L’espansione dell’intelligenza artificiale e l’accelerazione dei processi di automazione ripropongono una delle questioni fondamentali della critica marxiana dell’economia politica: quale sia l’origine del valore e, di conseguenza, del plusvalore. La questione assume oggi una rilevanza che supera largamente il dibattito teorico, visto il rapido sviluppo di sistemi automatici che sono ormai in grado di svolgere attività industriali, amministrative e cognitive che fino a pochi anni fa sembravano necessariamente legate all’intervento umano. L’IA generativa produce testi, immagini e codice informatico, mentre robot e sistemi algoritmici assumono funzioni sempre più complesse nella produzione, nella logistica e nei servizi. Di fronte a questo sviluppo, può apparire intuitivo concludere che le macchine siano divenute esse stesse produttrici di valore.
Una lettura rigorosa di Marx conduce invece alla conclusione opposta. L’automazione non invalida la teoria del valore-lavoro, ma rende ancora più importante distinguere concetti che nel linguaggio economico corrente vengono spesso confusi: valore, valore d’uso, ricchezza materiale, prezzo, profitto e plusvalore.
Nel primo libro del Capitale, Marx individua nel lavoro umano astratto la sostanza del valore e nel tempo di lavoro socialmente necessario la misura della sua grandezza [1]. Ciò non significa che qualunque quantità di lavoro individualmente spesa produca automaticamente una corrispondente quantità di valore. Se una nuova tecnologia consente di produrre una merce in un’ora anziché in due, il produttore che continua a impiegarne due non crea per questo il doppio del valore. Quando la nuova produttività diventa socialmente normale, il tempo di lavoro necessario alla produzione della merce diminuisce e con esso diminuisce il suo valore unitario. È precisamente questo meccanismo che permette di comprendere gli effetti dell’automazione senza attribuire alle macchine una misteriosa capacità autonoma di valorizzazione.
Occorre inoltre evitare una deformazione della posizione marxiana secondo cui il lavoro sarebbe l’unica fonte di ogni forma di ricchezza. Marx rifiutò esplicitamente questa affermazione nella Critica del Programma di Gotha, osservando che la natura è fonte dei valori d’uso non meno del lavoro [2]. Terra, acqua, minerali, energia e altre condizioni naturali costituiscono componenti indispensabili della ricchezza materiale. Lo stesso vale, in una forma storicamente prodotta, per la scienza e per la tecnologia. Una società dotata di macchine avanzate può produrre incomparabilmente più valori d’uso di una società tecnologicamente arretrata. Non ne consegue però che le macchine producano autonomamente valore.
Questa distinzione tra valore e ricchezza costituisce il punto di partenza per comprendere come affrontare il tema dell’intelligenza artificiale. Un sistema produttivo altamente automatizzato può accrescere enormemente la quantità di beni e servizi disponibili riducendo contemporaneamente la quantità di lavoro umano necessaria a produrli. Dal punto di vista della ricchezza materiale, ciò rappresenta un aumento della capacità produttiva sociale. Dal punto di vista del valore, accade invece qualcosa di profondamente diverso: diminuendo il tempo di lavoro socialmente necessario, tende a diminuire il valore contenuto in ciascuna unità di prodotto.
La spiegazione si trova nella distinzione marxiana tra capitale costante e capitale variabile. I mezzi di produzione — materie prime, impianti, macchinari e strumenti — costituiscono capitale costante perché nel processo produttivo non aumentano autonomamente il proprio valore. Questi trasferiscono al nuovo prodotto il valore già incorporato in essi. La forza-lavoro rappresenta invece capitale variabile perché il suo impiego permette di produrre una quantità di nuovo valore superiore al valore della forza-lavoro acquistata dal capitalista [3].
La formula schematica del valore della merce può essere espressa come
c + v + s
dove c rappresenta il capitale costante consumato nella produzione, v il capitale variabile e s il plusvalore. Di conseguenza, il nuovo valore prodotto nel processo corrisponde a v + s. Il capitale costante non viene ricreato dal nulla: il suo valore viene conservato e trasferito nel prodotto attraverso il lavoro vivo.
