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Filippo II e il debito pubblico spagnolo

La Spagna imperiale nella sua proiezione militare in Europa al tempo di Filippo II. Il sistema di finanziamento dello stato spagnolo si reggeva sui prestiti che i grandi banchieri genovesi praticavano ad alto interesse e che costava alla Spagna alti pagamenti ad interesse. Pochissimi in Spagna padroneggiavano il problema, meno di tutti re Filippo che lo ammise nella corrispondenza privata.


Filippo II e il debito pubblico spagnolo

Il più famoso dei banchieri genovesi del XVI secolo, Nicolao Grimaldi, nel 1575, depositando i suoi conti ad una corte di giustizia spagnola, chiedeva che gli fosse accordato il fallimento (vedi F. Braudel, Civiltà materiale, economia e capitalismo, secoli XV-XVIII, vol. II, I giochi dello scambio, Einaudi, Torino 1981, p. 530). Non era un banchiere qualsiasi, bensì uno dei più importanti prestatori di denaro della corona spagnola sotto Carlo V e suo figlio Filippo II. La sua famiglia, assieme alle famiglie dei Fugger, degli Herwarth, dei Welser e degli Spinola, era fra i più cospicui banchieri che prestavano denaro alla corona d'Asburgo. Lo stesso Grimaldi, che aveva iniziato la sua attività giovanissimo con un capitale di 80.000 ducati nel 1515, sessant'anni dopo, nel 1575, lo aveva portato a 4.000.000 di ducati (Kamen H., Il secolo di ferro, 1550-1660, Laterza, Roma-Bari 1985, pp. 136 sg.; per un maggiore inquadramento della materia vedi R. Carande, Carlo V e i suoi banchieri, Marietti, Genova 1987). Cosa lo aveva costretto a un tale passo? Proprio lui che nel 1558 aveva anticipato alla corona spagnola un milione d'oro, ottenendo come garanzia l'argento sudamericano che proveniva da Laredo in Perù, nella misura del 30% del suo totale. E ogni anticipo su tale somma erogato dal banchiere, prima dell'arrivo dell'argento dalle Americhe, gli sarebbe stato ripagato con l'interesse del 10% (F. Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell'età di Filippo II, Einaudi, Torino 1990, p. 1028). Un tasso decisamente usurario. Per capirlo bisogna andare indietro agli inizi del regno di Filippo II di Spagna, el rey prudente.

Nel XVI secolo la spesa più alta che un governo europeo affrontava era la guerra. Le nuove scoperte scientifico-militari avevano aumentato di molto le spese per mantenere un esercito e dotarlo di armi adeguate al tempo (G. Parker, La rivoluzione militare, le innovazioni militari e il sorgere dell'Occidente, Il Mulino, Bologna 1992). Filippo II, che aveva consacrato il suo regno alla restaurazione del cattolicesimo in Europa, manteneva truppe nella zona del Reno e del Palatinato tedesco dopo la pace di Cateau-Cambrésis del 1559, una forza di non più di 10.000 uomini o, fino alla rivolta olandese, senza nessuna seria minaccia da quel teatro da dover mobilitare ingenti forze. Le truppe richiedevano inizialmente l'accettabile cifra di 450.000 ducati l'anno. Filippo mostrava concreta parsimonia, mettendo le spese di corte per sé e per i familiari sotto controllo, con una media di 400.000 ducati annui di spese della corona spagnola (A. A. Spagnoletti, Filippo II, Salerno, Roma 2018; Kamen H., Philip of Spain, 1997). Furono anni pacifici e con una spesa contenuta, poi il riaccendersi dei conflitti in Europa e nel Mediterraneo centrale fece saltare questa oculata gestione delle finanze pubbliche. Il posto della Spagna in Europa come maggiore potenza portò giocoforza ad un impegno sempre più gravoso per il paese, che si trovò ad affrontare problemi che presto o tardi qualsiasi impero trova sul suo cammino.

