La dedica apposta dallo storico israeliano Ilan Pappé a questo suo scritto ("Ai bambini palestinesi, uccisi, feriti e traumatizzati dal vivere nella più grande prigione del mondo") vale più di tutti i più accalorati dibattiti televisivi degli ultimi due anni sulla striscia di Gaza e custodisce il commento più penetrante che si potesse riservare alle sanguinose vicende che da decenni coinvolgono la turbolentissima area di conflitto, per trovare nel biennio 2023-2025 l’insuperata, e storica, acme tragica. Non per ragioni genericamente "morali", dopo lo scandalo epocale dello scempio barbarico di qualsivoglia, imprenscindibile considerazione umanitaria da parte dell’entità sionista, dopo i fatti del 7 ottobre, ma per la marmorea perentorietà e la tempistica della consegna alle stampe di questo suo libro, la cui memoria è più degna di essere rinverdita, alla luce dei fatti posteriori, che ne statuiscono l’eloquente, sciagurata esemplarità.
Ben prima che le folle dei manifestanti dilagassero nelle strade e nelle piazze di tutto il mondo in difesa dell’elementare diritto alla vita dei bersagli degli ardimentosi cecchini della sedicente "unica democrazia mediorientale", il "nuovo storico" israeliano Pappé descriveva infatti con dovizia di particolari le insostenibili condizioni di vita di un popolo costretto nella "gabbia" di Gaza nel silenzio dell’Occidente dei diritti civili e delle guerre "umanitarie". E nel fare questo, ricostruiva la ferrea genealogia di una pulizia etnica [1] di lungo periodo, non contingente o emergenziale, il concreto articolarsi di una fredda e studiata guerra d’usura e di sterminio da parte dello stato d’Israele, finalizzata al logorio e all’esaurimento identitario oltre che fisico di un popolo e a produrre l’eclisse di qualsivoglia progetto di ricomposizione politica e territoriale. Quel che ne scaturiva, era ed è un disegno di vasto momento ed esiziale, che si struttura del complesso intreccio tra messianismo ebraico a sfondo teologico, dunque "ispirato" ed esaltato fondamentalismo religioso, banalissima ma ruvida e prosaica istanza territoriale, variamente cosmetizzata e propalata, e materialissima e più o meno suadente rappresentanza locale dell’universo valoriale dell’Occidente "bianco" dall’antica compulsione colonialista, in quanto appendice civilizzatrice (a vertiginoso tasso di apartheid) in partibus infidelium. Un disegno che, letto in filigrana, come fa lo Storico di Exter con imponente arsenale documentario, pur riconoscendo la stratificata complessità dell’intera vicenda, invalida seccamente e denuda il romanzo edificante costruito da, in e fuori di Israele dagli albori della sua avventura e riassunto nelle enfasi celebrative dell’eroica epopea sionista come mito fondativo ed emancipatorio di una società liberata e liberante, o anche nella versione sentimentale dello stato d’assedio permanente sostenuto con intrepida dedizione alla causa senza abdicare ai principi di una sana democrazia liberale. Così come irride la retorica ipocrita e furbesca dei "due popoli, due stati", che continua ridicolmente a costituire la foglia di fico, e l’alibi, di tutte le dilazioni, gli inganni, i sotterfugi collettivi o bipartisan perpetrati ai danni del popolo di Arafat [2], e che ritorna insulsa a due anni dagli eventi nel mainstream giornalistico come vago e mistificante orizzonte consolatorio, che non solo sprofonda nella propria labilità fattuale (dopo che se ne è testardamente vanificata qualunque attendibilità politica), ma conferma la malafede internazionale dei manutengoli governicchi delle democrazie occidentali, agenti solerti dell’obliquo disegno compensatorio verso gli "Ebrei".
