Come osservava già Adam Smith nella società moderna (capitalista) lo sviluppo economico è indissolubilmente legato (dialetticamente) allo sviluppo della povertà. Il capitalismo riesce a sviluppare le forze produttive solo moltiplicando il numero di chi vive in una condizione di indigenza. Sviluppando questo discorso, già Hegel osservava come la società civile (capitalista) sviluppa al proprio interno la contraddizione che ne segnerà il tramonto come, per altro, ogni organismo vivente sociale e individuale. Nel caso del capitalismo la contraddizione è che più si sviluppa e più genera il suo potenziale becchino, che Hegel definisce la plebe moderna. Una classe che si sviluppa sempre di più e che non può avere alcun interesse al mantenimento della società capitalista, in quanto quest’ultima non ha niente di buono da offrirgli. Quindi, si accresce sempre di più, via via che si sviluppa il capitalismo, una componente crescente della società che non solo non farebbe nulla per difenderlo ma che, tendenzialmente, non avrebbe nulla da eccepire a un suo superamento.
A livello internazionale un po’ in tutto il mondo cresce la componente della società che non può avere interesse al mantenimento della società capitalista. Naturalmente le classi meno interessate e più disponibili a mobilitarsi sono le giovani generazioni. Non a caso crescono a livello globale grandi movimenti che coinvolgono in particolare le generazioni più giovani. Negli ultimissimi anni abbiamo assistito a una serie di grandi movimenti di massa animati essenzialmente da quella che è stata definita la Generazione Zeta. Quest’ultima, in diversi paesi, ha rovesciato o messo seriamente in discussione dei governi e, più in generale, dei regimi che parevano inamovibili o, addirittura, più forti che mai.
Naturalmente, come sempre, determinante è se ci sarà una soggettività rivoluzionaria in grado di dare una direzione consapevole a questi movimenti che si sviluppano spontaneamente dal basso e che tendenzialmente, come sempre, vedono in prima linea le giovani generazioni. Come abbiamo potuto vedere, ad esempio, con le primavere arabe, in assenza di una direzione consapevole eccezionali movimenti spontanei dal basso non riescono a risolvere realmente le problematiche che pongono. Senza contare che in politica non esistono spazi vuoti e che in mancanza di un soggetto rivoluzionario, persino forze reazionarie possono provare a sfruttare movimenti di massa per i propri fini.
Ad esempio in diversi paesi asiatici in questi ultimissimi anni ci sono stati dei movimenti di massa molto significativi, caratterizzati da una eccezionale mobilitazione delle giovani generazioni, che hanno creato, in tempi molto rapidi, una situazione di dualismo di potere, che ha portato alla fine di governi e regimi, se non dell’intera casta politica o, comunque, di una parte significativa del gruppo dirigente che aveva governato in questi paesi. In alcuni casi, come ad esempio lo Sri Lanka, la presenza di una soggettività rivoluzionaria, come il Jvp, è riuscita a dare una direzione consapevole al grande movimento popolare che, in tempi rapidissimi, aveva costretto alle dimissioni e persino alla fuga dal paese pezzi da novanta della classe dirigente del paese. In altri paesi, dove ciò non è avvenuto, dei movimenti importanti non hanno prodotto i grandi cambiamenti attesi. Pensiamo al caso del Madagascar, a dimostrazione che tali grandi movimenti spontanei dall’Asia si stanno sviluppando anche in altri continenti. Anche qui un eccezionale mobilitazione spontanea dal basso, capitanata dalla così detta Generazione Zeta ha portato a un rapidissimo rovesciamento della classe dirigente che aveva governato il paese negli ultimi anni. Tuttavia, mancando una direzione consapevole si sono inseriti i militari, che hanno sfruttato l’occasione per prendere anche il controllo politico del paese, trasformando un movimento potenzialmente rivoluzionario dal basso, in una classica rivoluzione dall’alto. In effetti, pur venendo incontro ad alcune richieste popolari, come la necessità di rompere la dipendenza nei riguardi della ex potenza coloniale, la Francia, i militari non hanno messo mano a quelle riforme di struttura, che avrebbero realmente potuto portare a un significativo mutamento delle condizioni di vita della plebe moderna che, in Madagascar, già comprende la grande maggioranza della popolazione.
Anche in Europa abbiamo assistito, in tempi molto recenti, a significativi movimenti spontanei di massa con un forte protagonismo delle giovani generazioni. In particolare si possono ricordare i grandi movimenti in Serbia, in Albania o in Francia.
Anche nel nostro paese apparentemente fra i più arretrati – data l’assoluta incapacità dell’opposizione sia moderata che radicale di dare una direzione consapevole alle proteste – si sono, spontaneamente, sviluppati dei movimenti di massa. Come quasi sempre avviene, tali movimenti si manifestano in modo improvviso e, apparentemente, imprevedibile e, in tempi rapidissimi, rovesciano completamente lo stato di cose esistente, modificando sensibilmente i rapporti di forza.