La rivolta dei pezzenti e quella dei baroni olandesi spinsero Filippo all'azione, inviando il Duca d'Alba con un forte esercito attraverso la via spagnola (dalla Spagna all'Italia e, seguendo la via di montagna delle Alpi, sbucava nel possedimento spagnolo in Francia e Germania, terminando nei Paesi Bassi spagnoli) (G. Parker, Un solo re un solo impero, Filippo II di Spagna, Il Mulino, Bologna 2005; il Parker sostiene che a seguito della guerra contro la Francia Filippo aveva dovuto sospendere i pagamenti degli Juros per un breve periodo, ma il debito non era stato cancellato, solamente consolidato). Questa via, oltre ad esser lunga, era costosissima e necessitava di cospicui fondi pubblici, costringendo Filippo ad aumentare il carico fiscale sul paese. In pochi anni le entrate ordinarie provenienti dalla tassazione passarono da 1.309.000 ducati del 1556 ai 3.000.000 di ducati nel 1575; Filippo II riuscì solo a limitare un po' la spesa alla fine del suo regno, nel 1598, scendendo a 4.076.900 ducati (G. Woodward, op. cit., pp. 45 sg.). Presto però l'aumento della tassazione non fu sufficiente per coprire le spese statali. Si arrivò a tassare i beni alimentari in due riprese, nel 1590 e nel 1596, per una raccolta erariale di 8.000.000 per la prima e di 9.300.000 per la seconda, cifre imponenti che non coprirono il fabbisogno del regno e non lo emendarono dal ricorrere al prestito dei banchieri, principalmente genovesi. Fu tentata una vendita dei diritti dei fueros (diritti consuetudinari che avevano le città per amministrare la giustizia o le comunità locali) cittadini, che nella sostanza fallì. Scrivendo a Emanuele Filiberto, Filippo diceva: "non c'è nessuno in Spagna che disponga di capitale sufficiente a comprare questi diritti, poiché il regno nel suo insieme è inesorabilmente povero, assai più povero dell'Olanda." (G. Woodward, op. cit., p. 47).

Il finanziamento dell'esercito perseguitava Filippo. A partire dalla difesa di Malta (1565), la rivolta olandese (1567), la ribellione dei moriscos (1568-1570), la costituzione della Santa Lega con la vittoria di Lepanto (1571) e la riconquista (1572) (Su queste vittorie vedi A. A. Spagnoletti, Filippo II, op. cit.; e Kamen H., Philip of Spain, ancora valida la vecchia opera di Martin Hume ristampata nel 2016) esaurirono le casse reali. Paradossalmente, anche le più grandi vittorie, come Lepanto e la sconfitta sul campo di Guglielmo d'Orange per mano del duca d'Alba (G. Parker, Un solo re un solo impero, cit., p. 148), causavano un grosso esborso di denaro e furono all'origine dell'ammutinamento dei soldati spagnoli, che erano da anni senza paga e mal sopportavano la ferrea disciplina del duca d'Alba. Il ritardo nel pagamento delle truppe, dopo anni di privazioni, con appositi decreti affliggeva l'esercito e depauperò ulteriormente le casse statali. L'Alba fu richiamata prima di potersi assicurare la vittoria definitiva sui ribelli olandesi (H. Kamen, Il duca d'Alba, UTET, Torino 2010).

Filippo dovette ricorrere al prestito dei banchieri genovesi, e in un primo momento anche dei Fugger, che presto si tirarono fuori lasciando campo libero ai Grimaldi e agli Spinola, i quali adottarono metodi usurari che in un primo momento non furono appieno compresi dal re (G. Parker, Un solo re un solo impero, cit., p. 149; e G. Woodward, op. cit., p. 54). Questi banchieri prestavano il denaro a tassi variabili con asientos a breve termine (rimborso a tre anni, talvolta a quattro anni) dietro garanzia sulle entrate correnti dello Stato, e non garantivano nessuna nuova entrata. Filippo, sotto la pressione delle inderogabili necessità di Stato, decise altrimenti (G. Woodward, op. cit., p. 54). Le preoccupazioni erano opprimenti per il re, che, dopo la prima volta in cui respinse il debito nel 1557, si limitò a non pagare gli interessi e consolidò nel debito gli interessi non pagati. I creditori Spinola, Grimaldi e Fugger strepitavano, ma poi, davanti al rischio di perdere il 40-50% degli interessi, si accontentavano di prendere un 10% sul capitale (F. Braudel, Civiltà materiale, op. cit., pp. 1027-1033). Filippo brancolava nel buio. Istituì una commissione segreta per affrontare il complicato caso del debito pubblico, ma non venne a capo di nulla, probabilmente perché diversi componenti di questa commissione erano vicini ai banchieri genovesi e, nella sostanza, non conoscevano molto riguardo alla pubblica finanza (G. Woodward, op. cit., p. 56).