Retorica, dopo gli eventi degli ultimi due decenni letteralmente polverizzata dalla barbarica escalation e dalle provocazioni intenzionate di quello stato, ma prima dosata nell’intermittenza di pensosi conati diplomatici e feroci, ripetuti interventi repressivi ad alto tasso omicidiario, che poteva dare l’impressione della pur ardua ricerca di una possibile mediazione, anche se a molti (come Pappé) non sfuggiva il dato politico di fondo, il vettore asintotico che lo Storico definisce, precisamente ritmandone la cadenza temporale (momenti chiave il 1948, il 1957, il 1958, il 1960 e il 1967 [3]) "le tappe di un incessante progetto colonialista volto a ebraicizzare il più possibile la Palestina storica e a de-arabizzarla" (pp. 28 e 99). Retorica, organizzata su due date-cardine, che fornivano le "pietre angolari" per forzature risolutive, punti di non ritorno politici, giuridici e culturali, che avrebbero incardinato le linee d’azione generali della potenza coloniale occupante e disegnato in modo definitivo il perimetro strategico del suo operare. Se dopo la Nakba del 1948 si divisava di estendere "l’autorità militare già imposta a un gruppo di palestinesi (la minoranza all’interno di Israele) a un altro gruppo palestinese (gli abitanti della Cisgiordania e della Striscia di Gaza)" (p. 22), nel 1967, dopo la miliare Guerra dei sei giorni, il progetto di cancellazione tendenziale dell’entità arabo-palestinese [4] si strutturava su forme più organiche, solidificate dal successo clamoroso sul campo di battaglia del moderno Davide e realisticamente sanzionate dal fait accompli. Robustamente scortato dalle simpatie di un’Europa che non ha mai smesso, dal secondo dopoguerra, di investire sul Paese fondato da Ben Gurion in termini di indifferibile risarcimento per i sensi di colpa rispetto alle incancellabili responsabilità storiche nella Shoah - di un Occidente in generale, che ha pensato l’enclave sionista come antemurale mediterraneo nei riguardi della "fertile" terra incognita, testa di ponte strategica in un’area cruciale per le tanti ragioni che conosciamo. Soprattutto, come "agente" ideologico del plesso valoriale "bianco" nella torbida e inaffidabile area arabo-mediorientale [5], già abbondantemente segnata dal condominio coloniale franco-britannico seguito agli esiti della Prima guerra mondiale, poi destinata a ospitare le vittime della strage perpetrata dai nazifascisti. E sfociata, dopo le terribili vicende che culminano nella foga di annientamento consumata dal delirio hitleriano, nel recupero di quel "focolare" ebraico che, implicitamente teorizzato dal fondatore del sionismo, Theodor Herzl, nel congresso fondativo di Basilea del 1897, avrebbe preso corpo nella britannica "Dichiarazione Balfour" di venti anni successiva, che segnava la legittimazione "bianca" dell’avvio del lungo processo di insediamento dei "senza patria" nella terra favolosa delle origini (mentre disinvoltamente solleticava l’orgoglio arabo per giovarsene nei confronti del contingente nemico ottomano). [6]
Una vicenda, nel suo complesso e nei suoi sviluppi, sufficientemente "incaprettata" dal tempo da consentire all’imponente apparato ideologico, che ne ha accompagnato le tappe realizzative e conflittuali, di giustificare a livello di grande opinione pubblica, la confusione e le ambiguità, che hanno fatto dei Territori occupati (come Pappé senza esitazione alcuna li definisce) "aree contese", stabilendo una sommaria e pasticciata simmetria tra i due popoli, in una sorta di astratta e asettica competizione di "ragioni", volentieri avvolte nelle nebbie di un’"indecifrabilità", che favorisce lo statu quo e impedisce la corretta dislocazione di attori e responsabilità.
È questo che soprattutto giustifica una lettura intempestiva e a posteriori del libro di Pappé, che chi vorrà potrà utilmente integrare alla sua ultima e decisiva fatica [7], quella che, prima di diagnosticare l’impasse strategica di Israele, il suo fallimento epocale, la tendenziale decomposizione statuale, porta a sintesi dolorosa la parabola di un progetto bensì di agognato affrancamento dalle infamie subite sul Vecchio continente (con ampie propaggini euro-asiatiche) - poi risoltosi nelle angustie e nelle coazioni a ripetere di una classica, cruda soluzione coloniale, a spese delle vittime contingenti (che fa della Palestina il paradigma insuperato dell’ignominia storica moderna).
