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Paesi Bassi, il governo Jetten nasce in minoranza e nell’instabilità strutturale

Dopo 117 giorni di trattative, nei Paesi Bassi si è insediato il governo di minoranza guidato da Rob Jetten (D66). L’estrema destra arretra rispetto al 2023, ma la nuova formula centrista resta fragile e contestata da sinistra su welfare, pensioni, spesa militare e NATO.


Paesi Bassi, il governo Jetten nasce in minoranza e nell’instabilità strutturale

La nascita del governo Jetten lo scorso 23 febbraio ha chiuso formalmente la lunga fase apertasi con le elezioni anticipate del 29 ottobre, ma non risolve affatto la crisi di governabilità del sistema politico olandese. Al contrario, la nuova coalizione di minoranza guidata da D66 (Democraten 66) insieme a VVD (Volkspartij voor Vrijheid en Democratie) e CDA (Christen-Democratisch Appèl), tutte formazioni centriste, rappresenta una soluzione di compromesso che riflette la frammentazione estrema del panorama parlamentare e, al tempo stesso, l’incapacità delle élite politiche di costruire una maggioranza stabile su una linea coerente. La nuova squadra entra in carica con un profilo dichiaratamente europeista e atlantista, con Rob Jetten come primo ministro più giovane della storia del Paese, ma con una base parlamentare insufficiente e con un’agenda già contestata da più fronti.

Le elezioni di ottobre, del resto, avevano prodotto un risultato emblematico della fase politica in cui si trovano i Paesi Bassi. D66 aveva ottenuto 26 seggi, gli stessi del partito di estrema destra guidato da Geert Wilders, PVV (Partij voor de Vrijheid), con D66 davanti di misura nel voto popolare, mentre la coalizione uscente legata al governo Schoof era stata punita, con perdite diffuse e il crollo di NSC (Nieuw Sociaal Contract), che ha addirittura perso tutti i suoi 20 seggi. Guardando a sinistra, anche la coalizione tra ecologisti e laburisti GL-PvdA (GroenLinks-Partij van de Arbeid) ha registrato un arretramento, scendendo a 20 seggi, rispetto ai 25 della precedente legislatura. Il dato politico centrale, tuttavia, era un altro: nessuna formula di governo risultava naturale o numericamente agevole, e ogni combinazione implicava veti reciproci e costi politici elevati.

Il travagliato percorso di formazione del governo lo ha conferma. Dopo l’avvio del processo il 4 novembre, D66 e CDA, con quest’ultimo partito forte di un incremento elettorale che lo ha portato a conquistare 18 seggi, hanno prima tentato una trattativa bilaterale, senza successo. Successivamente i negoziati si sono allargati a VVD, forte di 22 scranni, e, solo dopo settimane di stallo, i tre partiti hanno ratificato la scelta, piuttosto inusuale nei Paesi Bassi, di un governo di minoranza (66 deputati su 150). L’accordo è stato presentato il 30 gennaio, Jetten è stato nominato formateur il 3 febbraio e l’esecutivo è entrato in carica il 23 febbraio.

Il governo Jetten, dunque, nasce non come espressione di una convergenza strategica solida, ma come esito di un incastro tattico tra tre partiti che non sono riusciti a costruire una maggioranza più ampia e che hanno preferito spostare il problema in Parlamento, negoziando legge per legge con opposizioni diverse. Come anticipato, infatti, la coalizione dispone di soli 66 seggi su 150 alla Tweede Kamer (la camera bassa) e non ha maggioranza neppure nella Eerste Kamer (camera alta), il che rende strutturale la dipendenza da voti esterni.

Per quanto riguarda l’orientamento politico del nuovo esecutivo, poi, sebbene D66 si presenti come forza progressista e pro-europea, la coalizione con VVD e CDA colloca il governo su una linea di centro-centrodestra, con un’agenda che combina linguaggio riformista, rigore di bilancio, stretta sul diritto d’asilo e forte aumento della spesa per la difesa. Su quest’ultimo punto, in particolare, il piano della coalizione punta ad accrescere la spesa militare verso il nuovo obiettivo NATO del 3,5% del PIL entro il 2035, finanziandola attraverso una “freedom tax” e misure che includono restrizioni ai sussidi di disoccupazione, maggiori contributi sanitari a carico dei cittadini e accelerazione dell’aumento dell’età pensionabile.

È precisamente su questo nodo che si concentra la critica delle opposizioni di sinistra. GL–PvdA, oggi principale blocco di opposizione parlamentare, ha scelto una linea che potremmo definire di “opposizione responsabile”, ma condizionata. La leadership di Jesse Klaver, succeduto a Frans Timmermans dopo la sconfitta elettorale, è stata formalizzata dalla stessa formazione con una narrazione di rilancio politico e di consolidamento del percorso di unificazione tra le due formazioni politiche, il cui congresso fondativo è previsto per giugno 2026.

Klaver ha chiarito già a gennaio che GL-PvdA è disposta a negoziare accordi con la futura coalizione di minoranza, ma solo a condizione di una svolta “più sociale e più verde”. In una nota ufficiale, il partito afferma di voler dare una chance al nuovo esecutivo per costruire maggioranze, ma avverte che la coalizione dovrà mostrare ampia disponibilità a trattare e che non verrà accettato un trasferimento dei costi sui lavoratori e sui redditi popolari. La formula, dunque, non rappresenta una pregiudiziale assoluta, bensì una disponibilità selettiva, che consente a GL-PvdA di presentarsi come forza di governo in attesa, nel tentativo di strappare concessioni negli ambiti ambientale e sociale, senza assumersi la corresponsabilità piena del programma Jetten.

