In quest’ultimo scampolo temporale, dal 25 aprile al primo maggio, segnato da una pericolosa recrudescenza della violenza politica (discorso che andrebbe affrontato a parte e con la giusta attenzione), il governo Meloni aggiunge alla sequenza imbarazzante di errori e sconfitte, di clamorosi dietro front, di ministri, amicizie e accoliti impresentabili, anche un assist perfetto per una sinistra che vorrebbe ritrovare una bussola. Per far tornare alle urne i suoi potenziali elettori e catturare il “sentimento” di frange di popolazione disorientate, che negli ultimi anni si sono orientate sempre più a destra, deve denunciare con forza l’attacco del governo al salario minimo. Le scelte politiche dell’elettorato, prima orientate su Forza Italia, poi sulla Lega di Salvini e la Meloni di Fratelli d’Italia, interrogandosi oggi su chi sia veramente l’ex generale Vannacci, rappresentano il tratto comune di un disorientamento politico attuale che attraversa una fetta consistente della popolazione. Magari persino dopo aver provato precedentemente il prodotto centro-sinistra e M5S.
È dentro questo scenario mobile, che si inserisce all’improvviso la questione del salario “giusto”, l’ultima trovata della Meloni in stile influencer, sostantivo che effettivamente coglie bene lo spirito comunicativo della leader di destra come qualcuno ha acutamente osservato. Dovrebbe essere chiaro a tuttə come Meloni, con questo espediente, voglia attaccare direttamente il salario minimo e come questo attacco potrebbe essere un perfetto assist per la sinistra. A tal proposito, andrebbe ricordato come il governo Meloni non contrappone semplicemente la propria proposta a quella del salario minimo, come si potrebbe naturalmente supporre dentro uno scenario politico nel quale, prima di tutto, si confrontano le idee per trovare soluzioni a problemi concreti, come si vorrebbe di fronte all’evidente dramma della condizione salariale dei lavoratorə italiani. C’è piuttosto una volontà precisa a bloccare qualsiasi azione volta, propriamente, ad aumentare la componente fissa dei salari. Infatti, la Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo l’articolo 1 della legge 30/2025 della Regione Toscana che introduceva un criterio premiale di salario minimo orario di 9 euro nei contratti pubblici, in quanto verrebbe violata la competenza legislativa esclusiva dello Stato sulla tutela della concorrenza. Tradotto: il modo in cui i privati possono sfruttare i lavoratorə deve essere garantito anche allo Stato. Appaltatori e subappaltatori possono dormire sogni tranquilli. Il mercato degli schiavi moderni va riprodotto senza intralci di sorta, senza “lacci e lacciuoli” dichiarava Berlusconi diversi anni fa in perfetta sintonia con lo spirito neoliberista.
Abbiamo quindi assistito ad una tempistica straordinaria: il 10 marzo viene presa la decisione della Corte costituzionale; successivamente la sentenza viene depositata il 30 aprile, mentre a partire dal 28 marzo, in preparazione di un primo maggio in orbace e orizzonti corporativi, la presidente Meloni dichiara al globo terracqueo la soluzione finale: il salario “giusto”. Che tempismo! A proposito di un uso strumentale della magistratura di casa nostra. Ma chi aveva fatto ricorso alla legge sul salario minimo della Regione Toscana? La disposizione è stata impugnata proprio da lei, la Presidente del Consiglio dei ministri in persona, Giorgia Meloni. Il cerchio è chiuso. Bisognerebbe inoltre aggiungere come la Meloni abbia sempre osteggiato i tribunali che, con le loro sentenze, mettono in discussione i contratti che sanciscono salari orari sotto la soglia di povertà (come nel caso dei 5 euro l’ora per i vigilanti). Viene così fornita una copertura di legge all’accettazione morale del lavoro povero, perché frutto di una contrattazione collettiva, di una scelta tra le parti sociali. La stessa sinistra, invece che tacere, dovrebbe denunciare che questi contratti sono figli di un’idea sindacale perdente che sostiene che è meglio firmare al ribasso, rimanendo comodamente ai tavoli sindacali, piuttosto che lottare a viso aperto per un aumento maggiore. Una contraddizione che non riguarda quindi solo la destra, visto che a firmare certi contratti c’è talvolta anche la CGIL assieme agli altri confederali.