Marx applica esplicitamente questo principio alle macchine. Nel capitolo dedicato alle macchine e alla grande industria osserva che il macchinario, come ogni altro elemento del capitale costante, «non crea nuovo valore», ma cede progressivamente al prodotto il proprio valore attraverso l’usura [4]. Una macchina che costa un milione e viene consumata produttivamente durante dieci anni trasferirà, semplificando, quote del proprio valore alle merci prodotte durante quel periodo. Il fatto che permetta di produrre milioni di merci non significa che produca milioni di unità aggiuntive di valore. Anzi, quanto maggiore è la quantità di prodotti ottenuti attraverso il suo impiego, tanto minore può risultare la quota del suo valore trasferita alla singola unità.
L’intelligenza artificiale non richiede di abbandonare questo schema. Richiede piuttosto di applicarlo a forme tecnologiche più complesse. Un sistema di IA può incorporare il lavoro di ricercatori, programmatori, ingegneri e lavoratori addetti alla preparazione dei dati; richiede semiconduttori, data center, reti, elettricità e numerose altre infrastrutture. Quando viene impiegato come mezzo di produzione, esso appartiene in linea generale al capitale costante. La sua forma concreta può tuttavia variare. Un sistema sviluppato internamente e utilizzato per anni può assumere caratteristiche analoghe al capitale fisso; un servizio di IA acquistato periodicamente da un fornitore esterno può invece entrare nei costi correnti della produzione. La distinzione tra capitale costante e variabile non coincide quindi con quella tra beni materiali e immateriali, né con quella tra capitale fisso e circolante.
La capacità dell’IA di svolgere attività precedentemente affidate a esseri umani non trasforma per questo l’algoritmo in forza-lavoro. La forza-lavoro, nella teoria di Marx, non è semplicemente qualsiasi fattore capace di produrre effetti utili. È una merce particolare appartenente al lavoratore, il cui consumo produttivo consiste nell’esercizio del lavoro vivo e può generare un valore maggiore del proprio valore [5]. Un algoritmo non riceve un salario, non deve riprodurre socialmente la propria capacità lavorativa e non compie una parte della giornata per riprodurre il valore della propria forza-lavoro e un’altra parte gratuitamente per il capitalista. L’analogia tra lavoratore e macchina può essere tecnicamente suggestiva, ma dal punto di vista dei rapporti sociali capitalistici confonde categorie profondamente differenti.
Ciò non significa neppure che qualsiasi lavoro umano produca necessariamente plusvalore. Anche in questo caso, la teoria marxiana richiede maggiore precisione. Il lavoro vivo è la fonte del nuovo valore, ma il concetto di lavoro produttivo nel capitalismo possiede una determinazione specifica: è produttivo, dal punto di vista del capitale, il lavoro che entra direttamente nel processo di valorizzazione e produce plusvalore [6]. Un programmatore che lavora per un’impresa capitalistica producendo un software destinato alla vendita può dunque svolgere lavoro produttivo esattamente come un operaio industriale; la materialità del prodotto non costituisce il criterio decisivo. Al contrario, attività umane indispensabili alla società possono non produrre direttamente plusvalore nel significato marxiano.
L’automazione interviene innanzitutto aumentando la produttività del lavoro vivo. Immaginiamo che cento lavoratori producano mille unità di una merce in una giornata. Una nuova tecnologia consente successivamente a dieci lavoratori di produrne diecimila. Dal punto di vista fisico, la produttività è aumentata di cento volte per lavoratore. Ma non ne deriva che le diecimila merci contengano una massa di nuovo valore cento volte superiore. Se la tecnologia si generalizza, il tempo di lavoro socialmente necessario alla produzione di ogni unità diminuisce e con esso diminuisce il valore unitario della merce.
Questa apparente contraddizione permette anche di spiegare perché il capitalista abbia comunque un interesse potentissimo a introdurre l’automazione. L’impresa che adotta una tecnologia più produttiva prima dei concorrenti può produrre le proprie merci in un tempo individuale inferiore al tempo socialmente necessario che continua temporaneamente a determinarne il valore di mercato. Può, quindi, ottenere un plusprofitto. Marx descrive espressamente questo meccanismo nell’analisi delle macchine: l’innovatore dispone temporaneamente di un vantaggio particolare, ma la diffusione della nuova tecnica elimina gradualmente tale vantaggio abbassando il valore sociale della merce [7].