Gli anni passavano e il debito pubblico spagnolo cresceva a dismisura. Vi era in tutta la Spagna un solo funzionario che aveva conoscenze di pubblica finanza: era Juan de Ovando, esperto di cose economiche ed ecclesiastico con una carriera nelle Indie Occidentali (Musi A., L'impero dei vicerè, Il Mulino, Bologna 2013, p. 71). Nel 1574 l'Ovando fece un'accurata disamina dei debiti e delle obbligazioni della corona e, nella sostanza, consigliava il disconoscimento del debito e la trasformazione dei prestiti a breve termine ad alto interesse in prestiti a lungo termine e a basso interesse (G. Parker, Un solo re un solo impero, cit., p. 150; e G. Woodward, op. cit., p. 56). I banchieri genovesi, prontamente avvertiti, protestarono, e per un anno Filippo non prese nessuna decisione. Nelle riunioni della commissione segreta, l'Ovando era mal visto dagli altri membri; in una riunione tempestosa, poiché gli altri componenti non erano in grado di dare validi consigli al re, tacquero anche loro, e Filippo annotò in una lettera a Matteo Vazquez la seguente frase: "Non ci capisco un'acca. Non so cosa dovrei fare ... il tempo fugge, ditemi che cosa mi consigliate di fare." (G. Parker, Un solo re un solo impero, cit., p. 152; e G. Woodward, op. cit., p. 57). Nel settembre del 1575 l'Ovando morì e, pochi mesi dopo, Filippo avviò il disconoscimento del debito; a fronte di un esercito delle Fiandre che costava 700.000 ducati al mese, aveva in cassa meno di 10.000.000 di ducati per tutte le necessità. Le operazioni militari si fermarono su tutti i fronti. In un'ultima lettera l'Ovando lo aveva redarguito dicendogli che, se non avesse aspettato un anno a disconoscere il debito, le cose sarebbero andate meglio (G. Parker, Un solo re un solo impero, cit., p. 155). Ora anche i banchieri genovesi, che tanta responsabilità avevano nel fallimento della Spagna, si trovavano anch'essi sull'orlo del crac finanziario, e il più spericolato di prima, Nicolao Grimaldi, era fallito davvero (F. Braudel, Civiltà materiale, pp. 528-530). Una cosa che tanto angustiò Filippo fu che in quel frangente non aveva molto denaro da dare ai cattolici francesi nella loro lotta contro gli ugonotti. Filippo II, ciononostante, dichiarò altre due volte bancarotta, nel 1575 e nel 1596. 

Dal 1560 al 1598, anno della morte di Filippo II, le entrate della corona erano quintuplicate, ma il debito e i relativi interessi erano quasi quintuplicati. La Spagna che Filippo II consegnava al suo erede Filippo III era ancora la prima potenza d'Europa (J.H. Elliott, La Spagna e il suo mondo, Einaudi, Torino 1989), ma aveva un debito colossale, e i banchieri genovesi e la loro avidità ne portavano le maggiori colpe. Filippo III dovette dichiarare bancarotta nel 1607 In condizioni disastrose. Scrive Filippo II in una nota privata: "Non sono mai stato in grado di ficcarmi in testa questo garbuglio dei prestiti e degli interessi. E non sono mai riuscito a capirci qualcosa." (J.G. da Silva, Philippe II, in «Annales E.S.C.», XIV, 1959, pp. 730-37).





08/08/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Orazio Di Mauro
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