Oltre a confermare implicitamente la presenza in quel paese di una ristretta, ma agguerrita minoranza di cittadini consapevoli, la paziente e rigorosa indagine genealogica dello storico israeliano attraversa la "questione" in modo assai dettagliato e, sull’asse delle date cruciali, che muovono dalla pulizia etnica del 1948, individua con nettezza il filo rosso di politiche che, talora divergenti su modi e tempi, cioè sulla tattica, mai hanno deflesso dallo scopo originario e finale, coincidente con l’intento di una evacuazione tendenzialmente integrale di quel territorio verso i paesi limitrofi, da articolare in base alle specifiche circostanze e alle opportunità circostanziali. Pappé esamina dunque minuziosamente i percorsi decisionali che si imposero allorché le opzioni militari modificarono la situazione sul campo in senso favorevole a Israele. Decisiva, dopo la voragine della Nakba del 1948 (per Israele letterale e trasfigurata "guerra di indipendenza"), la data cruciale del giugno 1967 (coincidente con l’epopea dei "Sei giorni", che Pappé riassume nella "favola dell’attacco preventiva", p. 77 e sgg.), che avviò la “guerra delle scelte” (pp. 51-100) e spalancò il ventaglio delle possibilità strategiche aperte dalla fulminea vittoria militare, che pezzi maggioritari del governo (allora presieduto da Levy Eshkol) e lo Stato Maggiore (figura dominante il leggendario Moshe Dayan [8]) avevano apparecchiato predisponendo una lunga serie di provocazioni ai confini dello Stato. Ne conseguì, com’è noto, l’occupazione di Gerusalemme Est, della Cisgiordania e della Striscia di Gaza (già a suo tempo invasa nel 1956), che il Ministro delle Finanze Pinchar Sapir vedeva già allora come "fossa dei serpenti" (p. 114-15), con l’infelice lapsus, che anticipava un abituale, offensivo lessico animalizzante ai danni degli Untermenschen arabo-palestinesi.
Ma ancor più decisiva ed eloquente (nonché consequenziale) si sarebbe rivelata la "progettazione della mega-prigione" (pp. 101-147), cioè l’insieme delle ideazioni programmatiche (e delle pratiche) che avrebbero materialmente sostanziato e cristallizzato la politica di occupazione permanente, il piano della concreta gestione della popolazione in esubero (portatrice di un inquietante e cruciale problema demografico - quello che, a ben vedere, sovraordina ab origine tutte le politiche dello stato sionista, in particolare dagli anni Cinquanta e che lo ha alla fine orientato verso una sorta di ruvida ma necessaria … soluzione finale). In un controverso e ambiguo gioco di sponda con un non sempre piattamente connivente alleato nord-americano (almeno fino al 1968, quando si definì la sovrapposizione di fatto e l’osmosi geo-strategica tra le due compagini [9] e Israele divenne "risorsa della guerra fredda", p.124, "il figlio prediletto dell’America", che "così poteva continuare a fare quello che voleva in Palestina", p. 139), la classe dirigente sionista, in una concorde postura bipartisan, e in uno scaltro gioco delle parti, ha scrupolosamente vagliato le soluzioni possibili, tenendo ben fissa la barra dell’orientamento ultimo: consolidare ed estendere l’occupazione militare, procedere nella "continuazione della pulizia etnica del 1948 e dell’espropriazione globale della Palestina" (P. 100). Donde, i sapienti sforzi di "porgere" il brutale dato di fatto a un’opinione pubblica mondiale che non faticò (in quella stagione storico-politica di grossa sensibilità "internazionalistica") a rendersi conto della prepotenza che andava cristallizzando [10]. Donde, le invenzioni degli apparati e gli "occultamenti linguistici", artefici gli esponenti ministeriali "della sinistra sionista liberale o socialista", miranti a escogitare "il linguaggio e l’approccio necessari" ad assicurare "a Israele l’immunità dalle sanzioni per ogni sua trasgressione del diritto internazionale e dei diritti umani" (p. 132). Sostanziato dalle disumane pratiche reali, dalle variamente graduate e implacabili politiche di espulsione, alle incarcerazioni amministrative, all’arrogante penetrazione nel territorio e alla diretta incorporazione dei beni dei residenti, alla produzione di un innumerevole profugato – a tutta la panoplia della cruda dissuasione, secondo una spietata logica darwiniana . È da allora che "insediare gli ebrei divenne il metodo principale con cui ridefinire ciò che è “nostro” rispetto a ciò che è “loro”"; e il fatto che una simile prassi sia tuttora in uso in quell’area [scrive Pappé nel 2017] testimonia bensì la fermezza dei palestinesi di fronte a una politica davvero determinata e sistematica di ebraicizzazione delle loro vite e di ciò che li circonda" (p. 116), ma anche la fredda, "visionaria" e compiaciuta determinazione suprematistica dei persecutori a portare fino in fondo il disegno di annullare tout-court quell’anomalia umana e antropologica.
