Nella nuova puntata dell’Osservatorio sul mondo che cambia, il professor Orazio Di Mauro offre un’analisi ampia e intrecciata delle principali linee di frattura geopolitiche che attraversano l’Eurasia e coinvolgono direttamente anche gli interessi italiani. Il quadro si apre sull’Ucraina, dove una breve tregua informale non ha mutato la sostanza del conflitto: i combattimenti proseguono e la prospettiva di una fine negoziata appare legata più a un possibile riassetto della leadership di Kiev che a sviluppi militari decisivi. Mentre le forze russe consolidano lentamente le posizioni anche oltre il Donbass, emerge il nodo strategico della centrale di Centrale nucleare di Zaporizhzhia, che Mosca non intende cedere e che rappresenta un elemento cruciale sia sul piano energetico sia su quello simbolico. Sul versante europeo, lo stallo sui nuovi finanziamenti a Kiev evidenzia le fratture interne all’Unione, con l’Ungheria di Viktor Orbán che blocca ulteriori crediti in nome della sicurezza energetica nazionale, entrando in rotta di collisione con la Commissione guidata da Ursula von der Leyen. L’attenzione si sposta poi sul Medio Oriente. La presenza della portaerei USS Gerald R. Ford nel Mediterraneo viene interpretata come strumento di pressione più che preludio immediato a un attacco contro l’Iran. La precedente guerra di dodici giorni tra Israele e Teheran avrebbe dimostrato i limiti strutturali di un conflitto diretto: Israele, privo di profondità strategica, non potrebbe reggere una lunga guerra di logoramento, mentre l’Iran dispone di capacità missilistiche in grado di colpire infrastrutture vitali. In questo equilibrio precario, l’opinione pubblica americana appare largamente contraria a un nuovo intervento armato, elemento che condiziona le scelte di Donald Trump. Il quadro si complica ulteriormente con le tensioni tra Afghanistan e Pakistan, lette come parte di una più ampia competizione indiretta tra Stati Uniti e Cina per il controllo delle rotte e degli equilibri dell’Asia centrale. Pechino osserva con attenzione anche la crisi iraniana, consapevole che un eventuale cambio di regime a Teheran avrebbe conseguenze rilevanti sui propri approvvigionamenti energetici.