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Il grande gioco nel Sahel tra sovranità, ostaggi e nuovi alleati

Il Sahel è al centro di una complessa competizione geopolitica tra Stati Uniti e Russia, che le giovani repubbliche della regione (Mali, Niger, Burkina Faso) sfruttano per affermare la propria sovranità. Gli USA, spinti da necessità operative come il rapimento di un pilota, adottano un approccio pragmatico con sanzioni revocate e diplomazia flessibile. La Russia offre sicurezza e sostegno incondizionato in cambio di risorse, posizionandosi come garante dell’autodeterminazione. I governi locali rifiutano condizionalità occidentali, giocano abilmente tra le potenze e usano la rivalità per massimizzare autonomia e vantaggi strategici.


Il grande gioco nel Sahel tra sovranità, ostaggi e nuovi alleati

L'instabile ma strategicamente vitale regione del Sahel si è trasformata nell'epicentro di un rinnovato e complesso scontro geopolitico del XXI secolo. Al suo cuore, uno scontro di civiltà e modelli: l'ambizione di Stati Uniti e Russia, superpotenze con visioni del mondo antitetiche, si frange contro la risoluta, e talvolta brutale, determinazione delle giovani repubbliche della regione – Mali, Niger e Burkina Faso – ad affermare una sovranità nazionale per troppo tempo negata. Questa analisi mira a delineare un quadro suggestivo e multi-stratificato di questa contesa, caratterizzato da due linee di forza divergenti e in profonda tensione.

Da un lato, si osserva il tentativo, guidato principalmente dagli Stati Uniti, di ristabilire una forma di egemonia occidentale nella regione. Questo sforzo, tuttavia, è radicalmente mutato rispetto al passato: non si presenta più come un'imperiale imposizione di valori o un intervento militare diretto, ma assume le vesti di un pragmatismo calcolatore. L'obiettivo rimane quello di limitare l'influenza di potenze rivali e salvaguardare interessi strategici (dal controllo del terrorismo transnazionale all'accesso a risorse e rotte), ma gli strumenti sono oggi la diplomazia dolce, la revoca mirata di sanzioni e la negoziazione su obiettivi specifici, come dimostrato dalla ricerca dell'ostaggio americano. È un'egemonia che, messa alle strette, dimostra flessibilità tattica, pur senza rinunciare alle sue finalità di lungo periodo.

Dall'altro lato, si erge il plateale e orgoglioso rifiuto di questa stessa egemonia da parte degli stati saheliani, un rifiuto che costituisce l'atto fondativo della loro legittimità post-colpo di stato. Questo rigetto non è un mero no alla Francia o agli Stati Uniti; è la negazione di un intero sistema di rapporti asimmetrici, di condizionalità politiche e di interferenza percepita negli affari interni. Il progetto di "sovranità" promosso da Bamako, Niamey e Ouagadougou si alimenta di questa narrazione anti-egemonica, presentandosi come una rivoluzione di dignità nazionale contro un ordine globale ingiusto.

È proprio su questo terreno fertile del rifiuto che la Russia, abilmente, si è insinuata, affermandosi non come un nuovo colonizzatore, ma come un attore globale alternativo. Il suo modello è basato su una transazione esplicita e apparentemente priva di paternalismo: fornitura di sicurezza (attraverso il Gruppo Wagner/Africa Corps) e sostegno diplomatico incondizionato alle giunte militari, in cambio di accesso a risorse e di una solida alleanza geopolitica. La Russia non chiede riforme democratiche, non parla di diritti umani come precondizione; offre forza, riconoscimento e una partnership tra "sovrani". In questo, si presenta come il garante esterno dell'autodeterminazione saheliana, posizionandosi sistematicamente come l'antitesi dell'approccio occidentale.