La critica di merito è stata poi resa ancora più esplicita nella reazione al patto di coalizione. In un’altra comunicazione ufficiale, Klaver ha definito “irresponsabili” i tagli alla sanità e alla sicurezza sociale, chiedendo una “svolta di rotta fondamentale”. La nota menziona esplicitamente i punti contestati: aumento dell’età di pensionamento, incremento del contributo sanitario diretto, aumento dell’imposta sul reddito, riduzione della durata del sussidio alla disoccupazione, tagli all’assistenza agli anziani e alle prestazioni per chi è divenuto inabile al lavoro, oltre a un’insufficiente ambizione sulle questioni climatiche e ambientali. Questa è una critica che colpisce il cuore del compromesso D66-VVD-CDA: un centrismo che si presenta come argine all’estrema destra ma incorpora una linea sociale regressiva e, sul piano geopolitico, pienamente compatibile con il riarmo euro-atlantico.

Anche il Socialistische Partij (SP), che alle elezioni ha ottenuto tre seggi, adotta una postura nettamente critica, ma con una diversa grammatica politica rispetto a GL-PvdA. Se Klaver lascia aperta la strada a “accordi” condizionati, SP punta a mobilitare il conflitto sociale contro le misure simbolicamente più sensibili del nuovo esecutivo. Sul proprio sito ufficiale, il partito ha lanciato un appello contro il piano di aumento dell’età pensionabile, denunciando il tentativo del minoriteitskabinet D66-CDA-VVD di “spostare il traguardo” per lavoratori che già oggi faticano a raggiungere la pensione in buona salute. 

Questa impostazione è politicamente significativa perché segnala una lettura della fase in cui il governo Jetten non viene visto come semplice alternanza “moderata” al ciclo di estrema destra Wilders-Schoof, ma come un esecutivo che potrebbe consolidare una ristrutturazione regressiva del welfare sotto copertura centrista. È un punto che trova eco anche nelle organizzazioni giovanili socialiste, che hanno attaccato il gabinetto Jetten come promotore di “isteria di guerra”, denunciando l’afflusso di decine di miliardi verso armamenti e difesa a scapito di case, trasporti e servizi pubblici. Pur essendo una presa di posizione del settore giovanile e non dell’intera direzione nazionale, essa riflette una sensibilità presente nel campo socialista olandese: il nesso tra riarmo, NATO e compressione della spesa sociale.

Infine, la posizione del Nuovo Partito Comunista dei Paesi Bassi (Nieuwe Communistische Partij Nederland, NCPN), forza di opposizione extraparlamentare, è la più radicale e sistemica. Già alla vigilia delle elezioni, in un documento del 27 ottobre, il partito aveva definito la campagna elettorale come svolta in un contesto di “profonda crisi capitalistica” e “minaccia di guerra imperialista”, denunciando tagli a sanità, istruzione e condizioni di vita dei lavoratori a fronte di miliardi destinati a imprese, grande capitale, NATO e industria bellica. Nella stessa dichiarazione, il NCPN sosteneva che l’intero sistema politico olandese, pur diviso retoricamente tra opzioni diverse, restasse interno alla logica capitalistica, e che la risposta non dovesse essere affidata al parlamentarismo ma all’organizzazione dal basso, nelle fabbriche, nei quartieri e nei sindacati.

Il NCPN, inoltre, aveva scelto di non partecipare alle elezioni nazionali di ottobre, non per disinteresse verso la rappresentanza, ma dichiarando come priorità il rafforzamento del radicamento sociale e delle condizioni per una futura presenza comunista coerente in Parlamento. La critica comunista, infatti, non si limita a contestare singole misure del gabinetto Jetten, ma mette in questione il quadro complessivo in cui anche le forze “moderate” e “progressiste” accettano la militarizzazione e la disciplina euro-atlantica come dati inevitabili.

Dal punto di vista delle dinamiche future, il governo Jetten si muoverà probabilmente su una linea di negoziazione variabile. La sua sopravvivenza dipenderà dalla capacità di costruire maggioranze ad hoc: su alcuni dossier potrebbe trovare sponde a destra (migrazione, sicurezza, alcune misure fiscali), su altri potrebbe cercare l’appoggio di GL-PvdA o di segmenti dell’opposizione centrista e cristiana. Ma proprio questa flessibilità è anche una fonte di instabilità, perché accentua la natura transattiva della politica olandese in una fase di polarizzazione sociale e di sfiducia diffusa.


In questo senso, il governo Jetten segna sì una battuta d’arresto dell’estrema destra in termini di centralità governativa immediata, ma non una rottura di fondo con le coordinate che hanno alimentato l’ascesa reazionaria negli ultimi anni. Se la promessa del nuovo esecutivo è quella di “normalizzare” la politica olandese, la sua agenda sociale e militare rischia di produrre l’effetto opposto: stabilità istituzionale solo apparente e conflitto politico-sociale più profondo. È proprio su questa contraddizione che si giocherà la prossima fase politica nei Paesi Bassi.

26/02/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Giulio Chinappi
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