In Italia, purtroppo, la riforma della scuola è stata all’attenzione del ministro Giuseppe Valditara, con il Decreto-legge n. 144 del 23 settembre del 2022 [1] e successivamente con il Decreto ministeriale n. 29 del 19 febbraio 2026 che è stato registrato dalla Corte dei conti il 6 marzo. Con questa riforma sono stati resi esecutivi gli articoli 26 e 26-bis del decreto-legge che riguardano la revisione dell’ordinamento degli istituti tecnici. In pratica il ministro dell’istruzione e del merito ha revisionato l’assetto degli istituti tecnici ridefinendo gli indirizzi e le articolazioni degli orari nonché l’apprendimento stesso in relazione ai nuovi percorsi indicati, adattando i piani di studio in funzione delle future richieste delle aziende con l’obiettivo di aggiornare il piano di studi o percorso formativo pianificato degli istituti tecnici in relazione alla domanda di competenze proveniente dal sistema produttivo nazionale. La riforma si inserisce nel quadro della Missione 4 del PNRR, indicata come “4.0” e “5.0” e cioè intelligenza artificiale, robotica avanzata e processi chimici a basso impatto ambientale, rafforzando le competenze STEM, acronimo inglese che sta per Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica. Si prevedono interventi per rafforzare il collegamento tra sistema educativo e lo sviluppo economico.
Un bel quadro teorico, ma con l’entrata in vigore di questo decreto gli istituti tecnici si allineeranno al mercato del lavoro e potenzieranno le materie maggiormente professionali, le modifiche saranno molte, e verranno diminuite le ore delle materie più teoriche, quelle dell’area classica, e saranno incentivate le ore di laboratori e attività con le aziende e quindi i singoli istituti avranno la possibilità di programmare in autonomia parte delle ore di formazione. Il nuovo assetto conferma quanto fino ad oggi i media hanno anticipato e cioè che gli istituti tecnici verranno ri-articolati in due grandi settori, economico e tecnologico-ambientale, all’interno dei quali saranno definiti gli indirizzi di studio che verranno sviluppati nel triennio finale: Nel settore economico rientrano gli indirizzi, Amministrazione, finanza e marketing con le relazioni internazionali per il marketing e i sistemi informativi aziendali e del Turismo, beni culturali e ambientali; in quello tecnologico-ambientale sono previsti diversi indirizzi, tra cui meccanica, meccatronica ed energia, trasporti e logistica, elettronica ed elettrotecnica, informatica e poi le telecomunicazioni, grafica e chimica, comunicazione, materiali e biotecnologie, sistema moda, agraria, agroalimentare e settori come agroindustria e costruzioni, ambiente e territorio. È previsto anche un raccordo con l’istruzione terziaria, con l’obiettivo di garantire continuità tra scuola e formazione superiore, in particolare con i percorsi degli ITS Academy e con le lauree professionalizzanti.
Attualmente il biennio iniziale degli istituti tecnici prevede un percorso scolastico simile, che poi dal terzo anno si differenzia in base all’indirizzo scelto da ciascuno studente alla fine del secondo anno, il nuovo assetto prevede il modello “4+2” ossia 4 anni e un biennio. Il monte ore per alcune materie tradizionali come geografia, arte, diritto e seconda lingua, verrà ridotto e aumenteranno gli orari nei laboratori ed è previsto un accorpamento delle materie scientifiche nel biennio, chiaramente per acquisire competenze pratiche e tecnologiche legate alle attività lavorative dei settori industriali. La riforma entrerà in vigore con l’anno scolastico 2026-2027 e interesserà inizialmente le prime classi. In questo articolo si presentano alcune osservazioni perché è sì, una riforma che riguarda gli istituti tecnici, ma modifica gli equilibri scolastici e impone un nuovo ruolo per le materie umanistiche che verranno insegnate negli istituti tecnici in quanto per ricavare le ore di flessibilità, la riforma prevede di ridurre in modo abbastanza significativo le ore di alcune materie di base. Per esempio, la geografia che verrà insegnata solo al primo anno, le ore di italiano al quinto anno diminuiranno da 132 a 99, e così anche quelle di matematica da 132 a 99 per ogni anno del triennio finale. Uno dei cambiamenti più contestati in questo senso riguarda l’accorpamento di fisica, chimica, biologia e scienze della terra in un’unica disciplina che sarà chiamata “Scienze sperimentali” e che avrà meno ore settimanali rispetto al monte ore complessivo attuale delle singole materie. La riforma chiede agli istituti di progettare la programmazione scolastica in modo tale da facilitare il raccordo tra gli Istituti Tecnici con le lauree professionalizzanti, che dureranno rispettivamente due e tre anni e avranno l’obiettivo di formare figure professionali obiettivamente richieste dal mercato del lavoro.