L’Italia sembrava il paese fra i meno capaci a sviluppare un movimento di massa contro il primo genocidio in diretta della storia, che sta cercando di annichilire il popolo palestinese. Poi improvvisamente, nel giro di pochi giorni ci sono stati ben due importantissimi scioperi generali su questioni di politica internazionale, che hanno travolto tutti i limiti delle burocrazie sindacali che finiscono, generalmente, più per dividere che unire i lavoratori oppressi e sfruttati. Ci sono state manifestazioni di massa in tutte le città del paese che hanno messo in grande difficoltà un governo il quale sembrava in grado di imporre stabilità politica, nonostante la sua linea reazionaria. In modo del tutto spontaneo e dal basso le manifestazioni, diffusesi a macchia d’olio, hanno cominciato a mettere apertamente in discussione il monopolio della violenza legalizzata della classe dominante. Occupazioni di strade, ponti, ferrovie etc. hanno sfidato apertamente un decreto securitario, fortemente repressivo, imposto dal governo pochi giorni prima e che avrebbe dovuto prevenire e impedire proprio tali aperte violazioni dell’ordine costituito.
Anche più recentemente il governo ha vissuto il suo momento più difficile quando, in occasione di un referendum da lui causato, la consultazione ha finito con il divenire, di fatto, un voto di fiducia sul governo. In tale sfida elettorale le classi subalterne, anche qui con una eccezionale partecipazione delle giovani generazioni, hanno detto in modo netto no al tentativo del governo di mettere in discussione una Costituzione nata dalla Resistenza.
Naturalmente, in entrambi i casi, queste grandi manifestazioni giovanili e dei ceti sociali subalterni hanno messo per la prima e unica volta alle corde il governo, ma non hanno minimamente tolto la loro sfiducia anche verso l’opposizione moderata, maggioritaria in senso schiacciante all’interno delle istituzioni.
Purtroppo, a causa della loro assolutamente irrazionale divisione e per le posizioni spesso prepolitiche che assumono, tali mobilitazioni non hanno rafforzato, in modo significativo, neanche le organizzazioni della sinistra radicale. Così quest’ultima non è riuscita a sfruttare queste importanti occasioni per tornare a essere riconosciuta come una reale alternativa credibile tanto al governo reazionario, quanto a una opposizione parlamentare egemonizzata dai liberali.
Al punto che nelle successive tornate elettorali e anche in tutti i sondaggi una parte significativa delle classi subalterne e delle giovani generazioni non intende nemmeno recarsi alle urne, o perché ha capito che sul piano parlamentare non si possono risolvere i reali problemi delle masse popolari, o semplicemente perché non c’è nessuno che le rappresenti in modo credibile e incisivo. Di fatto è la plebe moderna, in continua crescita, che andando sempre meno a votare, intende esprimere il proprio totale dissenso rispetto a un sistema politico che tende a perpetuare una società che la opprime ed esclude.
Siamo arrivati a una situazione in cui i due poli continuano a perdere consensi e quasi ad equivalersi, mentre l’unica forza che cresce in maniera significativa è l’estrema destra. Per cui se la sinistra moderata e la sinistra radicale non cambieranno significativamente la modalità di opposizione, la partita sarà tutta nelle mani della destra che, se decidesse di presentarsi unita, vincerebbe le elezioni dando vita a un governo ancora più reazionario e antipopolare. In caso contrario, modificando la legge elettorale, la destra mira a una situazione di sostanziale pareggio, che significherebbe un nuovo governo di larghe intese. Creerebbe, inoltre, la concreta possibilità di eleggere un capo dello Stato espressione della destra radicale, mediante un accordo con l’estrema destra.
Le cose potrebbero sensibilmente cambiare se si sviluppasse un nuovo movimento popolare spontaneo di massa, capace anche di interpretare le elezioni politiche come un referendum sul governo e, quindi, come una buona occasione per mandarlo a casa.
Altra possibilità è che l’opposizione moderata continui, invece di cercare di recuperare l’astensione delle classi subalterne e delle giovani generazioni, a illudersi di poter vincere le elezioni spostandosi su posizioni ancora più moderate per intercettare un sedicente “centro”. Del resto, ci sono diverse pressioni sia da parte dei poteri forti, sia da parte del Pd, attualmente egemone all’interno del campo largo, di ampliare la coalizione dando vita a un campo larghissimo in grado di coinvolgere Più Europa e Italia viva, se non addirittura Azione, cioè delle forze decisamente ultraliberiste, filoimperialiste, guerrafondaie e, decisamente, antisocialiste. Tra l’altro si tratta delle forze che, insieme al Pd, sono fra le maggiori cause che hanno consentito a questo governo, nonostante sia il più apertamente reazionario della storia della Repubblica, di arrivare alla conclusione, o quasi, della legislatura.
D’altra parte, dinanzi a un campo larghissimo, ci sarebbe la concreta possibilità di una sollevazione generalizzata in grado di farlo saltare, unendo un fronte ampio di forze dai metalmeccanici ai liberali progressisti de “Il fatto”, passando per i sinceri democratici di Schierarsi.