Il quadro politico italiano, sia istituzionale che sociale, è in uno stato di profonda instabilità; il malcontento sociale della classe lavoratrice e della piccola borghesia impoverita, ha enormi difficoltà a trovare un quadro di riferimento politico credibile che possa sbloccare in chiave progressiva la crisi profonda in cui versano milioni di uomini e donne a cui la crisi viene quotidianamente fatta pagare. Giorgia Meloni, salita al potere solo in virtù del fatto che il suo partito post-fascista, schierandosi all’opposizione del Governo Draghi, ha assunto un minimo di credibilità, come era prevedibile, ha perso una buona parte del credito acquisito, per aver compiuto il più sfacciato e bieco progetto di tutela dei privilegi e delle diseguaglianze che si sia visto nella Storia repubblicana. Non solo si è dimostrata prona ai diktat degli Stati Uniti, di Israele e della Commissione Europea ma ha anche sostenuto ed avvallato le più nefaste ed odiose pratiche di corruzione e di malaffare di cui il personale politico ed amministrativo di cui fanno parte i partiti che l’appoggiano sono organica espressione. Il tentativo di imporre la riforma costituzionale sulla giustizia ha rappresentato il punto più avanzato di questa strategia che concepisce nella forma più estrema la legge come strumento di coercizione nei confronti delle classi popolari e di tutela del privilegio più sfacciato per le classi possidenti. Dopo più di tre anni di Governo, un sentimento popolare diffuso ha respinto questa legge attraverso il no al referendum e ha messo in difficoltà, almeno inizialmente, il blocco sociale reazionario che sostiene il Governo Meloni.
Nonostante questo stato momentaneo di crisi, tuttavia, potendo contare su una debolezza consistente dell’opposizione, il blocco reazionario, è riuscito a risollevarsi. I principali esponenti dell’opposizione, coadiuvati dall’apparato dello Stato e dal sistema dei media, hanno, da subito, cominciato a ragionare sull’ipotesi di Governo, parlando di leadership, di primarie, evitando accuratamente di discutere sui contenuti politici, sui programmi e sulle proposte di riforme sociali e di mutamenti parziali in politica internazionale intorno ai quali avrebbero chiesto il voto agli elettori. Da queste dinamiche, favorite ed accentuate dai meccanismi elettorali di stampo maggioritario nei quali la classe dominante tende ad imbrigliare ed assecondare la volontà popolare per continuare a gestire indisturbata il potere, si sviluppa e prende corpo la dinamica del campo largo che, di fronte alla pericolosità sociale delle destre tende a costruire un alleanza che include, rischiando di renderli determinanti, i soggetti politici più indigesti ed insopportabili alle classi popolari, ovvero quelle forze politiche – Calenda, Renzi, una parte consistente e, per molti aspetti, maggioritaria nel PD, che, nel suo operare politico e nelle sue dichiarazioni, porta a sfumare completamente, rendendole quasi irriconoscibili le differenze politiche e sociali con il centro-destra. Se vogliamo affrontare i problemi con onestà lo dobbiamo dire chiaramente: il campo largo, così com’è oggi, allontana i cittadini dalla partecipazione politica, alimenta l’astensionismo e, indirettamente favorisce le forze di destra ed estrema destra che, con l’aiuto dei media che alimentano costantemente la frustrazione delle classi popolari verso il basso, tentano di ricostruirsi una presunta verginità intorno all’odiosa figura del generale fascista Vannacci.
