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Le primarie del campo largo

La scelta veramente coraggiosa sarebbe quella di aprire un dibattito ampio, di portata nazionale, sui temi cruciali, trasformando le primarie nelle “vere elezioni” e portando la popolazione a discutere e a esprimersi proprio su quei temi. Guerra e riarmo da una parte, pace e lavoro dall’altra. Tu cosa scegli?


Le primarie del campo largo Credits: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Primarie_PD_2007_-_14_ottbre_-_da_sx_i_candidati_Schettini-Letta-Bindi-Prodi-Veltroni-Adinolfi.jpg

Vale sempre la pena fare una premessa necessaria.

Tutti gli elementi fondamentali e scientificamente consistenti della macroeconomia segnalano come, nei paesi a capitalismo avanzato, il modo di produzione capitalistico sia in piena escalation di crisi sistemica.

Gli elementi che spiegano questa crisi sono semplici e valutabili da tutti. Non bisogna infatti cadere nella trappola secondo cui, riguardo ai fatti complessi dell’economia, se ne possa occupare solo una ristretta cerchia di esperti della materia, che spesso sono esperti solo nel senso di correggere, il giorno dopo, gli errori di stima commessi il giorno prima. Basta invece semplicemente guardare ciò che accade intorno a noi.

I fenomeni legati alla caduta del tasso di profitto sono visibili: la tendenza al monopolio e la conseguente centralizzazione del capitale si manifestano tra le altre cose, in ultima istanza, nella guerra all’esterno e nel fenomeno dell’impoverimento dei ceti medi e della piccola borghesia all’interno.

Chiunque abbia lavorato nella “costellazione” della micro, piccola e media impresa italiana ha fatto esperienza della precarietà, del licenziamento sempre a portata di mano, barattato con un costante aumento dei ritmi di lavoro, sempre più elevati. Chiunque abbia avuto la “fortuna” di essere dipendente della grande impresa al centro della “costellazione”, seppur meglio pagato, ha fatto esperienza del ricatto sull’orario e sui ritmi di lavoro.

Per non parlare di tutti coloro che sono posti fuori dalla costellazione, che fanno l’esperienza tremenda della povertà sempre in aumento, del ricatto e della clandestinità. Fasce di popolazione sempre più vaste sono costrette a vivere sotto la soglia di povertà i giovani sono senza prospettive e ciò crea fenomeni morbosi di depressione di sfiducia in se stessi che li porta all'antipolitica, al cinismo e all’individualismo .

La deindustrializzazione, a favore della finanziarizzazione, sta creando paesi polarizzati tra una fascia di parassiti rentier e una fascia di lavoratori poveri.

Il capitalismo non è più in grado di affrontare le moderne sfide, non è più in grado di sviluppare la società in senso progressivo. Esso vive di rendita, creando barbarie sociale e distruggendo l’ambiente naturale in cui si sviluppa.

Sul piano ambientale, in particolare, il nostro Paese è un disastro sotto ogni punto di vista. Basta fare un giro in macchina e guardare fuori dal finestrino: intere aree da bonificare distrutte dai rifiuti, intere montagne divorate dal fuoco o devastate dalle cave, aree marine compromesse dall’inquinamento e dalla pesca senza regole, per non parlare delle edificazioni sulle coste. Le pianure cementificate e asfaltate.

Dove c’è la possibilità di sviluppare un particolare commercio produttivo, il capitalismo si fionda, facendosi beffa di qualsiasi ricaduta sociale. Una prelibatezza di mare su un piatto stellato nel centro di Milano? Perfetto: il capitalismo te la realizza al costo enorme di distruggere l’ambiente, sottopagare tutta la filiera necessaria al raggiungimento dell’obiettivo. L’importante è aver realizzato quel profitto e soddisfatto il palato di qualche ingordo benestante.

Tutto è sacrificato sull’altare del profitto e tutta la macchina civile e statale si adopera per questo.

Questa è una premessa, quindi mi fermo, perché altrimenti diventerebbe troppo lunga.

Come dicevo, per osservare il declino capitalistico non serve una laurea in economia: basta entrare in una scuola, in un ospedale, fare un giro in alcune aree interne. Questo declino è strutturale e inesorabile e l’unica via d’uscita non può che essere un radicale processo di cambiamento del modo di produrre e dell’organizzazione della società. In assenza di ciò, il piano sempre più inclinato non può che finire con la guerra.

Per questo è centrale la rivoluzione in Occidente e, per far ciò, la riorganizzazione di un partito in grado di pensarla teoricamente e realizzarla praticamente.

