Contesto attuativo
In base al Patto di Stabilità dell’Unione Europea il rapporto deficit/PIL di un Paese membro non deve superare il 3%. Questa regola, nata per ridurre i valori assoluti del deficit, cioè del debito pubblico, costituisce il mantra dell’austerità. Tuttavia gli effetti reali non sono quelli attesi e l’effetto depressivo delle politiche di contenimento della spesa pubblica sull’economia e sui consumi sembra condizionare (in negativo) la crescita del PIL contribuendo alla fine non solo a ridurre il deficit ma anche lo stesso PIL.
In questo contesto, tuttora legato alle regole dell’austerità, pertanto non possono esservi manovre espansive – ossia che aumentino la spesa – a meno di rompere coi trattati UE: dopo il picco di deficit osservato nella pandemia, durante la quale le regole di stabilità erano state sospese, l’Unione ha riformato e rimesso in vigore il Patto. Fa eccezione la spesa militare, che andrà in deroga ai tetti di spesa a conferma che gli scenari futuri vedranno l’economia di guerra come volano per l'intera economia. Le stesse produzioni civili saranno sempre più chiamate a garantire il carattere duale del prodotto: ossia la possibilità che questo possa essere utilizzabile tanto in ambito militare quanto in quello civile.
Il Governo Meloni ha ereditato un rapporto deficit/PIL dell’8,6% nel 2022, portato l’anno successivo a 7,2% e drasticamente ridotto a 3,4% nel 2024. Per il 2025 le proiezioni parlano di un leggero aumento, dovuto prevalentemente al rallentamento della crescita economica, e difatti è giunta puntuale una Raccomandazione da parte del Consiglio Europeo [1] che indica all’Italia di contenere l’aumento nominale della spesa pubblica entro «l'1,3% nel 2025 e l'1,6% nel 2026». Di norma vi è sempre un aumento della spesa nominale – per via dell’inflazione e dell’aumento della massa degli investimenti, che sono caratteristici di un’economia capitalistica – per cui non ci si lasci ingannare: per avere un’idea dell’entità del sacrificio che viene richiesto ai ceti popolari basti sapere che nel 2023, complici i fondi del PNRR, il rapporto era addirittura del 5,6%.
In tutto ciò la Finanziaria 2026 programma il rapporto deficit/PIL per i prossimi anni così come segue: 2,8% nel 2026, 2,6% nel 2027 e addirittura 2,3% nel 2028, ben oltre quanto richiesto dall’Europa! Non è un caso, allora, che nella nuova Finanziaria non siano state rinnovate le misure di calmieramento dei prezzi delle bollette. Queste, pur se in maniera insufficiente, avevano reso più sostenibile la spesa energetica delle famiglie durante gli ultimi anni, a partire cioè dall’applicazione delle sanzioni alla Russia. Il motivo del mancato rinnovo è sempre lo stesso: tali misure erano state finanziate grazie alla sospensione del Patto di Stabilità, ma ora che è tornato in vigore sono state immediatamente abrogate.
Si consideri infine che fra le entrate di Bilancio sono stati ricompresi anche i fondi PNRR non spesi: questi ultimi, originariamente destinati in massima parte a infrastrutture di pubblica utilità, vengono spostati e destinati a copertura di altre spese effettuate, in maniera tale da ridurre artificiosamente il deficit. Per il 2026 stiamo parlando di 5,07 miliardi di sconto.
Principali provvedimenti
Probabilmente l’elemento più qualificante della Manovra è la revisione dell’aliquota Irpef, che passerà dal 35% al 33% per il reddito compreso tra una cifra superiore ai 28.000 € e fino a 50.000 €. Questa misura costerà allo Stato 2,9 miliardi per il 2026 ma, secondo le stime dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, circa la metà delle risorse risparmiate dai contribuenti con la riduzione dell’aliquota verrà assorbita dall’8% con reddito più elevato. [2] Osservando la cosa dal punto di vista delle categorie lavorative, invece, fra i beneficiari si troveranno il 96% dei dirigenti, il 53% degli impiegati e solo il 16% di chi svolge lavori operai. Inoltre i dirigenti percepiranno uno sconto fiscale medio di 408 € all’anno – che diventano 379 € per via dei prelievi sui redditi alti inseriti in Finanziaria –, gli impiegati di 123 € e gli operai di “ben” 23 €! [3] Una Manovra per i ricchi, dunque, mascherata come se fosse per il “ceto medio”.
