Il voto svizzero dello scorso 14 giugno ha respinto l’iniziativa popolare “No a una Svizzera da 10 milioni!”, promossa dall’Unione Democratica di Centro, ma non ha chiuso il problema politico che quella stessa iniziativa ha portato alla luce. Con circa il 54,8% di voti contrari e il 45,2% favorevoli, la proposta della destra nazional-conservatrice è stata battuta, ma non marginalizzata. Quasi un elettore su due ha infatti sostenuto un progetto che avrebbe introdotto nella Costituzione federale un tetto rigido alla popolazione residente permanente, fissando l’obiettivo di non superare i 10 milioni di abitanti entro il 2050 e prevedendo misure restrittive già al raggiungimento della soglia dei 9,5 milioni.
La sconfitta dell’iniziativa rappresenta dunque un risultato importante, soprattutto perché ha impedito che una questione sociale reale venisse tradotta in un meccanismo costituzionale punitivo contro migranti, richiedenti asilo, lavoratori stranieri e famiglie transnazionali. Tuttavia, il livello del Sì conferma che la destra svizzera ha saputo intercettare paure diffuse, legate al costo della vita, agli affitti, alla pressione sui servizi pubblici, alla concorrenza salariale, alla precarietà e alla percezione di una crescita economica che arricchisce soprattutto il capitale, mentre lascia ampie fasce popolari esposte all’insicurezza.
L’iniziativa dell’UDC si presentava sotto l’etichetta apparentemente neutra della “sostenibilità”. In realtà, la sua architettura politica era chiaramente orientata a trasformare la questione demografica in una questione migratoria. Se la popolazione residente permanente avesse superato i 9,5 milioni prima del 2050, Confederazione e Parlamento sarebbero stati obbligati a intervenire, in particolare nei settori dell’asilo e del ricongiungimento familiare. Al superamento della soglia dei 10 milioni, la Svizzera avrebbe dovuto rinegoziare o denunciare accordi internazionali considerati responsabili della crescita demografica, compreso l’accordo sulla libera circolazione delle persone con l’Unione Europea. La proposta, dunque, non si limitava a fissare un obiettivo numerico: introduceva un automatismo politico capace di colpire diritti fondamentali e rapporti internazionali, scaricando sul lavoro migrante le contraddizioni generate dal modello economico svizzero.
È proprio su questo terreno che la sinistra marxista svizzera ha sviluppato la propria opposizione. Non si è trattato semplicemente di aderire al fronte istituzionale del No, nel quale figuravano anche governo federale, padronato, economie liberali e forze interessate soprattutto alla stabilità dei rapporti con Bruxelles. I partiti comunisti, socialisti rivoluzionari e anticapitalisti hanno respinto l’iniziativa da una prospettiva differente: non in nome della difesa astratta della “prosperità svizzera”, ma in nome dell’unità della classe lavoratrice contro la divisione xenofoba e contro il padronato che trae profitto sia dalla precarizzazione dei migranti sia dal peggioramento delle condizioni dei lavoratori svizzeri.
Il Partito Svizzero del Lavoro – Partito Operaio e Popolare, nelle sue diverse articolazioni linguistiche e cantonali, ha raccomandato il No denunciando il carattere razzista e xenofobo dell’iniziativa. Per il POP-PdA-PST, la destra ha costruito un falso problema per proporre false soluzioni, distogliendo la popolazione dai veri nodi sociali: salari, rendite, previdenza, sanità, condizioni di lavoro, speculazione e indebolimento dei servizi pubblici. Il partito ha insistito anche su un punto concreto: la Svizzera dipende in diversi settori dal lavoro straniero, compresa la sanità e la cura degli anziani. Una restrizione rigida della popolazione residente non avrebbe eliminato il bisogno di manodopera, ma avrebbe probabilmente aumentato il ricorso a statuti più precari, frontalieri, permessi brevi e forme di impiego più facilmente ricattabili, con effetti negativi sull’intero mercato del lavoro.
Questa posizione è importante perché rovescia l’argomento dell’UDC. La destra sostiene di difendere i lavoratori svizzeri dalla pressione migratoria, ma in realtà il suo progetto rischia di rendere ancora più fragile la posizione di tutti i salariati. Meno diritti per i migranti significa più potere per i datori di lavoro. Una forza lavoro divisa per nazionalità, statuto giuridico, permesso di soggiorno e accesso ai diritti è una forza lavoro più debole, meno capace di organizzarsi e più esposta al dumping salariale. Per la sinistra marxista, il problema non è la presenza dei migranti, ma l’uso capitalistico della migrazione come strumento di competizione al ribasso.