L’intelligenza artificiale può accelerare enormemente questo processo. Un’impresa capace di produrre con cento dipendenti ciò che un concorrente produce con mille può conseguire profitti eccezionali. Tuttavia, sarebbe errato dedurre dal suo bilancio che l’IA abbia creato il plusvalore prima prodotto dai novecento lavoratori sostituiti. Il profitto realizzato da un singolo capitale non coincide necessariamente con il plusvalore prodotto al suo interno.
Nel terzo libro del Capitale, Marx mostra infatti che la concorrenza determina la formazione di un saggio generale del profitto attraverso la redistribuzione del plusvalore prodotto nell’insieme dell’economia. Capitali con composizioni organiche differenti possono appropriarsi di quantità di profitto che non coincidono con il plusvalore direttamente prodotto dai propri lavoratori. Settori caratterizzati da un’elevata proporzione di capitale costante possono quindi ricevere, mediante i prezzi di produzione e la perequazione del saggio di profitto, una quota del plusvalore prodotto nel capitale sociale complessivo [8].
Questa distinzione diviene particolarmente importante nell’economia digitale. Un’impresa proprietaria di una piattaforma, di brevetti, di infrastrutture di calcolo o di tecnologie difficilmente replicabili può appropriarsi di profitti enormi pur impiegando relativamente poco lavoro vivo rispetto al capitale controllato. A ciò si possono aggiungere rendite monopolistiche e altre forme di appropriazione del valore. L’esistenza di società tecnologiche altamente automatizzate e straordinariamente redditizie non costituisce quindi, di per sé, una dimostrazione empirica della capacità dell’intelligenza artificiale di creare valore autonomamente. Bisogna piuttosto analizzare il processo di produzione e distribuzione del plusvalore al livello del capitale sociale complessivo.
L’IA può tuttavia contribuire direttamente all’aumento del plusvalore attraverso un altro meccanismo marxiano: la produzione di plusvalore relativo. Il plusvalore può crescere non soltanto estendendo la durata della giornata lavorativa, ma anche riducendo la parte di essa necessaria alla riproduzione del valore della forza-lavoro. Se l’aumento della produttività riduce il valore delle merci che entrano direttamente o indirettamente nella riproduzione dei lavoratori, diminuisce il tempo di lavoro necessario e aumenta, a parità di giornata lavorativa, il pluslavoro appropriato dal capitale [9].
In questo senso, l’automazione è stata storicamente uno degli strumenti fondamentali della produzione di plusvalore relativo. Ma Marx individua al suo interno una contraddizione particolarmente importante: il capitale introduce macchine per ridurre la quantità di lavoro necessaria alla produzione e accrescere la quota di pluslavoro; nello stesso tempo, sostituendo lavoratori con macchine, riduce il numero di lavoratori dai quali può estrarre plusvalore. Nel capitolo sulle macchine Marx formula il problema in termini inequivocabili: l’impiego capitalistico del macchinario incorpora una contraddizione perché aumenta il saggio di plusvalore anche attraverso la riduzione relativa del numero dei lavoratori impiegati [10].
L’IA porta questa tendenza oltre l’automazione industriale tradizionale perché investe anche funzioni cognitive. La meccanizzazione aveva trasferito alla macchina una parte crescente delle operazioni manuali; l’intelligenza artificiale può ora automatizzare o accelerare traduzione, programmazione, elaborazione di documenti, progettazione, analisi dei dati e una parte delle attività amministrative. Non siamo tuttavia di fronte, almeno allo stato attuale, a una generale sostituzione dell’essere umano. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro ha stimato nel 2025 che circa un lavoratore su quattro nel mondo si trova in un’occupazione con qualche grado di esposizione all’IA generativa, sottolineando al tempo stesso che la trasformazione delle mansioni appare più probabile della completa eliminazione della maggior parte delle occupazioni [11].
Anche le analisi più recenti dell’OCSE invitano a evitare interpretazioni deterministiche. L’Employment Outlook 2026 rileva forti differenze territoriali nell’esposizione all’IA generativa e osserva che le evidenze sugli effetti occupazionali effettivi sono ancora in formazione: alcune ricerche mostrano difficoltà per i lavoratori più giovani in occupazioni altamente esposte, mentre altre associano l’adozione dell’IA a incrementi della produttività senza una corrispondente distruzione generalizzata dell’occupazione [12].
