Le principali figure dell’Umanesimo italiano
Petrarca (1304-74) e il sorgere, con l’affermarsi dell’individuo, della libertà dei moderni
Occorre innanzitutto mettere in evidenza che l'Umanesimo nasce e si afferma per la prima volta in Italia, in netto anticipo rispetto alla cultura non solo internazionale ma della stessa Europa occidentale in quanto è il paese nel quale la classe borghese, che stava emergendo come nuova classe universale, si era affermata con maggiore forza. Petrarca, pur non potendo saperlo, in quanto il concetto di umanesimo non era ancora sorto, ha assunto un ruolo di rilievo nello sviluppo della cultura internazionale in quanto si è affermato come il geniale precursore dell'Umanesimo, dal momento che la sua opera è la prima ad aver superato compiutamente la cultura medievale, sintetizzata da Dante, aprendo la strada alla rivoluzione culturale decisiva per la transizione all’età moderna.
Il conosci te stesso e l’attenzione per il soggetto
In una nota lettera Petrarca narra di una sua ascensione su un monte. Giunto in vetta invece di ammirare il paesaggio legge un brano delle Confessioni di Agostino che esorta a non lasciarsi distrarre dal mondo esterno, ma a indagare se stessi, esortazione che Petrarca lega alla sapienza antica di Socrate. Di contro alla coscienza che ricercava la verità fuori di sé, l’autocoscienza si scopre essere la fonte di ogni verità.
Petrarca, tuttavia, non è in grado di seguire questa esortazione, troppo grande è ormai l’interesse per il mondo esterno, per la natura. In altri termini Petrarca vive la drammatica consapevolezza storica dell’intellettuale in transizione vero la modernità che, perciò, non riesce a rinunciare all'osservazione della natura, un interesse già presente nell'averroismo che preannuncia la rivoluzione scientifica. In tal modo Petrarca viene approfondendo l’apparente dualismo tra lo sviluppo dell'autocoscienza e l'interesse per la natura, aspetti che, seppur contrastanti, sono entrambi centrali nel pensiero del poeta. Anzi il carattere già moderno della sua personalità risiede proprio nel superamento del dualismo fra il sorgere dell’autocoscienza e l’interesse per la natura. Nella sua opera l’accentuato soggettivismo non comporta una diminuzione, ma piuttosto un aumento dell’interesse per il mondo esterno, per la natura. Del resto per Petrarca il contrasto è la legge stessa della vita e la lotta più aspra si combatte all’interno dell’uomo. In tale modo Petrarca sembra anticipare il successivo sviluppo della filosofia della natura rinascimentale, in cui l’autocoscienza dopo aver rinvenuta la verità in sé stessa, nella ragione, dovrà dimostrarlo ritrovandosi nel mondo esterno, a partire dalla natura.
Allo stesso modo nel Secretum Petrarca ripensa alle proprie esperienze soggettive alla luce del magistero agostiniano. Petrarca riprende e sviluppa il procedimento autobiografico di Agostino, ossia riparte dall’autocoscienza che fa sì che ogni problema sia il proprio problema, il problema del soggetto. In altri termini il richiamo di Petrarca alla sapienza classica e agostiniana è stato funzionale a spostare l'attenzione sulla meditazione interiore attraverso cui si forma e si chiarisce a se stessa la personalità del singolo. In tal modo, superando la intellettualistica filosofia medievale ancora ancorata alla prospettiva della filosofia antica della coscienza, che ricerca una verità oggettiva al di fuori del soggetto, Petrarca ha consentito lo sviluppo dell'autocoscienza, un passaggio essenziale per l'affermazione della libertà individuale.
Emerge così la centralità della libertà moderna dell’individuo mediante cui Petrarca si contrapponeva alla prospettiva scientifica averroista, che tendeva a ridurre la filosofia alla scienza naturale e, in tal modo, enfatizzava la necessità e toglieva spazio alla libertà. Così facendo Petrarca ha anticipato la svolta fondamentale della filosofia moderna che ricerca nel soggetto e non più nell’oggetto la fonte di ogni verità. D’altra parte, dal momento che la realtà è sempre contraddittoria, anche in una rivoluzione culturale si celano, nei suoi limiti storici, il suo tragico destino. Perciò nel richiamarsi di contro agli averroisti, che avevano contrapposto la visione scientifica del mondo alla prospettiva mitologico religiosa, ad Agostino, il campione della patristica cristiana, vi è anche in nuce il successivo progressivo abbandono degli aspetti di rottura rivoluzionaria sul piano delle sovrastrutture, tanto che l’umanesimo sarà ricondotto nell’alveo di una rivoluzione passiva. Così Petrarca dopo aver sostenuto la rivoluzione a Roma di Cola di Rienzo finisce con una involuzione aristocratica che sarà poi tipica dell’umanesimo, per cui contrappone alla lingua del volgo di Dante, il latino classico delle sue tarde opere, le meno riuscite.