Il Partito Comunista, radicato soprattutto in Ticino, ha assunto una posizione particolarmente articolata: da un lato ha rifiutato l’iniziativa, definendola un diversivo dell’UDC destinato a fomentare una guerra tra poveri e a indebolire il movimento operaio; dall’altro, ha criticato duramente anche la campagna della sinistra rossoverde e dei settori sindacali che hanno impostato il No quasi esclusivamente sulla difesa degli accordi bilaterali con l’Unione Europea. Secondo il Partito Comunista, la sovranità nazionale non si difende dividendo il popolo tra svizzeri e stranieri, ma neppure accodandosi all’europeismo liberale. La vera battaglia, dunque, passa per la neutralità, per il rifiuto della subordinazione all’UE e alla NATO, per la difesa dei salari e per vincoli stringenti al padronato.
Questa impostazione, dunque, distingue il Partito Comunista sia dalla destra nazionalista sia dalla sinistra liberale. La critica all’immigrazione incontrollata, nella sua prospettiva, non deve tradursi in xenofobia o in attacco ai lavoratori stranieri, ma in un’analisi delle cause profonde dei flussi migratori e della loro gestione capitalistica. Guerre, saccheggio neocoloniale, disuguaglianze globali e politiche economiche neoliberiste producono migrazioni forzate; il grande capitale, poi, utilizza queste stesse migrazioni per comprimere salari e diritti. La risposta, dunque, non può essere il tetto demografico, ma la lotta contro le cause imperialiste e capitaliste delle migrazioni, insieme alla difesa dell’unità tra lavoratori locali e immigrati.
Anche il Partito Comunista Rivoluzionario ha respinto con forza l’iniziativa, sviluppando una critica di classe radicale. La sua lettura, tuttavia, parte da un riconoscimento politico: l’UDC ha avuto successo perché ha parlato di problemi reali. Affitti insostenibili, premi di cassa malati in aumento, salari stagnanti, trasporti pubblici sovraccarichi e servizi sotto pressione non sono invenzioni propagandistiche, ma esperienze quotidiane di una parte significativa della classe lavoratrice. Il punto, però, è che l’UDC offre una spiegazione falsa e reazionaria, spostando la rabbia sociale dai capitalisti ai migranti. In questo modo, la destra trasforma un malcontento potenzialmente progressivo in una mobilitazione regressiva.
Per i comunisti rivoluzionari, la risposta non può consistere in un’alleanza indistinta con la borghesia liberale, le associazioni padronali e i partiti che difendono lo stesso ordine economico responsabile della crisi sociale. Una campagna del No fondata solo sulla paura del caos, sulla difesa della competitività economica e sulla necessità di manodopera straniera per le imprese non parla realmente ai lavoratori impoveriti. Anzi, rischia di rafforzare l’UDC, perché conferma l’immagine di una sinistra allineata all’establishment. La risposta deve invece essere indipendente e proletaria: salari più alti, controllo pubblico della sanità, lotta alla speculazione immobiliare, difesa dei servizi, esproprio dei grandi gruppi e unità dei lavoratori di ogni nazionalità.
Alla luce dell’analisi effettuata dalle principali forze della galassia marxista svizzera, dunque, il risultato finale del referendum va interpretato in due direzioni. Da un lato, è una sconfitta dell’UDC e del suo tentativo di costituzionalizzare una politica di esclusione; la Svizzera ha evitato un irrigidimento pericoloso, che avrebbe colpito asilo, ricongiungimenti familiari, permessi di soggiorno, lavoratori stranieri e relazioni internazionali. Dall’altro lato, il voto mostra che il terreno su cui si muove la destra resta fertile. Il 45% favorevole all’iniziativa non può essere liquidato come semplice razzismo individuale. Dentro quel voto vi sono sicuramente pulsioni xenofobe, ma anche rabbia sociale, paura del futuro, insicurezza materiale e sfiducia verso istituzioni percepite come lontane.
Il respingimento dell’iniziativa “No a una Svizzera da 10 milioni” ha impedito che la Costituzione federale diventasse uno strumento automatico di esclusione sociale. Ma la partita resta aperta. La destra continuerà a usare la migrazione come capro espiatorio, mentre il padronato continuerà a usare la mobilità del lavoro per aumentare i profitti e comprimere i diritti. La risposta marxista emersa in questa campagna indica una strada diversa: nessuna concessione alla xenofobia, nessuna subalternità al liberalismo, nessuna difesa acritica dell’ordine esistente. Solo l’unità di classe tra lavoratori svizzeri e stranieri può spezzare la guerra tra poveri e trasformare il malcontento sociale in forza organizzata contro il capitale.