Il precipitare della situazione internazionale, con il proditorio attacco congiunto di Israele e Stati Uniti allo stato iraniano del 28 febbraio di quest’anno, rappresenta l’ennesima ma non imprevedibile manifestazione di sciagurata tracotanza imperial-coloniale, che si esercita su uno sfondo geo-strategico da sempre altamente infiammabile e come tale suscettibile di travolgere irrevocabilmente qualsiasi possibilità di raffreddare la temperatura delle relazioni internazionali. Al di là della confusione degli obiettivi (almeno per quanto riguarda l’irrequieta potenza d’oltreoceano, Israele dal suo canto perseguendo la linea di una pacificazione destinale e «tacitiana» della vasta area rivendicata more divino) e dei rischi connessi a un’operazione militare a forte carica d’annientamento, appare tuttavia chiaro che essa terremota ulteriormente, oltre la tradizionale e autoprodotta immagine oleografica del «mondo libero», il terreno delle relazioni interne a quel campo di forza occidentale, che anche prima della presidenza Trump mostrava segni inequivoci di una fibrillazione entropica e di divaricazione strategica (ben oltre le ricorrenti e rituali attestazioni di fedeltà canina o coappartenenza al medesimo ordine simbolico da parte della sgraziata e cacofonica compagine presieduta da Ursula von der Leyen). Ma già gli sviluppi dell’avventura ucraina deponevano, dopo l’amministrazione Biden che l’aveva attivamente promossa coinvolgendo con disinvoltura i fatui alleati europei, per una direttrice di disimpegno statunitense su quel teatro e per la soluzione del classico cerino in mano alle supponenti e velleitarie classi dirigenti del Vecchio continente.
Eppure, un irriflesso sentire comune dei piani alti della «casa comune», una certa indolente e stereotipata cultura politica diffusa hanno continuato a postulare, millantare o scimmiottare una sorta di comunità di destino di un «Occidente», inteso come asse indistinto e soggettività orgogliosamente irriducibile, «campione indomito della libertà e della dignità dell’individuo» [1], vocato a guidare il pianeta verso più vasti orizzonti e secondo comuni linee evolutive di civiltà ed ethos. Alla fine, una sempre più scolorita ipostasi, un’edificante ma logora postura ideologica risalente alla «parentela» gregaria dell’Europa con la ex-potenza unipolare, oggi palesemente arroccata nella difesa hobbesiana e ringhiosa del proprio particulare e da tempo nell’affanno estremo di una progrediente, fatale e scomposta decomposizione interna. La stessa, che l’ha rabbiosamente accompagnata dalla storica, più o meno suadente e indolore, «egemonia condivisa» a una vera e propria «egemonia tirannica» [2], rivelativa del piano inclinato che gli Usa hanno intrapreso a partire proprio dal momento in cui sembrava potessero comodamente installarsi sulla cuspide della società planetaria, dopo il crollo dell’Unione Sovietica e le «fortunate» guerre d’esportazione della democrazia. La bulimia neo-imperiale del gigante solitario al comando, ha alla fine prodotto la sua consunzione autofagica, della quale le intemperanze e i teatrali isterismi unilateralisti di Trump, residuanti un sempre meno credibile diritto del più forte, costituiscono il sintomo convulsivo terminale (anche se questo, lungi dal semplificare le cose, le rende tendenzialmente catastrofiche).
Dal suo canto, il vecchio partner europeo non gode patentemente di miglior salute e la piega presa dagli avvenimenti internazionali paiono decretarne una sorte anche peggiore, lo stallo necrotico che ne sancisce il confinamento a res nullius nello scenario mondiale che si è andato configurando. Il profilo irresponsabile tenuto nei riguardi del conflitto russo-ucraino sigilla l’irreversibilità suicida del fragile bastione economicistico che solennemente si è definito Unione Europea e che aspirava a un ruolo da protagonista mondiale. E reticenze e imbarazzi ipocriti palesati sulla vicenda di Gaza e sulla guerra iraniana, raccontano di un imbarazzato e irresoluto farfugliamento, che non può venire corretto da una semplice ed estemporanea rettifica «di linea». L’antica «fondazione americana» [3], troppo a lungo e purchessia a rimorchio del Grande Fratello d’oltreoceano e dei suoi stilemi ideologici, orfana balbettante del padre-padrone, precipita nell’afasia e nella paralisi politica. In nome di un’opzione di modello e di «civiltà», essa ha del tutto obliato l’arsenale concettuale che avrebbe consentito di scartare verso orizzonti, che pure attingerebbero a una memoria preziosa, se si volessero esplorare e attualizzare «zone» della sua vicenda culturale e politica, che hanno concepito e lasciato intravedere possibilità altre, rispetto al miserabile esito, che si dipana sotto i nostri occhi.