Il sistema scolastico fino ad oggi ha presentato un equilibrio tra le aree degli studi tecnico-scientifico e quelle classiche e cioè tra Istituti tecnici e licei, ma poiché le materie umanistiche degli istituti tecnici verranno insegnate con un numero minore di ore, con questa riforma riducendo le ore di studio delle materie umanistiche negli istituti tecnici si avrà un quadro di formazione a vantaggio delle materie tecniche professionalizzanti e questo consegnerà alla società del futuro dei giovani con marcata formazione professionale mentre nei licei la formazione continuerà ad avere gli stessi orari di lezioni come era prima della riforma, in pratica ci sarà una riarticolazione degli studi che penalizzerà a livello di cultura umanistica i futuri diplomati degli istituti tecnici. La scuola sarà al servizio delle aziende e del mercato e la formazione scolastica sarà fortemente sbilanciata e di conseguenza avremo una maggiore distanza culturale che sarà successivamente anche sociale perché avremo giovani che dovranno, in base ai loro studi realizzati negli istituti tecnici, entrare obiettivamente per forza nel mercato del lavoro della produzioni materiali e giovani che in base ai loro studi realizzata nei licei potranno aspirare a svolgere una occupazione maggiormente intellettuale, ci sarà ancora una volta una divisione di classe che aumenterà ancora di più le disuguaglianze già ben alte in Italia.
La prospettiva che i risultati di questa riforma saranno negativi è anche perché c’è il rischio di aumentare ancora di più le differenze territoriali penalizzando le zone d’Italia che sono meno industriali, come è il Sud. C’è, come anche alcuni media hanno presentato, e che il personale docente ha presentato, si coglie una forte preoccupazione sull’impatto che la riforma potrà avere sugli organici e a tal riguardo le organizzazioni sindacali hanno chiesto al ministro Valditara di tenere aperto un canale con le Organizzazioni sindacali, anche per quanto riguarda eventuali modifiche sui quadri orari anche se oramai sono stati resi noti. L’altro tema è che a quanto ipotizzato potrebbero entrare nella scuola figure di docenti inquadrate come dipendenti di aziende che potrebbero poi avere mansioni di istruttori e non di insegnanti, attenzione, la differenza non è letterale ma di formazione e di diverso indirizzo pedagogico. Questa riforma rischia di ridurre il numero degli insegnanti statali a vantaggio di nuovi profili di istruttori alle dipendenze delle aziende.
La ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli, morta il 14 gennaio 2026 [3], ha introdotto nel 2017 una sperimentazione per ridurre da cinque a quattro anni la durata della scuola superiore per rendere, come si presentò allora, che gli studenti italiani potessero diventare più competitivi nel confronto con i coetanei di altri paesi europei in cui la scuola dura meno e si accede all’università in alcuni paesi già a 18 anni e fu messo in campo un progetto pilota in circa 100 scuole, per valutare se renderlo definitivo negli anni successivi, questa sperimentazione è stata rinnovata di anno in anno, ma senza riuscire a realizzarla, il numero totale delle scuole che l’hanno avviata è rimasto all’incirca lo stesso negli ultimi nove anni, ma molte di quelle che avevano partecipato all’inizio hanno rinunciato. Questa sperimentazione rappresenta oggi la prova provata che la scuola superiore di 4 anni in Italia non funziona ed oggi è ferma a poche classi. Purtroppo, la scuola, è un campo di sperimentazioni continue e di previsioni che nel complesso delineano che questa riforma di Valditara possa fare la stessa fine anche se il governo della Meloni sta puntando molto per realizzarla in funzione di obiettivi chiaramente politici di destra.