Se è vero che il quadro politico-istituzionale presenta tutti questi elementi di criticità – non tanto differenti dagli schemi che il capitale finanziario tende ad imporre, con risultati alterni in tutta Europa – è anche vero che la lotta di classe, le spinte popolari più profonde, dove hanno avuto la forza e la volontà di manifestarsi – anche per l’acuirsi della crisi e delle contraddizioni imperialiste a livello mondiale – hanno determinato degli effetti anche nel quadro politico-istituzionale. La questione palestinese e le dinamiche della crisi dell’imperialismo statunitense – a cui l’Europa e, soprattutto il Governo Meloni è strettamente collegato – hanno prodotto degli effetti sulla classe politica posizionando il Movimento Cinque Stelle, AVS e una parte del PD su una linea più marcatamente antisionista per cui non è più un tabu la proposta d’interrompere la cooperazione militare con Israele. Sono gli effetti delle contraddizioni politiche e sociali, intrecciate con la soggettività di chi ha lottato su questi temi ad aver prodotto un incrinatura in una parte della classe politica. Da qui i malumori, le dissociazioni della parte più retriva, guerrafondaia ed apertamente sionista all’interno del Partito Democratico. Il caso della richiesta di rottura degli accordi di cooperazione con Israele nel Comune di Milano a cui il sindaco Sala ed una parte consistente della maggioranza di centro-sinistra si sono opposti fermamente è emblematico. Così come non possiamo che valutare positivamente l’uscita della più odiosa guerrafondaia sionista e filo-ucraina dal PD Pina Picerno. Si tratta delle stesse contraddizioni, seppur con un grado differente, che bisognerebbe sollevare a Roma nei confronti della giunta Gualtieri, intrecciata da più fili con i settori più parassitari e retrivi del capitale finanziario, spesso in alleanza organica sotterranea con le forze politiche e sociali di destra nella città di Roma.
Per concludere: ci troviamo di fronte ad un contesto politico e sociale estremamente complesso, fluido, dinamico e contraddittorio: il campo largo è inadeguato a sconfiggere politicamente la destra, bisognerebbe spaccarlo con l’ottica di costruire accordi di desistenza che appaiano credibili alle masse e che, tuttavia, riescano a definire dei risultati concreti per rendere sensato e credibile il voto per le masse popolari, realizzando in tutti i modi possibili l’isolamento dell’estrema destra nel nostro paese. In questa fase ci sono alcune forze politiche che si dichiarano pronte a rompere questo stallo, prima fra tutte l’assemblea del professor Angelo D’orsi che punta alla costruzione di un terzo polo indipendente dal Centro-destra e dal Campo Largo con l’obiettivo di raccogliere un consenso intorno ai temi della pace e ad alcune questioni sociali tra il proletariato e la piccola borghesia impoverita, mentre, non sappiamo se e come – se in connessione con Agorà o separatamente – Potere al Popolo si incontrerà per preparare una lista indipendente. D’altra parte, il Partito della Rifondazione Comunista, in particolare la sua maggioranza, ha proposto un fronte unico costituzionale per battere le destre, quindi dentro il campo largo, nell’ottica di fare pressione affinché se ne sposti il baricentro.
Tutte queste tendenze centrifughe non sono solo l’effetto di dinamiche politiche unilaterali e, in alcuni casi, di tendenze settarie, ma riflettono la crisi politica e la difficoltà di sbocchi che la fase attuale ci consegna. A nostro avviso la spinta alla rottura con il quadro politico attuale esprime la corretta esigenza di aprire una contraddizione in un sistema che rischia di non trovare soluzioni, ma d’altro canto, come spesso accade, quando i progetti si pongono in alternativa, se mancano di una forte credibilità, rischiano di essere percepiti dalle masse come tendenze autoreferenziali ed il consenso limitato che riescono ad ottenere, lungi dall’approfondire le contraddizioni in senso alla classe politica esistente, favoriscono, involontariamente i settori più conservatori, la destra in primis. Non sappiamo se questo fenomeno avverrà ma la negazione completa delle differenze tra centro-destra e centro-sinistra può avere un effetto positivo solo a due condizioni: la forte credibilità di chi lo propone, l’idea della concreta realizzabilità del programma, e l’interconnessione profonda tra i bisogni delle masse e chi si propone ad esse. Nonostante la profonda stima per il professor D’orsi e per il suo progetto, nutriamo qualche perplessità su questi punti. Per vasti settori delle masse non è indifferente l’ipotesi della sconfitta del Governo Meloni alle elezioni e, questo punto, a nostro parere va affrontato, non può essere considerato residuale. Rimaniamo del punto di vista per cui al centro di tutto non ci sono i progetti politici, oppure gli accordi personali per mandare qualcuno in Parlamento, o la visibilità mediatica che ci forniscono le elezioni, prima di tutto vengono i programmi e la loro realizzabilità concreta, nel lungo ma anche nel breve termine. Per questo l’ipotesi dell’autonomia dal campo largo non può avvenire in astratto, ma nella dialettica concreta con quelle forze politiche e sociali che vogliono contribuire concretamente a cacciare il Governo Meloni e a porre un’ipoteca concreta, sociale e conflittuale sul Governo che verrà.