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La Bulgaria tra crisi di governo ed ingresso nell’euro

Tra proteste di massa e accuse di corruzione, il governo di Rosen Željazkov è caduto alla vigilia dell’ingresso della Bulgaria nell’euro, avvenuto il 1º gennaio. La frattura tra integrazione europea e sovranità sociale riporta in primo piano le posizioni della sinistra radicale.


La Bulgaria tra crisi di governo ed ingresso nell’euro

La Bulgaria ha chiuso il 2025 e aperto il 2026 con due passaggi che, presi insieme, restituiscono la fotografia di un paese collocato nel punto di massima tensione tra periferia sociale e “cuore” istituzionale dell’Unione Europea: da un lato la caduta del governo guidato da Rosen Željazkov, travolto da settimane di proteste e costretto alle dimissioni alla vigilia di un voto di sfiducia; dall’altro l’adozione dell’euro, celebrata come approdo “strategico” ma vissuta da una parte consistente dell’opinione pubblica come scelta calata dall’alto, priva di legittimazione popolare e potenzialmente destabilizzante sul piano del costo della vita.

La caduta del governo Željazkov: la crisi che viene da lontano

Il governo Željazkov, formatosi nel gennaio 2025, nasceva già fragile, perché costruito su un compromesso politico tipico della Bulgaria dell’ultimo quinquennio: coalizioni eterogenee, maggioranze risicate, e una conflittualità costante sul tema della corruzione e dell’influenza oligarchica nello Stato. La nascita dell’esecutivo, dopo l’ennesima tornata elettorale e trattative complesse, era stata infatti presentata come un tentativo di “normalizzazione” istituzionale e di ripristino della stabilità finanziaria, con l’obiettivo di portare a compimento l’ingresso nell’eurozona.

A dicembre, però, la miccia sociale si è accesa sul terreno più sensibile: politiche economiche percepite come inique e un sentimento diffuso che la lotta alla corruzione restasse, ancora una volta, più retorica che sostanza. Le manifestazioni, inizialmente collegate anche alle misure di bilancio e agli aumenti fiscali o contributivi prospettati, si sono rapidamente trasformate in un movimento più ampio contro il sistema politico, con al centro l’idea che la “questione morale” continui a essere elusa. La pressione di piazza è culminata nella decisione del primo ministro di dimettersi poco prima del voto di sfiducia, mentre il presidente Rumen Radev si schierava apertamente con la richiesta di un cambio di rotta.

L’instabilità bulgara, a nostro modo di vedere, non è solo un difetto di ingegneria politica, ma l’esito di un modello di sviluppo “per aggancio” all’Europa, dove riforme e obiettivi macroeconomici convivono con salari bassi, diseguaglianze territoriali, sfiducia nelle istituzioni e una percezione persistente di cattura dello Stato da parte di reti clientelari. Anche la stessa agenzia di notizie nazionale, la BTA, ha letto la stagione delle proteste del 2025 come un fattore decisivo che ha abbattuto il governo proprio mentre il paese si avvicinava alla data dell’euro, evidenziando il collegamento tra i due avvenimenti che hanno caratterizzato il passaggio tra il vecchio e il nuovo anno.

L’euro come “traguardo” o come detonatore politico?

Sul piano formale, l’ingresso nell’euro viene sancito come compimento della traiettoria di integrazione europea: dal 1º gennaio 2026 la moneta unica sostituisce gradualmente il lev, secondo il quadro di transizione predisposto dalle istituzioni europee e nazionali.

Eppure, la disputa sull’euro non nasce nel dicembre 2025, ma almeno sei mesi prima, quando si consolida la prospettiva concreta dell’adozione nel 2026 e la società si spacca quasi a metà. Sentendo aria di crisi, il presidente Radev ha persino tentato di promuovere un referendum sulla tempistica e sull’adozione dell’euro, ma la sua proposta è stata respinta dal parlamento con l’argomento dell’incompatibilità costituzionale e degli impegni derivanti dai trattati UE, un mantra che i cittadini di quasi tutti i paesi membri dell’UE si sono sentiti ripetere decine di volte negli ultimi trent’anni.

