La campagna presidenziale portoghese entra nella fase decisiva con uno scenario inedito: molte candidature di area progressista e di centrosinistra, ma una divaricazione strategica che può pesare sul risultato finale. In questo quadro il Partido Comunista Português (PCP), insieme al Partido Ecologista "Os Verdes" (PEV), ha scelto di sostenere António Filipe, giurista, docente universitario ed ex vicepresidente dell’Assemblea della Repubblica, presentando una proposta coerente con i valori della Rivoluzione di Aprile e con un’agenda sociale concreta su salari, prezzi, pensioni e sanità pubblica. L’obiettivo è impedire la normalizzazione della destra, che si presenta con volti diversi ma con la stessa direzione di marcia antisociale, e riportare al centro la rottura con l’austerità permanente, aggravata dall’impennata dei prezzi degli ultimi anni.
Alle elezioni presidenziali del 18 gennaio si arriva con il presidente uscente Marcelo Rebelo de Sousa, esponente del Partido Social Democrata (PSD) di centro-destra non ricandidabile, con un eventuale ballottaggio l’8 febbraio. La scheda conterrà candidati sostenuti dai principali partiti: per il PSD corre Luís Marques Mendes, membro del Consiglio di Stato, per il Partido Socialista (PS) l’ex segretario António José Seguro, per Chega! il leader dell’estrema destra André Ventura, mentre nella sinistra radicale si presentano sia il già citato António Filipe che Catarina Martins, in rappresentanza del Bloco de Esquerda (BE); tra i nomi di peso figurano anche l’ammiraglio Henrique Gouveia e Melo, indipendente, e il liberale João Cotrim de Figueiredo. L’alta frammentazione, soprattutto nel campo progressista, rende più probabile l’assenza di una maggioranza assoluta al primo turno e apre il tema dei riposizionamenti in caso di ballottaggio.
La moltiplicazione di candidature a sinistra rischia dunque di indebolire il campo popolare nell’unico momento in cui sarebbe necessario convergere su una piattaforma sociale netta per isolare la destra. I sondaggi aggregati pubblicati in questi giorni registrano una competizione a più punte, con l’elettorato progressista disperso tra Seguro, Martins e Filipe, mentre Ventura, Marques Mendes e Cotrim massimizzano la visibilità mediatica. In un paese che nel 2025 ha visto la crescita parlamentare di Chega! e l’insediamento del governo di centro-destra guidato da Luís Montenegro, l’eventualità di una vittoria della destra o di un ballottaggio sbilanciato a destra non è remota.
Per contrastare i temi cari alla destra, la campagna comunista ha scelto un baricentro chiaro: lavoro, salari, prezzi e difesa del Serviço Nacional de Saúde (SNS). Dal 2021, i prezzi che compongono il paniere familiare sono cresciuti molto più dei salari e delle pensioni: +30,5 per cento per l’alimentazione, +22,1 per cento per gli oneri di abitazione, elettricità, gas e acqua; il salario minimo portato a 920 euro lordi resta appena sopra la soglia di povertà al netto dei contributi; oltre due milioni e mezzo di lavoratori guadagnano meno di 1000 euro mensili. In parallelo, affitti e rate dei mutui hanno proseguito la risalita, mentre l’aumento di molte tariffe pubbliche e private a inizio 2026 ha ulteriormente eroso il potere d’acquisto delle famiglie. Su questa base, il PCP rivendica un “vero shock salariale”: salario minimo a 1050 euro già nel 2026 e aumenti generali del 15%, con una soglia di incremento minima di 150 euro; sulle pensioni un incremento di almeno il 5%, con un minimo di 75 euro supplementari per ogni pensionato.
Accanto ai redditi, il fronte dei prezzi. La proposta comunista prevede il controllo dei prezzi sui beni e servizi essenziali del carrello, la regolazione del mercato della casa e un piano di sostegno all’abitare che privilegi il settore pubblico e cooperativo rispetto alla rendita immobiliare. L’impostazione è coerente con l’analisi che il PCP ripete da mesi: l’inflazione non può essere scaricata sui lavoratori mentre i grandi gruppi privatizzano i profitti e socializzano i costi; la leva fiscale, gli strumenti regolatori e la domanda pubblica devono spostare l’asse dalla speculazione al salario e all’investimento produttivo.