D’altro canto, e com’è noto, pezzi minoritari della società israeliana del tempo non avevano mancato di sollevare perplessità di sostanza sull’intera operazione: dagli ambienti del piccolo Partito comunista di Israele era persino scaturita la richiesta di un ritiro incondizionato fin dal primo giorno dell’occupazione e una "Federazione israelo-palestinese" aveva fatto sentire in tal senso la propria voce. Così come "ai margini estremi della società (…) i gruppi antisionisti (…) speravano in una discussione più profonda sull’essenza stessa del sionismo e sull’esito della guerra del 1948" (p. 141). All’indomani del giugno 1967, in importanti settori della società civile "la questione del ritiro o dell’annessione dei Territori occupati sarebbe divenuta il significante che avrebbe tracciato in maniera nuova la scena politica israeliana" (p. 140). E "se non fosse stato per la cinica usurpazione del processo politico successivamente messa a segno dal movimento dei coloni" e per le corrispondenti scelte scelte dei governi, "Israele avrebbe consegnato i Territori in cambio della pace" (pp. 141-2) [11]. Alla fine, pertanto, prevaleva la linea dell’intransigenza, riassunta e organizzata da figure supremamente rappresentative dello Stato quali Yigal Alon, il "purificatore del Nord", protagonista della pulizia etnica del 1948, artefice di un celebre piano che, in un abile gioco di sponda con l’altro personaggio capitale del "pantheon degli eroi israeliani" (p. 162), Moshe Dayan, metteva alla prova il marchingegno principe dell’espansione territoriale: la politica dei "cunei colonizzati", l’espediente "urbanistico" che, a partire dal laboratorio di Gerusalemme, si protendeva progressivamente e acquisiva una rete di insediamenti in tutta la Cisgiordania, da occupare stabilmente e collegare poi attraverso l’avvio di infrastrutture che ricomponevano un tessuto territoriale omogeneo. "Il concetto dei cunei ebraici, che avrebbero infranto e impedito la continuità spaziale e l’integrità geografica dei palestinesi, non si limitava alla Grande Gerusalemme; esso venne applicato a tutta la Cisgiordania (…) Il primo passo consisteva nel colonizzare una località lontana per poi rivendicare come esclusivamente ebraica tutta l’area che si frapponeva tra Israele e il nuovo insediamento, applicando la medesima regola di esclusione anche alle strade che vi conducevano. Dopodiché il nuovo tratto di terra andava protetto; per fare ciò, venivano impiantati dei campi militari costruiti in fretta e in furia su altra terra espropriata" (pp. 170-171). Pratica non contingente o meramente reattiva, se nel 1976, in occasione di una visita nella valle del Giordano, il Premier laburista Yitzhak Rabin poteva affermare: "Questi insediamenti sorgeranno qui per molto tempo. Noi non costruiamo insediamenti per poi evacuarli" (p. 171). E se, nel 1977, quando salì al potere il Likud, prese piede "un piano di colonizzazione legittimato dall’ideologia del Grande Israele, in forza del quale divenne ammissibile l’annessione di qualsiasi spazio ambito dagli israeliani" (p. 172), risolvendo di pensare e perpetuare l’entità palestinese nella sua materialità vivente come res nullius, i cui spazi fisici storici si trasformavano materialmente in "spazi puramente ebraici" (p. 169). Le ragioni dell’autodifesa dal "terrorismo" e la percezione allarmata dell’"assedio" sostenuto nell’area mediorientale da parte dei paesi nemici e dell’eccezione palestinese, fornivano infine e al medesimo tempo il cemento del consenso interno e la solidarietà attiva dei paesi "amici" e alleati.
Una politica dalla quale, come mostra la cronaca circostanziata dallo storico israeliano, densissima nella ricostruzione degli eventi e svolta con precisione millimetrica da quell’epoca al tempo della pubblicazione del testo, i vari governi di quel Paese mai hanno desistito, confermandone via via il carattere strutturale, ad onta delle documentate fumisterie e dei raggiri diplomatici escogitati e delle complementari, pie intenzioni di quel "mondo libero", che ne ha "coperto" l’attuazione, problematizzandone e sfumandone tempi e modi, così confondendo l’opinione pubblica mondiale e preparando il terreno all’attuazione di fatto dell’iperbole sterminista più recente. Riletto nella fase attuale, il libro di Pappé dimostra non solo la ferrea e inesorabile coerenza e funzionalità delle opzioni all’obiettivo originario della formazione statuale di Ben Gurion e Golda Meir, ma anche che l’efferata e trasognata superfetazione narcisistica dell’oggi non costituisce la deroga emergenziale ed estrema cui è costretta dal frangente storico l’"unica democrazia mediorientale", ma il compimento allucinato di un lungo delirio solipsistico, che integra armonicamente lo stato sionista in quella parte del pianeta che porta nell’anima una millenaria, cieca pulsione nichilistica, ormai chiara agli occhi del resto del mondo. "Dalla prima all’ultima pagina – osserva l’Autore - questo libro descrive un movimento storico che per molti versi ha avuto inizio alla fine del secolo XIX, è continuato nel 1948 ed è ora giunto nella sua terza fase, quella avviata nel 1967. Il tempo ci dirà se questa sia quella finale. Finora, la resistenza e la fermezza palestinesi e l’ampio sostegno da parte delle società civili di tutto il mondo hanno impedito che lo fosse” (p. 50). Il tempo ci dirà anche, aggiungiamo noi, se, dopo gli ultimi, terribili eventi, questo auspicio conserva intatta la sua attendibilità storica.
