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Si gioca la partita per il contratto

La parte economica, sottoscritta, del CCNL Istruzione e Ricerca non recupera le perdite salariali pregresse e, probabilmente, future. La trattativa sulla parte normativa rischia di chiudersi con ulteriori peggioramenti delle condizioni di lavoro. E’ necessario rilanciare il protagonismo dei lavoratori della scuola per ottenere un contratto migliore.


Si gioca la partita per il contratto Credits: Caputo Angelo

 Il primo aprile è stato sottoscritto tra l’ARAN e tutti i sindacati rappresentativi, compresa la FLC-CGIL, l’ipotesi di contratto per il triennio 2025-2027 del comparto Istruzione e Ricerca. L’ipotesi di contratto sottoscritta ad oggi riguarda solo la parte economica, escludendo quella normativa che è stata demandata a una fase successiva di contrattazione. Governo e sindacati firmatari del precedente contratto hanno voluto concludere il prima possibile la parte economica, che in genere è contrattata a contratto scaduto. Il contratto del precedente triennio era stato chiuso a dicembre del 2025. Con due contratti chiusi in pochi mesi, gli aumenti di sei annualità avvengono in un tempo più breve, facendo percepire un maggiore aumento di stipendio ai lavoratori. Non che chiudere il contratto prima che sia scaduto sia di per sé un evento negativo, anzi tutt’altro. Tuttavia le incertezze internazionali avrebbero dovuto dettare maggiore prudenza a sottoscrivere degli aumenti economici che rischiano di essere molto al di sotto dell’aumento dell’inflazione.

Per i lavoratori del comparto scuola è previsto un aumento medio di circa il 6%, che è quello previsto dall’Istat per l’inflazione del triennio del rinnovo. Aumento che è al di sotto di quello che sarà il probabile incremento dell’inflazione per il triennio, per via del blocco dello stretto di Hormuz, dei danni all’industria petrolifera dell’area e delle sanzioni alla Russia. Tale stima è stata infatti effettuata nel giugno 2025 sull’indice IPCA-NEI, ovvero l’Indice dei Prezzi al Consumo Armonizzato al Netto degli Energetici Importati [1], che non tiene in considerazione il recente aumento di prezzo dei carburanti. Tale stima si basa infatti su una proiezione dell’economia mondiale che prevede un prezzo del greggio Brent tra gli 80 dollari e i 60 dollari al barile per il triennio in esame, mentre attualmente il prezzo del petrolio Brent è sopra i 100 dollari al barile.

Eppure la CGIL il 22 gennaio 2009 non sottoscrisse l’accordo quadro della riforma degli assetti contrattuali proprio per la stima degli aumenti salariali basata su questo indice, che tutt’ora ritiene inadeguato per stimare il reale aumento del costo della vita per i lavoratori nei periodi di forte rialzo dei beni energetici. L’indice, non prendendo in considerazione il prezzo dei beni energetici importati (come gas e petrolio), non misura la reale inflazione in questi periodi sottostimandola. Questo indice, su cui sono parametrizzati i salari nominali, è un ulteriore elemento ideologico per giustificare la riduzione dei salari reali dei lavoratori, che crescono meno del costo della vita. La stima dell’Istat è stata fatta inoltre nel giugno 2025 prima dell’aggressione americana e israeliana all’Iran, i cui strascichi si protrarranno per anni. I danni all’industria petrolifera e gasifera dei Paesi del Golfo sono già molto elevati da prevedere tempi non brevi per la ricostruzione, anche dai tre a cinque anni come nel caso dell’impianto di Ras Laffan in Qatar, uno dei più grandi porti gasieri al mondo, fondamentale per le importazioni di GNL in Europa e Italia.

A un mese dall’inizio del conflitto in Medioriente gli effetti di questa guerra avrebbero dovuto suggerire maggiore prudenza a sottoscrivere un accordo basato su previsioni assai improbabili formulate in tutt’altro contesto internazionale. Il diesel alle stazioni di rifornimento italiane è già intorno ai 2 euro al litro, ovvero circa un 30% di aumento rispetto al prezzo prima del conflitto con l’Iran. In un Paese dove le merci viaggiano essenzialmente su gomma ciò avrà pesanti ricadute sui prezzi dei generi alimentari, a partire da frutta e verdura. L’Istat ad aprile 2026 ha già registrato una stima di crescita dell’inflazione per l’indice NIC [2] del +2,8% su base annua, dovuta prevalentemente ai prezzi degli energetici passati da +9,5% rispetto a -2,1% del mese precedente e degli alimentari non lavorati passati a +6,0% rispetto a +4,7%. Secondo l’Unione Nazionale Consumatori ogni famiglia con due figli avrà in un anno un rincaro medio superiore ai 1000 euro, dovuto essenzialmente a spese non comprimibili, ovvero che non possono essere evitate, come la spesa alimentare e le bollette.      

Se lo scenario di incertezza internazionale rende del tutto opinabile la possibilità che effettivamente il nuovo contratto recuperi con gli aumenti previsti l’incremento del costo della vita per il triennio 2025-2027, quello che è certo è che con questo contratto si rinuncia ad ogni pretesa sul recupero di quel’11% perso nel triennio precedente, dove il contratto ha previsto un aumento di circa un 6% a fronte di un’inflazione reale del 17%. Eppure in quell’occasione la FLC-CGIL aveva deciso di non firmare il rinnovo contrattuale. Sostenere che oggi gli aumenti previsti sono allineati all’inflazione prevista dall’Istat è una motivazione piuttosto debole per avvalorare la propria firma al rinnovo contrattuale, né la dichiarazione congiunta di tutte le organizzazioni sindacali firmatarie del contratto comporta impegni certi da parte del Governo a prevedere ulteriori aumenti successivi. 