È evidente, a questo punto, quanto l’attacco diretto al salario minimo potrebbe quindi essere un’occasione d’oro per la sinistra. Un po’ come accaduto con il Referendum. Nel tentativo del governo di invertire il suo inevitabile declino, questo dibattito potrebbe essere una carta vincente per la sinistra perché metterebbe al centro delle discussioni una seria riflessione sugli interessi di classe in una società capitalista, nonostante non vada sottovalutata la scommessa che la Meloni vuole fare. Sembra, infatti, che voglia strappare proprio alla sinistra, come da vent’anni a questa parte, gran parte del suo armamentario ideale parlando in questo caso di giustizia sociale con l’idea di un “giusto” salario. Chiaramente revisionando ogni contenuto tecnico del concetto di salario legato allo sfruttamento capitalistico, per destrutturarne la riflessione critica emancipatoria, ricondizionando il concetto del salario dentro un’ideologia di destra al servizio degli interessi del capitale, la versione neoliberista. Qualcosa che evidentemente ha una connessione storica col passato, con quel fascismo mai estinto nelle sue molteplici forme rinnovate, oltre che nelle sue componenti propriamente nostalgiche. È inoltre un’operazione ideologica che tende ad occupare lo spazio a sinistra, là dove oggi c’è una vera e propria prateria esplosiva, che forse per questo si vorrebbe depotenziare, disinnescando proprio gli aspetti più conflittuali ed emergenti di una società in perenne crisi e sempre sull’orlo del tracollo.
Il concetto di “giusto” in riferimento al salario, nell’ultima trovata meloniana, evidenzia una prospettiva morale che entra nella categoria salariale. Meloni fa riferimento al fatto che il salario, nel suo complesso, è l’insieme degli elementi economici che concorrono a formarlo, quindi non solo la paga oraria. Per chiarire, la Meloni però non intende propriamente la triplice componente del salario, ossia quella diretta (lo stipendio, fatto di una componente fissa ed una variabile/accessoria), quella differita nel tempo (la pensione) e quella indiretta (attraverso i servizi dello stato sociale), ma solo l’insieme delle parti variabili dello stipendio, come superminimi e aumenti definiti contrattualmente (che sono anche individuali), straordinari, lavoro notturno, lavoro nelle giornate festive, premi di produzione, incentivi legati ad obiettivi, buoni pasto, indennità, scatti di anzianità, mensilità aggiuntive ecc. A fronte di eventuali aumenti sulle parti variabili determinate dalla contrattazione, il governo prevede degli incentivi alle imprese sotto forma di sgravi fiscali, alimentando un drenaggio di risorse verso di loro. Ulteriore beffa per i lavoratori rispetto ad una situazione già sbilanciata e critica per via del mancato recupero dell’inflazione di questi anni.