L’immagine di una tecnologia completamente indipendente dal lavoro umano è inoltre fuorviante. Dietro i sistemi di IA si trova una vasta divisione internazionale del lavoro: estrazione dei minerali, produzione dei semiconduttori, costruzione e gestione dei data center, generazione di energia, sviluppo dei modelli, manutenzione delle infrastrutture, raccolta e annotazione dei dati, moderazione e controllo degli output. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro ha richiamato espressamente l’attenzione sui cosiddetti data labourers, spesso invisibili nell’immagine pubblica di un sistema apparentemente autonomo [13].
L’automazione può quindi eliminare lavoro vivo in un punto della produzione trasferendone una parte verso altri segmenti della catena globale. Una fabbrica robotizzata può richiedere pochissimi lavoratori al proprio interno e dipendere contemporaneamente dal lavoro di migliaia di persone impegnate nella produzione delle sue componenti, nella manutenzione, nella logistica e nelle infrastrutture digitali ed energetiche. Per questo la teoria del valore non può essere verificata osservando soltanto la singola impresa: deve essere applicata alla riproduzione del capitale sociale complessivo.
È tuttavia possibile condurre il ragionamento fino al limite teorico della completa automazione. Immaginiamo una fabbrica nella quale nessun essere umano intervenga nella produzione: sistemi automatici progettano i prodotti, robot li costruiscono, altre macchine effettuano la manutenzione e l’IA gestisce amministrazione e logistica. Supponiamo inoltre, per rendere coerente l’esperimento mentale, che l’intero apparato riesca a funzionare senza alcun nuovo lavoro umano diretto.
Una simile fabbrica potrebbe produrre enormi quantità di valori d’uso, ma non creerebbe nuovo valore. Marx aveva anticipato esattamente questo problema nei Grundrisse: se il macchinario non richiedesse lavoro, potrebbe aumentare il valore d’uso prodotto, ma il valore di scambio generato non potrebbe superare il valore già incorporato nel macchinario stesso [14].
Il proprietario della fabbrica potrebbe comunque ottenere un profitto monetario se il resto dell’economia continuasse a funzionare capitalisticamente. Potrebbe appropriarsi di una quota del plusvalore prodotto altrove, beneficiare di una posizione monopolistica o ottenere una rendita dalla proprietà della tecnologia. Ma il problema cambia radicalmente se l’esperimento viene esteso all’intero sistema economico. Se tutto il lavoro vivo scomparisse dalla produzione, scomparirebbe anche la fonte del nuovo valore e quindi del plusvalore. Una società completamente automatizzata potrebbe essere materialmente ricchissima, ma non potrebbe riprodurre indefinitamente un sistema fondato sulla valorizzazione del valore secondo le categorie analizzate da Marx.
L’automazione completa rappresenta naturalmente un caso limite, non una previsione sulla prossima evoluzione del capitalismo. Il suo interesse è teorico: mostra che il capitalismo tende a ridurre proprio la sostanza dalla quale dipende il proprio processo di valorizzazione.
Questa tendenza è connessa alla crescita della composizione organica del capitale. Lo sviluppo della produttività consente a una quantità relativamente minore di lavoro vivo di mettere in movimento una massa crescente di mezzi di produzione. Nel terzo libro del Capitale, Marx collega questa dinamica alla legge della caduta tendenziale del saggio di profitto: se cresce il capitale costante rispetto al capitale variabile, la massa di plusvalore prodotta tende a diminuire relativamente rispetto al capitale complessivamente anticipato, a parità delle altre condizioni [15].
La legge non implica una caduta lineare e continua del profitto. Marx stesso dedica il capitolo successivo alle controtendenze capaci di contrastarla. L’aumento del saggio di plusvalore, la riduzione del valore degli elementi del capitale costante, l’espansione dei mercati, la crescita della massa complessiva del capitale e altri processi possono compensare o ritardare la tendenza. Sarebbe quindi meccanico sostenere che l’intelligenza artificiale debba necessariamente provocare una crisi immediata della redditività capitalistica.
La contraddizione resta tuttavia fondamentale. Ogni capitalista individuale ha interesse a utilizzare meno lavoro per produrre una determinata quantità di merci. Ma il capitale complessivamente considerato trae il nuovo valore dal lavoro vivo. Il sistema viene quindi spinto dalla concorrenza a economizzare continuamente la sostanza stessa della propria valorizzazione.