La competizione nel Sahel, quindi, non è un semplice braccio di ferro bipolare. È un triangolo dinamico in cui i due attori esterni cercano di strumentalizzare le divisioni locali e le necessità dei governi, mentre questi ultimi, a loro volta, sfruttano la rivalità per massimizzare la propria autonomia negoziale e i benefici materiali. È un gioco pericoloso, che rischia di intensificare conflitti interni e di destabilizzare ulteriormente la regione, ma che per le élite al potere a Bamako, Niamey e Ouagadougou rappresenta al momento l'unica via percorribile per affermare quella sovranità che è, al contempo, il loro grido di battaglia e la loro ragion d'essere.

Dopo un periodo di aperta ostilità e sanzioni economiche seguite ai colpi di stato in Mali, Niger e Burkina Faso, gli Stati Uniti stanno chiaramente operando un cambio di paradigma. La revoca delle sanzioni a febbraio 2026 contro alti funzionari, incluso il ministro della difesa maliano, non è un gesto di benevolenza, ma un calcolato soft power volto a "ammorbidire il terreno". Questo avvicinamento, guidato dalla diplomazia itinerante di funzionari come Nick Checker, segna una transizione da una politica punitiva a una più pragmatica, che privilegia la riapertura di canali politici sulla condanna morale.

La motivazione immediata di questo riallineamento è, secondo le fonti citate, la scomparsa del pilota missionario Kevin Redout. Il suo rapimento nell'ottobre 2025 e il presunto trasferimento in Mali hanno creato un urgente necessità operativa per Washington. Gli Stati Uniti si troverebbero quindi nella posizione di dover negoziare da una posizione di bisogno, scambiando de facto la loro tradizionale opposizione all'influenza russa nella regione per "informazioni sugli ostaggi e la buona volontà presidenziale" dei leader saheliani. Questo rappresenta un notevole ribaltamento di potere, dove è Washington, e non Bamako o Niamey, a dover fare concessioni.

La reazione dei governi dell'"Alleanza del Sahel" è esemplare di una nuova assertività. Il loro messaggio è inequivocabile: i colloqui vertono su "diplomazia, stabilità regionale e impegno economico, non cooperazione militare". Rifiutano esplicitamente l'idea che la partenza dei contractor militari russi dell'Africa Corps (ex Wagner) sia un prerequisito per qualsiasi trattativa.

Questa posizione si basa su un calcolo di realpolitik. Come notato da un analista, "è molto difficile per i paesi che rientrano nell'ombrello dei russi lavorare con gli americani". Le forze russe sono ormai profondamente integrate nell'apparato di sicurezza nazionale di questi paesi. Espellerle per accogliere gli americani sarebbe non solo logisticamente complesso, ma politicamente suicida per regimi che hanno costruito il loro consenso proprio sull'anti-colonialismo e la rottura con la Francia, alleata storica degli USA.

Inoltre, i saheliani mostrano di comprendere perfettamente il loro valore strategico. La menzione del potenziale sito di lancio di satelliti nel Gao, sfruttando la posizione lungo il Meridiano di Greenwich, non è un dettaglio casuale. È un promemoria a Washington che la regione possiede asset geopolitici di prim'ordine, che possono essere negoziati, ma non ceduti.

La competizione non si svolge solo sul campo, ma anche nel regno della percezione. Il riferimento a un rapporto di 316 pagine che accusa i russi di atrocità contro civili Fulani (Peul) e la sua successiva smentita da parte del narratore evidenziano una feroce battaglia narrativa.

Da un lato, le potenze occidentali cercano di delegittimare l'influenza russa, dipingendola come destabilizzante e crudele, per riconquistare la fiducia delle popolazioni locali. Dall'altro, i governi saheliani e i loro media (come RTB, la televisione di stato burkinabè) contrappongono una narrativa di riabilitazione e sovranità nazionale. La potente testimonianza del giovane Amadou, ex combattente "pentito", serve a un duplice scopo: demonizzare i gruppi terroristici (il nemico comune) e, implicitamente, legittimare le forze di sicurezza locali – e i loro alleati russi – come liberatori e salvatori.