Note
[1] Si veda l’omonimo volume dell’Autore (Roma, Fazi, 2008, ed. or. 2006).
[2] Morto, come si sa, in quel di Parigi, in seguito a un non meglio specificato "accidente cerebrovascolare" il 4 novembre 2004, lo stesso anno in cui veniva assassinato lo sceicco Ahmed Yassin, capo politico di Hamas.
[3] Quest’ultima, "un evento monumentale come la creazione dello Stato di Israele nel 1948", nelle parole del quotidiano "Haaretz", il diffuso quotidiano che "ebbe le sue responsabilità nella legittimazione euforica dell’occupazione a danno di un altro popolo e delle sue terre" (. 146).
[4] È noto che in Israele si preferisce caratterizzare e "assorbire" la popolazione palestinese dentro la definizione generica di "arabi", col risultato di diluirne e svilirne la connotazione propriamente nazionale, all’"arabità" attribuendosi per altro notoriamente una fisionomia antropologica di chiaro sapore razzista.
[5] Si pensi al leader radicale italiano Marco Pannella, già dal 1988 fautore di un progetto di adesione/integrazione dello stato sionista nella futuribile Unione europea, basato "sulla realtà e lealtà della sola nazione libera e democratica da quelle parti, perciò dalla forte radice europea. Peraltro testimoniata nel fondamento liberale della società israeliana e della vita “occidentale” dei suoi cittadini", sentenzia con l’abituale leggerezza tutta liberale tale Federico Guiglia, aggiungendo che il progetto, per lui sempre più attuale,"può contribuire a risolvere anche il drammatico conflitto senza fine in Medio Oriente", in "Israele nell’UE. Perché l’idea di Pannella va riscoperta", in https://startmag.it, 4 maggio 2024. Scriveva già sul quotidiano iper-occidentalista Il Foglio del 6 giugno 2023 (dunque a qualche mese dall’inizio dell’operazione di sterminio pianificato) Sergio Ravasio "The borders of Israel could become the borders of the United states of Europa (and of Mediterranean area)".
[6] Sulle macroscopiche responsabilità britanniche circa i misfatti di colonialismo e imperialismo rimandiamo ai tanti interventi pubblici di Jeffrey Sachs.
[7] La fine di Israele, Milano, Feltrinelli, 2025, di cui ci piace segnalare il sottotitolo, che recita Il collasso del sionismo e la pace possibile in Palestina.
[8] "Anni dopo, in un’intervista a “The New York Times”, Moshe Dayan ammise che in quel periodo la politica israeliana era provocatoria e appositamente condotta al fine di rabbonire i coloni ebrei prossimi al confine (…). Molti degli scontri a fuoco con i siriani furono deliberatamente provocati da Israele, spinti dai residenti dei kibbutzim (che) non avevano neppure cercato di di dissimulare la loro brama di terra””, pagg. 78-79.
[9] Quando cioè prese slancio definitivo e insediamento stabile dalle parti di Washington la formazione lobbistica che risponde al nome di AIPAC (American Israel Public Affairs Committee) fondato negli anni Cinquanta, nel tempo strutturatasi in potentissima lobby in grado di influenzare massicciamente le scelte di politica estera degli Usa.
[10] Vedi, l’iniziativa congiunta di India e Iugoslavia all’ONU, "di far passare una risoluzione che avrebbe chiesto a Israele di ritirarsi incondizionatamente entro i confini del 4 giugno (1967)", pag. 129, che si aggiungeva a quella sovietica (p. 128).
[11] "I politici israeliani riuscivano a destreggiarsi abilmente, dando l’impressione di affrontare seriamente la discussione sulle opzioni di pace e di ritiro, ma nel frattempo deliberavano tutta una serie di risoluzioni per delimitare chiaramente la Cisgiordania e la Striscia da Gaza come due future mega-prigioni sotto il controllo di Israele" (p. 143).