La prospettiva è chiara. La scuola in Italia deve diventare un supporto delle aziende e non essere un’area di formazione autonoma per rendere i futuri cittadini liberi in quanto possono agire avendo complessivamente acquisite quelle categorie mentali per interpretare i fenomeni in corso e le scelte politiche osservando i processi sociali obiettivamente con distanza intellettuale. In Italia siamo ad una svolta del capitalismo corrente e ci si chiede come si posizionerà la scuola privata, cioè seguirà questa riforma oppure nel quadro della riforma ci saranno dei percorsi diversi? Io penso che essendo il sistema delle scuole private autonomo potrebbe avere dei percorsi diversi. È chiaro che comunque sarà, questi percorsi, se ci saranno, interesseranno soltanto un minimo di famiglie che ha i mezzi finanziari per poter frequentare le scuole private. Bisogna quindi bloccare questa riforma ma allo stesso tempo bisogna anche spiegare ai giovani che le materie umanistiche sono importanti e non è possibile accettare che ci sia una scuola di serie A e un’altra di serie B. Ci vuole maggiore attenzione e coinvolgere i giovani, comunque, allo studio delle materie umanistiche.
Siamo a giugno, ed è scontro tra professori e le famiglie dei ragazzi che frequentano gli istituti tecnici e il ministro dell’Istruzione e del merito Valditara per aver messo in campo questa riforma calata dall’alto. Molti docenti si sono organizzati in una rete per fare massa critica e sono pronti ad unirsi alle famiglie che sono decise a fare un’azione collettiva presentando un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica per annullare il Decreto-Legge 144 del 23 settembre 2022 e c’è anche una formale proclamazione per uno sciopero breve nazionale del personale docente degli Istituti tecnici per gli scrutini finali dal 13 al 21 giugno, la Segretaria generale, Gianna Fracassi, della FLC (Federazione lavoratori della conoscenza) della Cgil ha anche indirizzato ai capigruppo parlamentari del Senato e della Camera una richiesta urgente di incontro ed ha redatto proposte di emendamenti al Decreto legge della riforma [4].
Come si vede una nuova vertenza della scuola italiana è non soltanto aperta ma è già in corso avanzato e si spera che il ministro Valditara e il governo di destra della Meloni rivedano quanto meno le articolazioni più critiche di questa riforma. Sia chiaro non è detto che la lotta in corso possa dare risultati concreti, al riguardo si dovranno rilanciare nuovi processi culturali mirati, per mettere in campo i temi di quelle materie umanistiche che verranno penalizzate per recuperare il più possibile quelle pieghe più recondite e maggiormente oscurate, e certo bisognerà studiare ancora di più da parte dei giovani ma siamo in Italia, un paese liberista con un governo di estrema destra e studiare in modo obiettivamente anche alternativo è necessario per formarsi intellettualmente in modo critico per far fronte all’attuale contesto politico-sociale, e purtroppo è l’unica arma che abbiamo ed è come sappiamo anche la più potente.
Note:
[1] (https://www.mim.gov.it/documents/20182/10323380/m_pi.AOOGABMI.Registro+Decreti%28R%29.0000029.19-02-2026.pdf/451a640c-60f9-3960-42a4-2d8992ea4b46?version=1.0&t=1773074960989).
[2] (https://www.mim.gov.it/-/decreto-ministeriale-n-29-del-19-febbraio-2026).
[3] (https://www.ansa.it/amp/sito/notizie/economia/2026/01/14/e-morta-valeria-fedeli-ex-ministra-dellistruzione_b57201f1-7912-492e-82dc-9f63c564d0c3.html).
[4] (https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/06/06/riforma-istituti-tecnici-class-action-sciopero-notizie/8408990/).