Di quello che lo stesso Luciano Canfora a suo tempo ha efficacemente definito «gigante incatenato» [4], insomma, oggi più di sempre stride quanto meno un’ambivalenza che sprofonda in una vera e propria schizofrenia, labilmente fluttuante tra gli estremi della declamazione accademica di valori, cui pure vanno riconosciuti grandi meriti emancipatori tendenziali, e una concomitante, consolidata pratica politica, di altrettanto lunga lena, che ne ha seccamente e cinicamente confutato gli assunti di fondo, che ne illuminavano l’ispirazione, i «punti alti» [5]. Si tratta di una contraddizione vistosa e macroscopica, che giunge oggi a un redde rationem doloroso, e che viene radicalizzata nella sua insolubilità dalla presenza attiva sulla scena di una classe dirigente, da noi come negli USA, dunque nell’intero blocco antropologico «bianco», largamente al di sotto delle esigenze del momento e dello stato generale del pianeta. Alla quale fa da moltiplicatore il contributo barbarico, ma coerente, del «commando» sionista, votato biblicamente a un «muoia Sansone» e a un cupio dissolvi dal profilo oscuramente nichilista [6] dall’altissimo valore simbolico e dal profilo apocalittico. Viene così a precipitazione tutto un universo di sedimentata arroganza, «borie mitologiche» (p. 75), risentite nostalgie suprematiste, stagnazione morale, ma anche di degrado cognitivo, di insufficienza di strumenti di governo analitico della realtà, che sono venuti covando dentro il quadro scintillante della globalizzazione a trazione statunitense, mentre questa costruiva intorno a sé nell’apparente vuoto pneumatico l’«ambiente» ideale per la naturalizzazione del suo dominio.
Ed è in questo contesto che matura l’ispida ma efficace metafora marziale, l’«elegante formula» (p. 10) del porcospino d’acciaio, col quale la figura più iconica della futile protervia politica europea, Ursula von der Leyen, dall’autorevole scranno di Bruxelles riproponeva l’esigenza e l’impegno ad attrezzare adeguatamente l’Unione stessa nella prospettiva di una vera e propria Confrontation militare con il nuovo nemico russo [7]. Un sovreccitato e isterico trasalimento agonico, la cui velleitarietà ben si situa in un quadro complessivo di emersione finale di riflessi nostalgici, automatismi e coazioni a ripetere, che mentre puntano a mascherare rumorosamente l’asfissia strategica del nostro emisfero nella sua globalità identitaria, si sforzano di occultarne il pregresso criminale e il retropensiero esclusivista, quell’ormai esangue «superiorismo» [8] che la crisi odierna denuda irrevocabilmente agli occhi della comunità internazionale. Ma che affonda le radici solidissime nel patente processo di «ricolonizzazione» (Canfora, passim), che dopo gli esiti della Seconda guerra mondiale e i connessi processi di emancipazione dei popoli «altri», trova dagli anni Ottanta un imponente rilancio, potenziato dagli esiti della Guerra fredda.