Dal punto di vista socioeconomico, le paure più diffuse sono note: incremento dei prezzi “da arrotondamento”, erosione del potere d’acquisto, stagnazione salariale, e l’idea che un paese considerato tra i più poveri dell’UE affronti il passaggio in condizioni di vulnerabilità. I sondaggi pubblicati da Alpha Research descrivono un elettorato quasi perfettamente diviso tra favorevoli e contrari, con una maggiore opposizione nei centri minori e tra le fasce anziane o socialmente più esposte, mentre, come d’abitudine, l’europeismo trionfa tra le classi benestanti e i grandi centri urbani.

Allo stesso tempo, sul piano tecnico, molti analisti sottolineano che la Bulgaria vive da decenni con una sovranità monetaria già limitata: il lev, infatti, era già ancorato da anni all’euro attraverso il regime di cambio e, in sostanza, la politica monetaria è stata fortemente condizionata dalla stabilità del peg. Se dunque è vero che l’euro riduce ulteriormente gli spazi nazionali di decisione e rafforza la centralità della BCE, è anche vero che l’assetto precedente non offriva una piena autonomia monetaria “keynesiana”. Tuttavia, ora i bulgari dovranno chiedersi anche chi decide le regole fiscali, le priorità di investimento, le politiche sociali, e con quale legittimazione democratica.

Il paese, dunque, adotta la moneta unica in un clima di delegittimazione dell’esecutivo e di conflitto di piazza, dando vita ad una sequenza che rafforza la percezione dell’integrazione come processo guidato dall’alto e indifferente alle fratture sociali interne.

La sinistra alternativa e comunista: euroscetticismo, sovranità e “neutralismo”

In Bulgaria, esiste una sinistra istituzionale, rappresentata dal Partito Socialista Bulgaro (Bălgarska Socialističeska Partija, BSP) e dai suoi alleati, quasi sempre allineata sulle posizioni euroatlantiste, ed una sinistra radicale extraparlamentare, che si esprime in modo frammentato, talvolta dentro coalizioni che mescolano temi sociali, neutralismo geopolitico e, in alcuni casi, elementi culturali o nazionalisti che complicano le tradizionali categorie “destra-sinistra”.

Tra questi elementi, ad esempio, la coalizione Neutralna Bălgarija, composta da due partiti comunisti (il Partito Comunista Bulgaro e il Partito dei Comunisti Bulgari) e da altre formazioni della sinistra radicale e “filorusse”, si presenta con parole d’ordine nette: “No all’euro” e un’impostazione di politica estera centrata sul neutralismo, fino alla richiesta di uscita della Bulgaria dalla NATO, insieme a rivendicazioni di tassazione progressiva e a una critica frontale all’ideologia “euro-atlantica” nel discorso pubblico. 

Quelle messi in evidenza da Neutralna Bălgarija sono indubbiamente questioni realmente sentite dalle classi popolari bulgare: il timore di una fiammata dei prezzi, la debolezza contrattuale del lavoro, la sfiducia verso istituzioni catturate da interessi privati, e la sensazione che l’UE imponga cornici macroeconomiche spesso compatibili con politiche di moderazione salariale e disciplina fiscale. Allo stesso tempo, la critica all’euro tende spesso a sovrapporsi a narrazioni culturali che non sono proprie della tradizione socialista classica e che possono avvicinare, sul piano comunicativo, la sinistra radicale a settori populisti o nazionalisti.

Per la sinistra comunista e alternativa, il terreno decisivo nei prossimi mesi non sarà tanto la nostalgia del lev, quanto la capacità di dimostrare che l’euroscetticismo può tradursi in un progetto sociale concreto: difesa dei salari reali, strumenti anti-speculazione e anti-cartello nella fase di conversione dei prezzi, politiche fiscali progressive, lotta alla corruzione come redistribuzione di potere e non come slogan. In questo senso, è significativo che la piattaforma citata associ al “no all’euro” anche la tassazione progressiva, nel tentativo di ricondurre il discorso sulla moneta a un’idea di giustizia sociale.

Come detto, tuttavia, in Bulgaria - al pari di quanto avviene in altri paesi europei - la mobilitazione contro l’euro ha spesso un baricentro nazional-populista, e la sinistra radicale rischia di esserne risucchiata, perdendo autonomia analitica e sociale. Una situazione che obbliga a sinistra, soprattutto quella euroscettica e comunista, a una scelta strategica: limitarsi a denunciare l’integrazione come perdita di sovranità, oppure costruire un discorso capace di legare sovranità e diritti sociali, evitando che il malessere popolare venga egemonizzato da una critica puramente identitaria o reazionaria.

02/01/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Giulio Chinappi
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