È a questo punto che la riflessione dei Grundrisse sul general intellect assume una particolare attualità. Nel cosiddetto «Frammento sulle macchine», Marx analizza la possibilità che lo sviluppo della grande industria renda la produzione sempre meno dipendente dal lavoro immediato del singolo lavoratore e sempre più dipendente dalla scienza, dalla cooperazione sociale e dalla conoscenza accumulata. Lo sviluppo del capitale fisso rivela allora fino a quale punto il sapere sociale generale sia divenuto una forza produttiva immediata [16].
L’intelligenza artificiale costituisce una manifestazione particolarmente avanzata di questa tendenza. Un grande modello incorpora conoscenze linguistiche, scientifiche e tecniche prodotte nel corso di un lungo processo storico e sociale. Dietro la sua capacità operativa si trova una massa immensa di conoscenza accumulata, insieme al lavoro passato di ricercatori, programmatori e produttori dei dati e delle infrastrutture che ne permettono il funzionamento. La conoscenza sociale viene oggettivata in un sistema tecnologico e diviene direttamente applicabile alla produzione.
L’elemento decisivo non consiste tuttavia soltanto nella crescita della potenza tecnologica. Nel capitalismo, questa conoscenza sociale assume la forma di proprietà di capitali particolari. Risultati prodotti attraverso una cooperazione scientifica e sociale che trascende i confini della singola impresa vengono incorporati in brevetti, piattaforme, infrastrutture proprietarie e sistemi chiusi. Il carattere sempre più sociale delle forze produttive convive così con una crescente concentrazione privata dei mezzi attraverso i quali quelle forze vengono utilizzate.
Il general intellect non coincide semplicemente con l’intelligenza artificiale, ma l’IA permette di comprendere concretamente il significato della categoria marxiana: una parte crescente della potenza produttiva non risiede più nella capacità immediata del singolo lavoratore, bensì nell’intera conoscenza sociale incorporata nella tecnologia e nell’organizzazione della produzione.
Ne deriva una contraddizione ancora più profonda di quella relativa alla sostituzione dei singoli lavoratori. Quanto più la ricchezza materiale dipende dalla scienza e dalle forze produttive sociali, tanto meno il tempo di lavoro immediato appare una misura adeguata delle possibilità produttive della società. Marx arriva nei Grundrisse a individuare precisamente questa tensione: il capitale riduce continuamente il tempo di lavoro necessario attraverso lo sviluppo delle forze produttive, mentre nello stesso tempo continua a porre il lavoro come misura del valore e fondamento della propria valorizzazione [17].
L’IA rende questa contraddizione immediatamente comprensibile. Un programma può permettere di svolgere in pochi minuti un’attività che, fino a pochi anni fa, richiedeva ore. Un sistema robotizzato può produrre in un giorno ciò che precedentemente richiedeva settimane di lavoro umano. La ricchezza potenziale aumenta mentre la quantità di lavoro necessaria diminuisce.
Dal punto di vista di una società orientata alla soddisfazione dei bisogni, questo sviluppo dovrebbe rappresentare una liberazione. Produrre la stessa quantità di ricchezza con meno lavoro significa potenzialmente ridurre la giornata lavorativa, aumentare il tempo disponibile e destinare una parte maggiore delle capacità umane ad attività scientifiche, culturali, artistiche, sociali e personali.
Nel capitalismo, invece, la riduzione del lavoro necessario assume una forma contraddittoria. Per il lavoratore sostituito da una macchina, il progresso della produttività non si presenta automaticamente come conquista di tempo libero, ma può presentarsi come perdita del salario. La stessa tecnologia che rende socialmente possibile lavorare meno può quindi generare disoccupazione, precarizzazione o intensificazione del lavoro per chi rimane occupato. Il problema non risiede nella tecnologia in quanto tale, ma nella forma sociale entro la quale viene introdotta.
L’intelligenza artificiale non dimostra quindi che Marx sia stato superato perché le macchine avrebbero imparato a creare valore. Mostra piuttosto quanto sia decisiva la distinzione marxiana tra ricchezza e valore. Le macchine possono moltiplicare la ricchezza disponibile e ridurre drasticamente la quantità di lavoro necessaria, ma proprio questo successo delle forze produttive entra in tensione con un sistema che continua a organizzare la produzione attraverso il lavoro salariato e la valorizzazione del capitale.