Cosicché, se ancor oggi «una tendenza mai sopita rivendica la giustezza del rapporto dominante che l’Occidente ha avuto per tanto tempo col resto del pianeta» (p. 19), osserva Canfora, sono nel frattempo venute meno le condizioni perché i tre quarti del pianeta continuino a soggiacere alle suggestioni dell’«occidentalismo», la pretesa persistente, allo stesso tempo superficiale e densa di retropensieri, di individuare un compatto e univoco asse valoriale che connoterebbe in positivo l’intera esperienza storica di questa parte del pianeta. E non solo per l’emersione prepotente di prestanti soggettività «altre», rispetto alle tradizionali auto-centrature certificate della storia «universale»; ma anche perché viene a chiarezza cristallina che, letta in trasparenza, è la storia stessa di occidente, a mostrare linee di frattura radicali, che descrivono una sorda, talora incandescente lotta intestina tra irriducibili alterità interne e soggettività, visioni del mondo tra loro divaricate e antagoniste, opposte e sanguinosamente confliggenti, portatrici di concezioni della vita radicalmente incomponibili. «Platone diceva che in tutte le città ci sono due città che combattono tra di loro», ricorda l’antichista Canfora, mentre evoca la dimensione valoriale e di contenuto di quella divisione, ricordandone le concrete vicissitudini e stilizzandone le corpose tracce storiche. Vale a dire «l’Occidente dilaniato tra progresso e reazione» (p. 7), ma anche sottilmente consonante nel condividere, nel profondo, un orgoglioso senso di superiorità, rispetto al resto del pianeta, cui si offrivano, al massimo, paternalistici e longanimi riconoscimenti o promesse, che non intaccavano la sostanza di un dominio, capace di iperboliche efferatezze, e variamente motivato e ripulito [9].
Lo «sguardo» che si rivolge alla questione coloniale è, per Canfora, uno dei sintomi (ma anche una preziosa chiave di lettura e cartina al tornasole) degli irrisolti interni di una compagine storico-ideale, la nostra, che manipola abilmente e da sempre il piano proprio dei valori, per governarne selettivamente la gestione, all’interno delle compagini nazionali o «d’area», come nel rapporto con le «periferie» del pianeta. Significativo il caso della nozione di uguaglianza, orgoglioso vanto culturale sul piano astratto dei principi, che viene sussiegosamente esibita come elemento di quella solitaria esclusività, ma che conosce chirurgici e «pragmatici» adattamenti, quando si tratta di offrirne la declinazione operativa, da noi come altrove. La categoria di «occidentalismo», alla cui «pervasività» per Canfora non si sottraggono a loro modo neanche i «dioscuri Marx ed Engels» [10], continua qui a lavorare in modo massiccio, a partire dal richiamo a un mondo classico (incipit, l’«autostima» greca, p. 46) che fonda genealogicamente quelle contraddizioni e le sublima e trascina come eredità nobile sagomata in base alle esigenze del dominio moderno dei «bianchi». Una imponente auto-rappresentazione e una sofisticata invenzione con la quale il nostro emisfero, i leniniani «vecchi banditi» (p. 8), trasfigurano la brutalità aporetica del loro produrre storia a propria misura, «il fenomeno centrale della storia moderna, l’assalto occidentale al mondo» (p. 56). E alla quale il «risveglio asiatico» a partire dal passaggio otto/novecentesco, sia pure, com’è ovvio, mediato dalle specificità etno-culturali, oppone le inquietudini di un nuovo, reattivo nazionalismo, estraneo agli aromi dello sciovinismo a sfondo razzistico a noi così lugubremente familiare. Quell’umanissimo scatto di dignità dei popoli coloniali, cui non a caso, e assai precocemente, si volge la riflessione del marxista eccentrico Lenin, in sostanziale solitudine rispetto al suo stesso gruppo dirigente, e anche prima del fallimento della «rivoluzione in occidente», come risorsa per una revisione globale dei quadri della convivenza, nella quale un ruolo non ancillare ma progressivo svolge la «bandiera dell’Islam», fermento originale di una potente insorgenza anti-colonialista. Quel «pensatore originale» (p. 61) dunque, che, dopo la Rivoluzione, in Meglio meno ma meglio (1923), ben individua «il terreno sterminato» (p. 62), che si spalanca all’azione rivoluzionaria internazionale, dopo il rifluire delle speranze europee, nei territori planetari soggetti alla restaurata signoria e all’astuta pressione coercitiva delle potenze vincitrici della Grande guerra, meschinamente impegnate a riprodurre se stesse e i propri, narcisistici automatismi imperialistici. Le medesime che, dopo la Seconda guerra mondiale, negli stridori «atomici» della Guerra Fredda, si impegneranno a rinnovare il «falso mito dell’Occidente» (pp. 19-38), opposto alla «barbarie asiatica», ora rappresentata da un Oriente, in grado di polarizzare in chiave conflittuale tutto il rimosso dei secoli di oppressione coloniale e a cristallizzare forme oppositive davvero insidiose, per gli assetti statuiti pro domo sua da una compiaciuta «società aperta».