La situazione nel Sahel sta ridefinendo i tradizionali assi del potere globale. Gli Stati Uniti, sebbene ancora una superpotenza, sono costretti a un approccio più umile e negoziato, dettato da necessità immediate e dal riconoscimento di un panorama geopolitico radicalmente cambiato. I paesi dell'Alleanza del Sahel, un tempo considerati mere pedine, dimostrano un'inedita agency, sfruttando la rivalità tra grandi potenze per massimizzare la loro autonomia e i loro vantaggi.

Qualsiasi futuro accordo, come correttamente previsto dagli analisti, sarà probabilmente limitato, circoscritto alla condivisione di intelligence per obiettivi specifici (come il ritrovamento del pilota) e non certo a un ritorno in forze dei contractor militari americani. Il Sahel ha imparato la lezione: in un mondo multipolare, la sovranità si difende giocando abilmente un attore contro l'altro, senza concedersi completamente a nessuno. Il "Grande Gioco" del XXI secolo è appena iniziato, e i suoi protagonisti africani hanno tutte le intenzioni di non esserne più solo spettatori.

La riconquista della città strategica di Labbezanga, situata al confine tra Mali e Niger, è stata un’operazione militare congiunta delle forze maliane e dei contractor russi dell'Africa Corps. Rappresenta un successo simbolico e tattico significativo per i regimi della regione, che l'hanno presentata come prova della loro capacità di garantire sicurezza e sovranità territoriale senza affidarsi a partner occidentali.

Bisogna ricordare che verso la fine di aprile del 2026, l’intensificarsi delle offensive coordinate tra milizie jihadiste e fazioni tuareg nel centro-nord del Mali aveva creato una pressione operativa senza precedenti verso sud. La caduta della città strategica di Kidal è stato l’avvenimento più significativo tatticamente e strategicamente e le  fonti di intelligence e diverse testate locali avevano messo in dubbio che la stessa capitale Bamako rischiava di essere sull’orlo della caduta, con alcuni analisti che ipotizzarono persino il rischio di una capitolazione negoziata del governo transitorio. In quel frangente, si confermarono le voci – mai verificate da fonti ufficiali - su un ruolo occulto di consiglieri o contractor occidentali (francesi), nell’agevolare, o forse favorire la caduta della capitale. Le autorità di Bamako smentirono categoricamente sia la minaccia e promettevano una riscossa, che c’è poi stata. L’episodio rimane un punto ambiguo e poco chiaro della recente instabilità saheliana. Ma oggi con la riconquista della città strategica di Labbezanga, situata al confine tra Mali e Niger, è stata un’operazione militare congiunta delle forze maliane e dei contractor russi dell'Africa Corps. Rappresenta un successo simbolico e tattico significativo per i regimi della regione, che l'hanno presentata come prova della loro capacità di garantire sicurezza e sovranità territoriale senza affidarsi a partner occidentali.

L'operazione, condotta con supporto aereo e intelligence russa, ha permesso di riprendere il controllo di un nodo logistico e commerciale vitale, interrompendo le rotte di rifornimento dei gruppi jihadisti attivi nell'area. La vittoria è stata ampiamente propagandata dai governi di Bamako e Niamey come un trionfo della cooperazione con Mosca, rafforzando la loro narrativa di autodeterminazione ed efficacia militare. Il futuro ci dirà se i russi riusciranno a mantenere il controllo dell’area del Sahel.

Sitografia:

https://www.africa-express.info/2026/03/17/prove-di-riconciliazione-tra-usa-e-i-paesi-del-sahel-in-guerra-con-gli-estremisti-islamici/

https://www.latitudiniaps.org/gli-stati-uniti-alla-ricerca-di-nuove-relazioni-nel-sahel/

https://iari.site/2026/02/03/il-sahel-rientra-nel-gioco-globale-perche-washington-torna-a-parlare-con-le-giunte/

https://www.southfront.press/malian-russian-forces-recapture-key-town-from-militants-videos/



08/05/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Orazio Di Mauro
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