La motivazione della firma deve evidentemente essere diversa da quella del recupero dell’inflazione prevista. Da una parte è fuori dubbio che una parte del sindacato non ha ben digerito l’essere tagliata fuori dalle contrattazioni di secondo livello, a cui non si può accedere non firmando il contratto nazionale, in particolare nel settore della ricerca dove si accede con la firma alle contrattazioni di ente. Dall’altra c’è la partita normativa ancora aperta, su cui si vuole incidere. Diversamente dal contratto per il triennio 2022-2024, che ha previsto modifiche minime alla parte normativa, la parte normativa di questo contratto è ancora tutta da definire. L’aver apposto una firma alla parte economica, prima di raggiungere un accordo sulla parte normativa, non mi sembra il miglior modo per affrontare questa difficile trattativa.

La parte normativa, chiusa la parte economica con aumenti che non recuperano quanto perso negli anni, sarà la partita, che negli intenti dovrà chiudersi entro il 2026. Il Governo nel suo atto di indirizzo punta ad aggiornarla richiedendo nuove competenze in linea con le modifiche apportate dal PNRR, modifiche che vuole diventino sistemiche. Quindi una maggiore tecnologizzazione e burocratizzazione della professione insegnante, nuove ingerenze sulla libertà di insegnamento da piegare alla volontà politica ministeriale, minore democraticità all’interno delle scuole, una separazione delle carriere del personale con la formazione di un middle-management cinghia di trasmissione del dirigente e del Ministero, una scuola sempre più incentrata sul formare nuovi lavoratori a bassa qualifica piuttosto che esseri pensanti. In questo quadro si inseriscono anche le altre riforme volute o programmate: i provvedimenti per l’attuazione del PNRR, le nuove Indicazione nazionali, le riforme dell’istruzione tecnico-professionale e la revisione degli organi collegiali. I punti salienti della trattativa potrebbero quindi essere le norme disciplinari dei docenti, a costo zero, il docente stabilmente incentivato e il middle-management. Una maggiore aziendalizzazione della scuola pubblica da far passare ai lavoratori forse con qualche contentino come buoni pasto, "welfare aziendale” e assicurazione a carico dell’amministrazione. 

Il 12 maggio inizieranno gli incontri all’ARAN per riscrivere la parte normativa. La piattaforma della FLC-CGIL, sebbene a mio avviso non ben esplicitata pubblicamente, ha notevoli punti di distanza da quella degli altri sindacati, molti dei quali favorevoli al middle-management. Giocare questa partita a porte chiuse, in assenza di una mobilitazione dei lavoratori per ottenere rapporti di forza più vantaggiosi nei luoghi lavoro da far pesare al tavolo delle trattative, è il modo migliore per perderla. Si è perso molto tempo utile, anche da parte della FLC, per coinvolgere i lavoratori nell’elaborazione di una piattaforma collettiva di rivendicazione contrattuale.

È, invece, necessaria una nuova stagione di protagonismo dei lavoratori per spostare i rapporti di forza e impedire l’ulteriore aziendalizzazione e riduzione degli spazi di democraticità nelle scuole. Perché ciò si concretizzi, bisogna far vivere fin da subito nelle scuole i temi dell’inadeguatezza del salario e del peggioramento delle condizioni di lavoro. Solo un forte movimento spontaneo di lotta dei lavoratori, con chiare rivendicazioni sul proprio lavoro e sul salario, potrà determinare la chiusura di un contratto non peggiorativo delle condizioni di lavoro e riaprire gli spazi per lo stanziamento in futuro di nuove risorse economiche da destinare ai lavoratori.

Sarà una partita difficile da un esito incerto, anche perché forte è la passività dei lavoratori, favorita da anni di scioperi di testimonianza che non hanno migliorato le condizioni di lavoro né hanno permesso di fermare la compressione salariale. All’interno dei posti di lavoro è sempre più evidente la sfiducia nel proprio protagonismo e la stratificazione dei ruoli determinata dall’autonomia scolastica, sopratutto dove non vi è una forte unità tra colleghi. Le sirene della meritocrazia e dell’individualismo sono sempre più presenti in una categoria che vede negli elementi della democraticità del loro rapporto di lavoro, come gli organi collegiali, inutili perdite di tempo, anche perché ridotti a organi di ratifica delle decisioni prese dal dirigente scolastico. Nonostante tutto ciò è necessario giocare questa partita non riducendosi a fare le Cassandre della situazione, inveendo contro la passività dei lavoratori e i sindacati venduti.

Note:

[1] L’indice IPCA è stato sviluppato per confrontare i dati all’interno dell’Unione europea, e fa riferimento alla spesa effettiva delle famiglie, prendendo in considerazione i saldi stagionali e i prezzi scontati. Nella variante IPCA-NEI sono esclusi nel calcolo dell’inflazione l’impatto dei prodotti energetici importati.

[2] L’indice nazionale dei prezzi al consumo per l'intera collettività misura l'inflazione per l'intero sistema economico, al lordo dei tabacchi, secondo il punto di vista del consumatore finale, considerando l’Italia come un'unica grande famiglia senza differenze di classe sociale.

08/05/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: Caputo Angelo

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L'Autore

Marco Beccari
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