Entrando nel merito della questione va subito osservato che tutte queste parti variabili, a cui fa riferimento il governo, hanno una duplice caratteristica: in primo luogo sono sotto il controllo diretto della parte padronale (in quanto variabili poste dall’alto) ed inoltre sono poi soggette alle condizioni di mercato (quindi ancora variabili). Stabilire invece un minimo salariale della componente oraria determinerebbe una base salariale uguale per tutti, sotto la quale non si potrebbe scendere. Infatti, in questo caso, non essendo negoziabile al ribasso, ma solo al rialzo, ogni aumento del salario minimo non sarebbe posto sotto il comando del capitale, almeno in termini formali (visto che non esiste un’indicizzazione immediata dei prezzi come al tempo della “scala mobile”). Per tali motivi il governo Meloni, in perfetta linea ideologica neocorporativa, pur dando rilevanza alla contrattazione collettiva fa riferimento a quella componente variabile del salario e non a quella fissa, perché di fatto, pur essendo contrattualizzata, viene concessa dalla parte padronale, in quanto soggetta alla variabilità delle condizioni concorrenziali del mercato (ad esempio, un progetto a cui il lavoratorə partecipa e per il quale è compensato con la parte variabile, ha un inizio ed un termine, mentre possiamo osservare che l’impresa continua ad esistere così come il suo profitto privato). D’altronde la realtà è però complessa e la discussione sul salario minimo presenta in ogni caso delle contraddizioni. Le più elementari, secondo alcuni, riguardano il fatto che un salario minimo definito per legge depotenzierebbe la contrattazione collettiva. Potrebbe essere in effetti vero. In ciò consisteva, in passato, la critica dei sindacati a questa proposta, ma è evidente che ciò dipende da come articoli la norma, che dovrebbe puntare alla difesa dei CCNL, oltre che al salario minimo là dove è più basso, cioè in alcune categorie più fragili e poco protette dai regimi contrattuali. La parte padronale d’altronde ambisce, per suoi interessi di classe, a volere un salario flessibile e variabile per rendere invece più stabile e certo il profitto, riducendo di conseguenza il rischio d’impresa spostandolo sulle spalle dei lavoratorə. Questo è il meccanismo che si cela dietro la definizione del salario “giusto” proposto dal governo Meloni. Per cui se i lavoratorə volessero tutelare i loro interessi, ben oltre la questione del salario minimo o “giusto”, dovrebbero sempre imporre ai sindacati di stare alla larga da tutti quegli accordi che vedono ridurre il valore del rapporto tra la componente fissa e quella variabile del salario. Più si alza la percentuale della componente variabile, in relazione alla parte fissa, e più si riduce il controllo e la stabilità sul proprio salario. Va piuttosto aumentata sempre la parte fissa, per tuttə, evitando lo smembramento della classe lavoratrice in diversi gruppi più o meno funzionali alle variabilità produttive che vengono poi agganciate ai salari.
Come altri maldestri tentativi del passato, per celare lo sfruttamento del lavoro, la proposta del salario “giusto” non mette un euro in più nella parte fissa della busta paga degli italiani, semmai potrebbe limitare, senza abolirli, i contratti pirata del futuro, sapendo poi che tutte le previsioni economiche anticipano ulteriori aumenti dell’inflazione con perdita del potere d’acquisto. Per questo il salario “giusto” dell’attuale governo andrebbe respinto. Accostare al concetto di salario una categoria morale svuota totalmente l’economia della sua critica materialista, basata sul rapporto tra capitale e lavoro. L’idea che un certo salario sia “giusto” può essere vista come moralmente accettata, ma in realtà riflette dei rapporti di forza economici che introiettano norme e valori che sono storicamente determinati, non assoluti. La sinistra dovrebbe avere il compito di svelare esattamente questa realtà storica, sciogliendo il disegno ideologico come neve al sole, restituendo forza a quelle idee che liberano le energie per ridisegnare un cammino fatto di protagonismo popolare, di interessi di classe. Se ci vogliamo interrogare su un’idea di salario giusto, come oggi fa il governo Meloni, dobbiamo necessariamente entrare nel merito tecnico, partendo quanto meno dalla domanda fondamentale: giusto per chi, se l’eventuale aumento attiene alla parte variabile, che è sì frutto di accordi, ma è un aumento condizionato dal comando del capitale che può darsi quindi solo alle condizioni padronali?
In conclusione, potremmo dire che il salario “giusto” del governo Meloni è un vero e proprio “pacco” per i lavoratorə, perché questa proposta vede al centro l’interesse padronale, dato che continua ad elargire soldi alle aziende private e a mantenere bassa la parte fissa dei salari, incentivando solo aumenti delle sue parti variabili. Se pur il salario minimo ha le sue contraddizioni e sicuramente non risolverà molti dei problemi dei lavoratorɘ (senza considerare poi che 9 euro lordi sono comunque una miseria), sicuramente può aiutare però le sue categorie più isolate e fragili, quelle cha pagano più di tutte le crisi economiche, quelle che di fronte alla probabile tempesta inflattiva in arrivo si ritroveranno senza alcuna difesa.