Salutati e la centralità della politica
Coluccio Salutati (1331-1406), vero e proprio fondatore della rivoluzione culturale umanista, è stato un eminente uomo d'azione e un politico di spicco. Discepolo di Petrarca, precursore dell’Umanesimo, Salutati fu per trent’anni cancelliere della Repubblica fiorentina, il punto più avanzato dell’affermazione della borghesia come classe dirigente nel mondo premoderno. Salutati fa scuola rispetto alla prima fase, quella rivoluzionaria dell’umanesimo, anteponendo, in rottura con la concezione aristotelica dominante, la vita attiva alla vita contemplativa. In questo modo si cerca per la prima volta di riabilitare, proprio con l’affermarsi della moderna libertà dell’individuo, la riscoperta della centralità della politica, due aspetti fondamentali che Salutati consegna alla rivoluzione culturale umanista solo apparentemente contraddittori. A suo avviso la vera sapienza non consiste nel puro intendere, nella mera attitudine contemplativa del conoscere, ma è soprattutto prudenza, ossia ragione direttiva della vita, una virtù essenziale per la vita politica e attiva. Dalla ragione osservativa si passa così alla ragione attiva. Perciò Salutati antepone le scienze umane alle scienze naturali o alla stessa teologia, poiché il mondo umano, in quanto regno della libertà, è superiore al regno della necessità della natura.
Leonardo Bruni e la riscoperta di Aristotele quale intellettuale dell’impegno politico
Leonardo Bruni (1370-1444), discepolo di Salutati, ha tradotto opere etico-politiche come l’Etica nicomachea, la Politica e l’Economia che, insieme a dei dialoghi platonici che anche traduce, non erano conosciute o valorizzate nel Medioevo. In tal modo con la sua opera si riscopre un Aristotele diverso da quello della tradizione scolastica, che pone al centro la ragion pratica e attiva, esaltando la vita politica e l'impegno degli intellettuali. Del resto lo stesso Bruni esalta la vita attiva e, perciò, scrive due biografie dedicate a Dante e Cicerone, prototipi di intellettuali impegnati politicamente. Questi primi umanisti fiorentini sono anche i primi intellettuali organici alla borghesia e che consentono a questa nuova classe di entrare per la prima volta a far parte della classe politica dirigente. Bruni si occupa in particolare di filosofia morale, ritenendola più interessante della filosofia speculativa.
Lorenzo Valla e la rivoluzione materialista volta a riabilitare l’edonismo
Altro eminente esponente della filosofia umanista, Valle sebbene nasce a Roma nel 1407, vive a lungo alla corte di Napoli, allora in conflitto anche aspro con quello che diventerà lo Stato della chiesa. Muore a Roma nel 1457, dopo che l’umanesimo conquista anche il soglio pontificio. La sua opera più famosa è il dialogo Sul piacere (1431) in cui difende la tesi allora rivoluzionaria che il piacere è l’unico bene per l’uomo di contro all’ascetismo cristiano. C’è una fondamentale riscoperta e rivalutazione della prospettiva radicalmente materialista dell’epicureismo. Il piacere torna così a essere l’unico reale fine di tutte le attività umane. Posizione che segna il passaggio dalla ragione osservativa alla ragione attiva. Le stesse leggi derivano dall’utilità, che genera il piacere, e ogni governo non può che avere questo scopo. Si tratta di una posizione radicalmente immanentista e protomaterialista che si contrappone al trascendentalismo della cultura feudale. Tutte le arti liberali hanno per fine il piacere o almeno l’utilità, fondamento della visione del mondo dell’ascendente borghesia. La stessa virtù altro non è che la capacità di saper discernere i piaceri più grandi e duraturi. Del resto, per Valla, si comporta bene chi antepone il maggior vantaggio al minore. Anche il cristiano agisce per il piacere più grande, che per lui è il piacere celeste. Quindi con Valla la rivoluzione culturale umanista arriva a investire persino l’ambito religioso, assolutamente intoccabile per tutto il medioevo.