La domanda decisiva posta dall’IA non è pertanto se un algoritmo possa sostituire tecnicamente un lavoratore. È cosa accade a una società nella quale una quota crescente della produzione può essere realizzata con una quota decrescente di lavoro umano immediato mentre l’accesso ai mezzi di sussistenza continua a dipendere, per la maggioranza della popolazione, dalla vendita della forza-lavoro.
Sotto questo profilo, lo ribadiamo, l’intelligenza artificiale non costituisce una confutazione della teoria marxiana del valore, ma una delle manifestazioni più avanzate della contraddizione che Marx aveva individuato nello sviluppo storico del capitale. Il capitalismo costruisce macchine per ridurre il lavoro necessario, incorpora nella produzione una quantità crescente di sapere sociale e tende a trasformare la scienza in forza produttiva diretta; al tempo stesso continua a dipendere dal lavoro vivo come fonte del nuovo valore e del plusvalore.
Quanto più questa contraddizione si sviluppa, tanto più la questione dell’automazione cessa di essere semplicemente tecnologica e diventa una questione relativa ai rapporti di produzione. Il problema non è impedire alle macchine di sostituire il lavoro umano, ma stabilire chi possiede le macchine, chi controlla il sapere sociale incorporato nell’intelligenza artificiale e come vengono distribuiti i benefici derivanti dalla crescita della produttività.
L’orizzonte aperto dall’automazione potrebbe essere quello di una riduzione generalizzata del tempo di lavoro necessario. Nei rapporti capitalistici, la stessa possibilità viene subordinata alla valorizzazione e può tradursi nella marginalizzazione di una parte della forza-lavoro e nella concentrazione della ricchezza e del controllo tecnologico. Una diversa organizzazione sociale potrebbe invece trasformare l’incremento della produttività in tempo liberato.
In questo senso, l’IA rende ancora più attuale il problema posto da Marx nei Grundrisse: lo sviluppo delle forze produttive crea progressivamente le condizioni materiali perché il tempo di lavoro cessi di rappresentare la misura fondamentale della ricchezza sociale. Il capitale contribuisce a creare queste condizioni proprio mentre tenta di ricondurle continuamente entro il principio della valorizzazione. La contraddizione fondamentale dell’epoca dell’intelligenza artificiale non è dunque quella tra uomo e macchina, né quella tra la teoria marxiana e nuove tecnologie che Marx non avrebbe potuto conoscere. È la contraddizione tra forze produttive sempre più socializzate, automatizzate e fondate sul sapere collettivo e rapporti di produzione nei quali quelle forze rimangono subordinate all’appropriazione privata e alla produzione di plusvalore. L’IA non elimina il problema marxiano del valore: contribuisce a portarlo verso il suo limite storico.
Note:
[1] Karl Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica, Libro I, cap. I, «La merce». Marx definisce il tempo di lavoro socialmente necessario come il tempo richiesto per produrre un valore d’uso nelle condizioni normali di produzione e con il grado medio sociale di abilità e intensità del lavoro.
[2] Karl Marx, Critica del Programma di Gotha, 1875, parte I. Marx respinge l’affermazione secondo cui il lavoro sarebbe la fonte di ogni ricchezza e indica anche la natura come fonte dei valori d’uso e della ricchezza materiale.
[3] Karl Marx, Il capitale, Libro I, cap. VI, «Capitale costante e capitale variabile», secondo la numerazione delle edizioni italiane basate sull’edizione tedesca. Marx distingue il valore dei mezzi di produzione, che viene conservato e trasferito, dal capitale investito nella forza-lavoro, capace di produrre un’eccedenza rispetto al proprio valore.
[4] Karl Marx, Il capitale, Libro I, cap. XIII, «Macchine e grande industria», in particolare il paragrafo sul valore trasferito dal macchinario al prodotto. Marx precisa che le macchine appartengono al capitale costante e trasferiscono al prodotto il proprio valore nella misura della loro usura.
[5] Karl Marx, Il capitale, Libro I, sezione II, «La trasformazione del denaro in capitale», e in particolare il capitolo sull’acquisto e la vendita della forza-lavoro. La peculiarità della forza-lavoro consiste nel fatto che il suo consumo produttivo è contemporaneamente processo lavorativo e processo di produzione di valore.