Da questo punto di vista, le elezioni del parlamento borghese rappresentano un passaggio, peraltro tra i meno importanti, sul quale l’attenzione dei comunisti deve essere quella giusta, visto che l’aspetto principale rimane la lotta di classe, che nei paesi a capitalismo avanzato si traduce in un’ostinata guerra di posizione per la conquista delle casematte della società civile.

Appare quanto mai surreale che alcune organizzazioni arrivino perfino a spaccarsi su questo aspetto dell’elettoralismo, del tutto secondario, dimostrando con ciò quanto siamo messi male.

Il fatto che sia un elemento secondario, però, non significa doversene infischiare.

Potremmo scomodare i grandi teorici della rivoluzione e aggrapparci a loro per dire come, soprattutto in una fase non rivoluzionaria, anche le elezioni del parlamento borghese e quindi la difesa della democrazia borghese siano un fatto, seppur secondario, di interesse per i comunisti, quantomeno per orientare lo scenario affinché si creino le condizioni migliori per la rivoluzione.

La stessa “democrazia” borghese è la risultante di un conflitto di forze in opposizione tra loro. Essa si espande e si contrae a seconda della portata della lotta tra le classi e può attraversare diverse fasi: dal bonapartismo regressivo al fascismo, dal bonapartismo progressivo fino al dualismo di potere.

Questa dinamica è dimostrabile analizzando la vicenda della Costituzione: una carta, sotto certi aspetti, avanzata, ma che proprio in quegli aspetti più avanzati rimane inapplicata, perché, come ogni carta, riflette i rapporti di forza storicamente determinati. Come dimostrano i tentativi di smantellarla, se dovessimo scrivere oggi una Costituzione, essa sarebbe molto più reazionaria, perché la fase storica stessa è più arretrata.

Lo scenario attuale italiano ci pone dinanzi a un problema complesso: nel contesto attuale bisogna lottare contro le due destre, scartando l’ipotesi masochista del "tanto peggio, tanto meglio".

Da una parte c’è quella radicale, fascista, razzista, omofoba, visceralmente anticomunista, che sarebbe veramente un disastro avere nuovamente al governo; dall’altra quella moderata del “buon viso a cattivo gioco”, dell’establishment residente a viale dei Parioli, tecnocratica, che da tempo si è infiltrata anche in settori del cosiddetto centrosinistra e che ha dato il via libera alle peggiori controriforme, fungendo da stampella al sistema capitalistico in crisi e perdendo, in tal modo, ogni credibilità presso i proletari.

Qualche giorno fa Travaglio, in un editoriale molto interessante, metteva proprio in guardia da questi due mali e si poneva la fatidica domanda: vale la pena combattere la Meloni per avere l’agenda Draghi?

Chi intende fare politica fuori dalle sette oggi si pone questo dilemma: combattere le due destre per favorire un governo progressista, sostenuto da una spinta popolare che possa costituire un terreno fertile sul quale sviluppare e far avanzare il conflitto sociale.

Chiaramente tutti questi piani e ragionamenti tattici possono essere superati in cinque minuti, se solo le masse proletarie decidessero di fare piazza pulita delle istituzioni; se solo la mobilitazione riprendesse, con alla testa la Generazione Z e la classe operaia. In quel caso non esisterebbe alcun discorso sul campo largo o larghissimo: tutte le chiacchiere sarebbero spazzate via dai fatti e dalle rivolte, che imporrebbero il tema del programma politico al centro del dibattito.

Il vero assente: il programma

Il vero assente in questa prima fase preelettorale è proprio il programma. Nel campo largo si fanno i selfie, ma non si discute seriamente di programma, perché si ha il timore che possano emergere contraddizioni sfruttate dalla destra. È invece esattamente l’opposto: è proprio l’emersione delle contraddizioni che avvicina l’elettorato passivo alla partecipazione.

Da questo punto di vista sarebbe necessario che le primarie si svolgessero sul programma e non semplicemente sui candidati. La scelta veramente coraggiosa sarebbe quella di aprire un dibattito ampio, di portata nazionale, sui temi cruciali, trasformando le primarie nelle “vere elezioni” e portando la popolazione a discutere e a esprimersi proprio su quei temi.

Guerra e riarmo da una parte, pace e lavoro dall’altra.

Tu cosa scegli?

05/08/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Primarie_PD_2007_-_14_ottbre_-_da_sx_i_candidati_Schettini-Letta-Bindi-Prodi-Veltroni-Adinolfi.jpg

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