L’implosione dell’Unione Sovietica e il crollo del Muro di Berlino, sono poi sembrate aver vanificato qualsivoglia velleità di scardinamento dell’ordine capitalistico e, con la «fine della storia», aver certificato il tramonto di ogni prospettiva di contenimento efficace delle sue pulsioni distruttive e la fuoriuscita dai suoi guasti strutturali. Così non è stato, e l’oggi racconta di una riconfigurazione inedita dei rapporti, grazie al pullulare di soggettività insospettate, politiche, statuali ed esistenziali, eversive degli assetti dati e difficili da contenere, nella loro portata qualitativa e quantitativa, da parte della stremata cittadella assediata occidentale. Ad esempio, rileva con forza Canfora, la possente ondata migratoria, attraverso la quale «l’Occidente armato e post-democratico, al di là dei tanti conflitti locali, scopre uno stabile punto di attrito diretto e violento contro “il resto del mondo”» (p. 65). Si tratta di una «lotta feroce, e perdente, che coalizza l’Occidente armato contro i tre quarti dell’umanità», e ci pone di fronte a «una nuova fase (…) della partita della decolonizzazione». Quell’irresistibile ondata, è «la risposta – imprevista – del mondo più esposto agli effetti devastanti della ricolonizzazione» (p. 66) e del suo carico di nefandezze, il sussulto di vitalità che spalanca scenari inediti nei rapporti tra le aree del pianeta e riapre imprevedibilmente giochi, che sembravano paralizzati nell’incantamento di un magnificato eterno presente. E che regala, finalmente, più di un motivo e di una speranza per riscoprire l’efficacia visionaria della fulminante locuzione attribuita a Trotzkij: « Non vogliamo fare il broncio alla storia, perché cammina per vie traverse».
Note
[1] Domenico Losurdo, Il linguaggio dell’Impero. Lessico dell’ideologia americana, Roma-Bari, Laterza, 2007, pag. 226.
[2] Cfr: « Trappola iraniana: il conflitto visto dalla Cina», Canale Youtube, @Kina_588.
[3] Lucio Caracciolo, « Libero», intervista del 17 febbraio 2025 di Salvatore Cannavò.
[4] Bari, Dedalo, 2020. Nel quale tra l’altro l’Autore, dopo aver preconizzato un attacco militare degli USA all’Iran, « nell’illusione (…) di poter instaurare anche lì un governo fantoccio», attribuisce (documentando dettagliatamente) ai governi americani la detenzione del « democratometro», il dispositivo analitico « in forza del quale decide quali governi – di altri Paesi – siano democratici e quali no» (p. 57).
[5] Cfr. Domenico Losurdo, p. 90. V. anche Pino Arlacchi (La Cina spiegata all’Occidente, Roma, Fazi, 2020, che parla di « lato illuminato» della nostra storia).
[6] In « Israele in vena apocalittica», Lucio Caracciolo, « Corsa alla bomba», Limes, n° 6, 2025, pag. 9. Ma si veda anche Losurdo, cit., pagg. 114-179.
[7] Cfr. « Corsa al riarmo, il tour di von der Leyen sul fronte est», di Andrea Valdambrini, in il manifesto, sabato 30 agosto 2025, che così esordisce: « È un tour da “comandante in capo in visita al fronte”, quello di von der Leyen sulla linea di confine est dell’Europa». Ma v. anche Il Corriere della Sera , 29 marzo 2025, intervista di Francesca Basso alla Presidente della Commissione.
[8] Il neologismo è tratto da Luigi Zoja (Il nostro tempo. Narrare un’Europa, Torino, Bollati Boringhieri, 2025, passim).
[9] « Concorde salvo eccezioni sul presupposto del primato occidentale e del proprio legittimo predominio sugli altri continenti», pag. 7. Si veda, al riguardo, e solo a titolo d’esempio, l’insostituibile Le vene aperte dell’America Latina, di Edoardo Galeano (Milano, Sperling&Kupfer, 1997.
[10] Cfr. le pagg. 59-61.