembra che persino i comunisti abbiano rinunciato a porsi la questione di operare per farsi trovare pronti per realizzare la rivoluzione sociale, nel momento in cui gli orrori della guerra imperialista sempre più mondiale non la renderà agli occhi della maggioranza e, in primo luogo, dei subalterni, non dico l’unica reale alternativa progressista, ma il meno peggio possibile in quelle tragiche condizioni.

Siamo così tornati alla contraddizione per cui, sebbene in teoria, nella maggioranza dei casi, i comunisti non hanno rinunciato esplicitamente alla loro ragione sociale ossia la rivoluzione sociale necessaria alla transizione socialista verso la società comunista, ma in pratica, nella prassi politica puntano esclusivamente al programma minimo sostanzialmente riformista. Si tratta del noto paradosso di essere ancora rivoluzionari sul piano teorico, a parole, ma poi di non fare nulla nella prassi per farsi trovare pronti per quando le dinamiche devastanti della guerra imperialista imporranno di nuovo la rivoluzione socialista all’ordine del giorno.

Naturalmente se non si mira a sanare la contraddizione adeguando la prassi alla teoria rivoluzionaria, finiranno necessariamente per prevalere progressivamente le forze che puntano a risolvere in senso opposto il dualismo fra il dire e il fare, teorizzando che il mezzo, cioè le riforme, sia l’unico orizzonte realistico, mentre il fine, cioè la transizione socialista al comunismo mediante la rivoluzione sociale, non è altro che un vano estremismo tanto utopistico quanto dottrinario. Si arriva così al paradosso di organizzazioni che, pur non rinunciando alla tradizionale denominazione comunista, sono a tutti gli effetti revisioniste in senso socialdemocratico.

Naturalmente ciò non significa ricadere nell’estremismo, accettabile esclusivamente quale malattia infantile del comunismo, per cui è in qualche modo anche utile risultarne affetti da ragazzi, per esserne immunizzati una volta raggiunta la maturità. Ciò significa, in primo luogo, non pretendere che sia possibile rendere praticabile la rivoluzione sociale, nel proprio inedito contesto storico e culturale, imitando in modo dogmatico la prassi risultata vincente in contesti completamente differenti, come quello della Russia zarista, della Cina o della Cuba ancora essenzialmente contadine.

Si tratta di ripensare in modo creativo e originale, nel proprio contesto necessariamente inedito, quella che Gramsci definiva, in relazione al proprio mondo storico e sociale, la Rivoluzione in Occidente. Ciò comporta l’esigenza di rimodulare necessariamente la tattica per rendere realistica e praticabile una strategia rivoluzionaria.

Ciò non toglie che alla base debba esserci necessariamente un presupposto fideistico, cioè l’ottimismo rivoluzionario della volontà, anche perché nessuno si metterà mai a operare in tal senso se non ci crede. Né riuscirà mai a convincere nessun altro a praticare degli obiettivi rivoluzionari chi per primo li considera del tutto velleitari. Il che naturalmente non significa dover perciò precipitare nel peccato capitale opposto: un avventurismo inconsapevolmente masochista.

Egualmente involontariamente suicida è cogliere esclusivamente gli arretramenti, necessariamente presenti nel corso storico. Il voler aprire una via inevitabilmente inedita alla transizione socialista non può che richiedere la capacità di sapersi ritirare in modo ordinato ogni volta in cui si finisce in un vicolo cieco. Quindi la consapevolezza dei limiti storici della soggettività rivoluzionaria, degli errori del passato anche più prossimo, non possono andare disgiunti dal comprendere anche che solo la battaglia che non si è combattuta è inesorabilmente persa, in quanto solo la lotta può realmente pagare.

Il che non significa il dover nascondersi i tragici errori necessariamente compiuti dalla propria parte nel passato o, anche nel presente, dover comunque difendere le scelte evidentemente controproducenti compiute da chi si definisce comunista. Anche perché decisivi sono sempre e soltanto i risultati effettivi delle proprie azioni, non certo i buoni propositi che hanno prodotto degli esiti infausti. Come in ogni cosa il reale comunista, il reale rivoluzionario è chi agisce in tal senso e non chi pretende di esserlo.

19/06/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo
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