La critica di Lorenzo Valla alla chiesa in nome della libertà dell’individuo
Con uno studio filologico della “Donazione di Costantino”, Valla ha dimostrato che si trattava di un falso storico, minando le pretese teocratiche della Chiesa e del papa al dominio sull’Italia. Colpo durissimo che ha dato un contributo fondamentale ad affossare definitivamente la teocrazia cristiana addirittura dominante durante una parte significativa del mondo medievale. Inoltre Valla si è battuto per la libertà della vita religiosa, contro la pretesa della chiesa di essere l’unica a consentire il rapporto fra uomo e dio. Da ciò emerge la coraggiosa critica di Lorenzo Valla alla Chiesa, condotta in nome della libertà individuale. A suo avviso, la religiosità autentica dipende solo dall’atteggiamento dell’individuo che liberamente si pone in rapporto con dio, non sulla base di un obbligo formale collettivo, anticipando temi centrali del protestantesimo. Valla, in effetti, pur tendendo a mitizzare il mondo antico in contrapposizione ai secoli oscuri del medioevo, si batte principalmente per la libertà del singolo individuo, anche contro il mito del passato affermatosi con la cultura umanista. Valla, dunque, considerava il cuore della rivoluzione culturale umanista non il ritorno ai classici, ma l'affermazione della libertà dei moderni. Del resto nel momento in cui l’esaltazione del classicismo diviene funzionale a prendere le distanze aristocraticamente dal volgare mondo del lavoro e della stessa borghesia, la forza dirompente dell’Umanesimo sarà strumentalizzata nel senso di una vera e propria rivoluzione passiva.
Diffusione dell’Umanesimo e poi del Rinascimento in Europa e successiva involuzione di tale rivoluzione culturale
Dall’Italia l’Umanesimo si espande nei paesi che in prospettiva erano destinati a divenire più progrediti dal punto di vista economico e politico della stessa Italia: la Francia, l’Inghilterra, la Germania e, soprattutto, le Fiandre e i Paesi Bassi, dove si erano particolarmente affermate le autonomie cittadine e con esse la borghesia. Tale irradiazione, non sarà una semplice esportazione, in quanto la nuova cultura rispondeva a esigenze sorte autonomamente nei diversi paesi dove si stanno affermando le fondamento dello Stato e in prospettiva della nazione di contro ai premoderni imperi.
Il rapido fiorire e l’altrettanto rapida crisi dell’Umanesimo italiano
Dal punto di vista economico e sociale l’Italia, all’inizio di questa epoca di transizione al mondo moderno, è ancora il paese più avanzato, ma la situazione è precaria e presto precipiterà. Così l’umanesimo in Italia subisce una rapida crisi, diventando formalismo erudito. Perciò il rinascimento italiano è stato una splendida fioritura senza sbocchi, mentre negli altri paesi europei durerà più a lungo e sfocerà, anche grazie alla Riforma protestante, senza particolari soluzioni di continuità nella rivoluzione scientifica.
I principali esponenti del Rinascimento europeo sono Erasmo da Rotterdam, che affronteremo in seguito, e Montaigne.
Montaigne e la consapevolezza dei limiti umani
I Saggi (Essais) di Michel de Montaigne (1533-92) sono l’espressione più compiuta del ritorno dell’uomo a se stesso alla base del Rinascimento. Il titolo Essais va inteso come esperienze, non tentativi. In effetti l’opera raffronta esperienze di autori antichi e moderni con quelle di Montaigne per raggiungere la conoscenza della natura umana, un compito considerato infinito.
La consapevolezza dei limiti dell’uomo
Montaigne tende, in controtendenza con l’esaltazione dell’uomo da parte degli umanisti, a sottolinearne i limiti e gli aspetti oscuri. L’uomo deve accettare in modo lucido e sereno la propria “miserabile condizione”. Si afferma una comprensione più dialettica dell’autocoscienza e al contempo la tendenza del Rinascimento ad affermarsi fuori dall’Italia nella forma della rivoluzione passiva.
Dallo stoicismo allo scetticismo e al socratismo
Lo sviluppo dell’autocoscienza, oltre il rapporto servo padrone dominante nel medioevo, comporta la ripresa e lo sviluppo dello stoicismo e dello scetticismo. In effetti, guardando da umanista ai filosofi dell’antichità Montaigne passa da un atteggiamento stoico a uno scettico, per giungere a una posizione socratica che costituisce la sostanza del suo pensiero. Dallo stoicismo attinge il riconoscimento dello stato di dipendenza in cui l’uomo si trova rispetto all’ordine naturale delle cose. Dallo scetticismo deduce lo strumento per liberarsi dalla presunzione di sapere, da cui la disposizione a una ricerca senza fine. Perciò Montaigne soppesa tutto ciò che possiede l’uomo, a partire dalla conoscenza sensibile. Se è indubitabile tutto ciò che conosciamo viene dai sensi, la conoscenza sensibile non è in grado di offrire l’indispensabile criterio per discernere le apparenze vere dalle false. Noi non possiamo verificare la validità delle nostre percezioni confrontandole con le cose che le producono.