In fatto di sanità siamo al quarto anno di Governo Meloni e, rispetto al suo insediamento, secondo quanto previsto in Manovra per il 2028 il settore avrà perso risorse pari a circa mezzo punto del PIL. Il finanziamento del SSN cresce nominalmente ogni anno – e infatti nella Finanziaria vengono stanziati 2,4 miliardi in più per il 2026 –, ma tale crescita non è sufficiente a compensare l’inflazione, che si riflette sul Fondo nazionale sia in termini di svalutazione del denaro che di incremento del costo delle forniture sanitarie. Per quanto riguarda la forza-lavoro sanitaria, invece, il Governo ha risolto il problema dei costi prevedendo aumenti sotto il 6% a fronte di un’inflazione cumulata del 17%. [4]
La spesa sanitaria, di conseguenza, sarà maggiormente inadeguata rispetto ai reali fabbisogni di una popolazione per altro sempre più avanti negli anni. Inoltre una parte delle risorse destinate al SSN pubblico saranno dirottate verso il privato in convenzione, mentre i tetti di spesa imposti per il personale alla fine costringeranno le aziende ospedaliere a un incremento della spesa ricorrendo ad agenzie interinali e cooperative. La logica imporrebbe assunzioni dirette e non il pagamento di prestazioni, ma del resto sarebbe razionale anche accrescere i salari in base al reale costo della vita, evitando istituti contrattuali discrezionali e clientelari assegnati ad alcune figure professionali e non ad altre.
Un ulteriore aspetto su cui vorremmo soffermarci riguarda quella serie di misure temporanee che interviene detassando le componenti incrementali e aggiuntive della retribuzione (rinnovi contrattuali, straordinari, premi di produttività): a nostro avviso si tratta dello Stato che si sostituisce alle imprese, aiutandole a sostenere i costi. La misura introduce inoltre un doppio effetto di stabilizzazione: in primis di tipo fiscale, perché porta la tassazione di queste componenti della retribuzione ai livelli ordinari, facendo costare all’impresa un’ora straordinario quanto un’ora di lavoro qualunque e, con ciò, “normalizzando” l’utilizzo flessibile della forza-lavoro oltre l’orario e dando luogo conseguentemente a un aumento della precarietà per altri lavoratori assunti; in secundis di tipo politico, perché consolida quel margine ufficiale di contrattazione rappresentato dalla contrattazione di secondo livello, che potrà essere sfruttato dai sindacati cosiddetti “maggiormente rappresentativi” per rafforzare il loro ruolo.
Per ultimo diamo uno sguardo alla previdenza. La colpa maggiore dell’attuale Governo consiste nel reiterato utilizzo di norme retroattive, [5] che hanno cioè un effetto su scelte compiute dal lavoratore in passato sotto la vigenza di leggi differenti. Sono sorti critiche e dubbi sulla legittimità costituzionale di questo atteggiamento politico, senza che però se ne riuscisse a interrompere il corso. In sostanza la Finanziaria 2026 istituisce un procedimento di calcolo svantaggioso per il quale gli anni non lavorati – ma riscattati, dal lavoratore, con versamenti contributivi autonomi – peseranno meno sul computo della prima pensione da percepire, sottraendo al pensionando o al futuro pensionato una parte della propria rendita.
Note:
[1] Consiglio Europeo, Raccomandazione del 21 Gennaio 2025, che rinnova la Raccomandazione del 26 Luglio 2024.
[2] Audizione della Presidente dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, 6 Novembre 2025, p. 57.
[3] Ivi, pp. 58, 59 e 61.
[4] R.Lisi, Sanità più povera, cittadini più soli: la verità nascosta nella manovra Meloni-Giorgetti, 3 Novembre 2025, https://www.collettiva.it/copertine/economia/legge-bilancio-sanita-salute-poche-risorse-meloni-cqhuvxey.
[5] Cfr., ad esempio, L. 213/2023, c. 127.