[6] Karl Marx, Il capitale, Libro I, capitolo su plusvalore assoluto e relativo. La categoria di lavoro produttivo assume nel modo di produzione capitalistico una determinazione specifica in relazione alla produzione di plusvalore, e non coincide semplicemente con il carattere manuale o materiale dell’attività.
[7] Karl Marx, Il capitale, Libro I, cap. XIII, «Macchine e grande industria». Marx distingue il vantaggio temporaneo ottenuto dal capitalista che introduce per primo una tecnologia superiore dalla situazione successiva, la generalizzazione della nuova produttività, quando il valore sociale della merce si riduce.
[8] Karl Marx, Il capitale, Libro III, capp. IX-X, dedicati alla formazione del saggio generale del profitto, ai prezzi di produzione e al plusprofitto. La concorrenza distribuisce il plusvalore complessivamente prodotto tra capitali di diversa composizione, cosicché il profitto realizzato da un singolo capitale non coincide necessariamente con il plusvalore prodotto nella stessa impresa.
[9] Karl Marx, Il capitale, Libro I, cap. X, «Concetto di plusvalore relativo», secondo la numerazione delle principali edizioni italiane. L’aumento della produttività può ridurre il tempo di lavoro necessario e ampliare la quota della giornata lavorativa che assume la forma di pluslavoro.
[10] Karl Marx, Il capitale, Libro I, cap. XIII. Nell’analisi dell’impiego capitalistico delle macchine Marx sottolinea la contraddizione tra l’aumento del plusvalore relativo e la sostituzione di una parte dei lavoratori con capitale costante.
[11] Paweł Gmyrek, Janine Berg, Karol Kamiński et al., Generative AI and Jobs: A Refined Global Index of Occupational Exposure, ILO Working Paper 140, Organizzazione Internazionale del Lavoro, Ginevra, 2025; Id., Generative AI and Jobs: A 2025 Update, OIL, 20 maggio 2025. Lo studio stima che circa un quarto dell’occupazione mondiale presenti qualche grado di esposizione all’IA generativa e considera, nella fase attuale, la trasformazione delle mansioni generalmente più probabile della loro completa automazione.
[12] OCSE, OECD Employment Outlook 2026: Geographic Disparities in Jobs and Incomes, OECD Publishing, Parigi, 2026, doi: 10.1787/7e710f54-en; OCSE, Recent Policy Developments on AI in the Labour Market, OECD Artificial Intelligence Papers, n. 63, 2026. Le analisi sottolineano il carattere territorialmente e settorialmente differenziato dell’esposizione all’IA e la natura ancora non conclusiva delle evidenze sui suoi effetti netti sull’occupazione.
[13] Organizzazione Internazionale del Lavoro, Artificial Intelligence Adoption and Its Impact on Jobs, Ginevra, 31 maggio 2025. Il rapporto dedica particolare attenzione ai lavoratori dei dati e alle forme di lavoro umano spesso invisibili che sostengono lo sviluppo e il funzionamento dei sistemi di IA.
[14] Karl Marx, Grundrisse. Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, manoscritti del 1857-1858, sezione sulle macchine e sul pluslavoro. Marx osserva che una macchina completamente indipendente dal nuovo lavoro potrebbe aumentare i valori d’uso, ma non creare un valore di scambio superiore al lavoro già oggettivato in essa.
[15] Karl Marx, Il capitale, Libro III, cap. XIII, «La legge in quanto tale». Marx collega l’aumento relativo del capitale costante rispetto al capitale variabile alla tendenza alla diminuzione del saggio generale del profitto, precisando successivamente le numerose controtendenze che ne impediscono una manifestazione lineare.
[16] Karl Marx, Grundrisse, «Frammento sulle macchine». È in questo passaggio che Marx utilizza l’espressione general intellect per indicare il sapere sociale generale incorporato nelle condizioni tecnologiche della produzione e divenuto forza produttiva immediata.
[17] Karl Marx, Grundrisse, «Frammento sulle macchine». La riduzione del lavoro immediato provocata dallo sviluppo scientifico e tecnologico entra, nell’analisi marxiana, in contraddizione con il permanere del tempo di lavoro quale fondamento della produzione di valore.