Il nodo sanitario è l’altro pilastro della candidatura Filipe. Il PCP, infatti, denuncia da tempo una strategia di “smantellamento” del SNS: chiusure di servizi e urgenze, esternalizzazioni crescenti, sottofinanziamento strutturale, carenza di personale e amministrazioni piegate alla logica del privato. Le conseguenze, come d’abitudine, ricadono sulle classi lavoratrici e sui più vulnerabili: liste d’attesa allungate, sospensioni di attività ordinarie, difficoltà ad accedere alle cure, oltre un milione e mezzo di cittadini senza medico di famiglia almeno dall’inizio del 2023. Di fronte a questo quadro, la piattaforma ecologista e comunista propone il rafforzamento del finanziamento stabile del SNS, l’assunzione di personale con valorizzazione di carriere e retribuzioni, l’autonomia gestionale delle unità pubbliche, lo stop alle privatizzazioni e a criteri di profitto incompatibili con la tutela universale della salute. La battaglia per la sanità pubblica, insiste il PCP, è parte integrante della difesa della Costituzione e dei diritti sociali di Aprile.
La CDU (Coligação Democrática Unitária), nome ufficiale della coalizione che unisce PCP e PEV, si è infine schierata contro il “pacchetto” del governo Montenegro, giudicato una dichiarazione di guerra ai diritti: facilitazione dei licenziamenti senza giusta causa, precarizzazione, allungamento dei contratti a termine, ripristino dei “banchi ore” individuali, restrizioni al diritto di sciopero e attacco alla contrattazione collettiva. La grande mobilitazione dell’11 dicembre, culminata nella riuscita giornata di lotta, ha reso evidente che la società reale – lavoratrici, lavoratori, giovani – non accetta che la crisi venga pagata dal basso. Su questo crinale la candidatura di Filipe si presenta come l’unica che lega la scelta del Presidente alla difesa di salari, tempo di vita e stabilità occupazionale, respingendo la falsa neutralità istituzionale quando in gioco è l’eguaglianza sostanziale.
La partita elettorale, tuttavia, non si gioca solo sul merito sociale ma anche sul campo simbolico e democratico. L’episodio dei manifesti di André Ventura contro la comunità rom, rimossi per ordine del tribunale amministrativo di Lisbona perché discriminatori e suscettibili di incitare all’odio, ha squarciato il velo sulla natura della destra estrema: normalizzata nei salotti tv, ma portatrice di un linguaggio di esclusione che ferisce i principi costituzionali. È un precedente politico oltre che giuridico e conferma la necessità, sottolineata dal PCP, di un fronte popolare che combatta il razzismo e la guerra sociale con la forza dell’uguaglianza e dei diritti universali.
Da qui la critica alla frammentazione progressista. La candidatura di Catarina Martins, per quanto autorevole sul piano personale e radicata in settori urbani e giovanili, non costruisce un asse sociale alternativo se resta separata dalla piattaforma del lavoro, dei salari e del SNS pubblico, e se non assume fino in fondo la rottura con le compatibilità neoliberali che hanno permeato anche fasi di governo del PS. Il rischio è quello di indebolire l’opzione di sinistra al primo turno e, in caso di ballottaggio, presentarsi senza una forza contrattuale capace di spostare l’ago della bilancia sul terreno sociale.
La posta in gioco, insomma, è la direzione sociale del paese in un quinquennio che deciderà se il Portogallo uscirà dall’emergenza permanente o se continuerà a viverci dentro. In un sistema semipresidenziale dove il Capo dello Stato ha poteri di influenza non irrilevanti – dal veto politico alla dissoluzione dell’Assemblea in crisi – il suo ruolo non è trascurabile. E, alla prova dei fatti, l’unica candidatura che intreccia memoria, Costituzione e conflitto sociale, indicando misure immediate e verificabili su salari, prezzi e sanità pubblica, è quella di António Filipe e della CDU. Per questo, al di là delle appartenenze, chi vuole davvero fermare la destra e riaprire la speranza dovrebbe chiedersi chi sia disposto a usare la presidenza per far vivere i diritti sociali e la sovranità democratica conquistati con il 25 Aprile 1974.