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Il comunismo come fine storico e i compiti concreti della fase primaria del socialismo

Gli interrogativi sulla transizione socialista cinese sono legittimi, ma dobbiamo evitare di confondere il fine storico del comunismo con i compiti immediati di una società che lo stesso Partito Comunista Cinese definisce ancora nella fase primaria del socialismo.


Il comunismo come fine storico e i compiti concreti della fase primaria del socialismo Credits: Immagine elaborata dall’autore con ChatGPT 5.6 Sol

Ricambiando la cortesia espressa in apertura del suo ultimo articolo sulle contraddizioni nella transizione al socialismo, ringrazio Renato Caputo per avere raccolto lo stimolo contenuto nel mio precedente articolo e, soprattutto, per avere spostato la discussione su un terreno che considero particolarmente utile: quello dei problemi teorici della transizione socialista cinese. Il fatto che il confronto possa svilupparsi senza nascondere le contraddizioni, senza trasformare la Repubblica Popolare Cinese né in un modello perfetto di «paradiso terrestre» né nel suo opposto, rappresenta indubbiamente un metodo più fecondo rispetto alle letture schematiche che troppo spesso caratterizzano il dibattito sulla Cina.

Proprio per questo, credo sia necessario partire dal primo interrogativo posto da Caputo, perché esso condiziona buona parte delle questioni successive. Nel suo intervento, si domanda se non sia eccessivo attribuire ai comunisti cinesi il compito di realizzare una società comunista in un contesto internazionale nel quale i rapporti di forza rimangono largamente sfavorevoli alle forze comuniste. Il rischio, osserva, sarebbe quello di fissare obiettivi irrealizzabili e trasformare persino i progressi effettivamente conseguiti in altrettante sconfitte rispetto a promesse troppo ambiziose.

Siamo certamente d’accordo su questo punto, infatti riteniamo che troppo spesso gli osservatori occidentali carichino la Cina di responsabilità che il Partito Comunista Cinese non può assumersi, né ha mai avuto intenzione di accollarsi. A volte, sembra persino che alcuni comunisti nostrani si aspettino che sia la Cina (o il Vietnam) a fare la rivoluzione mondiale in loro vece, mentre questi continuano a godersi le comodità della società dei consumi capitalista nella quale, in fin dei conti, vivono senza troppo malessere.

Per rispondere, faremo riferimento ai documenti ufficiali del Partito Comunista Cinese. Lo Statuto del PCC, nella versione approvata dal XX Congresso nell'ottobre 2022, afferma in maniera inequivocabile che «il massimo ideale e l'obiettivo finale del Partito è la realizzazione del comunismo». Nello stesso passaggio, però, si precisa immediatamente che questo massimo ideale potrà essere realizzato soltanto quando la società socialista sarà pienamente sviluppata e avrà raggiunto un livello molto avanzato, aggiungendo che lo sviluppo e il perfezionamento del sistema socialista costituiscono un lungo processo storico.

Questa formulazione risulta particolarmente incisiva in quanto, da un lato, dimostra come non vi sia nessuna rinuncia programmatica al comunismo, dall’altro, non formula neppure la promessa che esso possa essere raggiunto in pochi decenni. Anzi, lo stesso Statuto afferma che la Cina si trova ancora nella «fase primaria del socialismo» e vi rimarrà «per un lungo periodo», descrivendo questa fase come un passaggio storico che non può essere saltato e il cui svolgimento richiederà oltre un secolo. In tale fase, il compito fondamentale consiste nello sviluppare ulteriormente le forze produttive, avanzare gradualmente verso la modernizzazione socialista e trasformare quegli aspetti dei rapporti di produzione e della sovrastruttura che risultano inadeguati rispetto allo sviluppo delle forze produttive.

Questa distinzione permette anche di chiarire un equivoco presente nel riferimento di Caputo alla costruzione di una «società benestante». Supponendo si riferisca alla realizzazione di una società xiaokang, espressione generalmente tradotta come «società moderatamente prospera», dobbiamo sottolineare che questa costituiva il primo dei due obiettivi centenari fissati dal PCC. Il 1° luglio 2021, la dirigenza cinese ne ha dichiarato formalmente il raggiungimento in occasione del centenario della fondazione del Partito e della quasi simultanea eradicazione della povertà assoluta dalla Repubblica Popolare. Da quel momento, l'obiettivo strategico successivo non è più la costruzione della «società moderatamente prospera», bensì quello di dare vita a «un grande Paese socialista moderno».

Il XX Congresso ha definito con notevole precisione la scansione di questa fase: realizzazione sostanziale della modernizzazione socialista entro il 2035 e costruzione, entro la metà del secolo, di un grande Paese socialista moderno, prospero, forte, democratico, culturalmente avanzato, armonioso e bello. Questa tabella di marcia dovrebbe portare alla realizzazione del secondo traguardo centenario, fissato per il 2049, anno nel quale la Repubblica Popolare compirà 100 anni.

Possiamo dunque riassumere questa nostra digressione in tal modo: il comunismo resta il fine storico; la modernizzazione socialista costituisce invece il compito della fase attuale.

Questa distinzione, del resto, non rappresenta certo una peculiarità specifica del marxismo cinese. Al contrario, rimanda a un problema che Marx aveva già affrontato nella Critica del Programma di Gotha. Marx distingue infatti una prima fase della società comunista, ancora segnata economicamente, moralmente e intellettualmente dalla società dalla quale è appena emersa, da una fase superiore nella quale lo sviluppo delle forze produttive e la trasformazione dei rapporti sociali consentono finalmente di superare completamente il vecchio orizzonte e applicare il principio «da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni». Marx avvertiva inoltre che il diritto non può mai essere superiore alla struttura economica della società e al grado di sviluppo culturale che essa determina.

Lenin riprende precisamente questa distinzione in Stato e rivoluzione, identificando ciò che normalmente chiamiamo socialismo con la prima o inferiore fase della società comunista e insistendo sul carattere necessariamente prolungato del passaggio alla fase superiore. È particolarmente significativo che Lenin respinga esplicitamente l'idea secondo cui i socialisti avrebbero mai potuto «promettere» l'immediata realizzazione della fase superiore del comunismo, perché le condizioni materiali necessarie non possono essere create attraverso un semplice atto di volontà politica.

La teoria contemporanea della fase primaria del socialismo nasce precisamente dal rifiuto dell'idea che sia possibile anticipare arbitrariamente forme sociali per le quali non esistono ancora basi materiali sufficienti. Non consiste nel rinunciare all'obiettivo comunista, ma nell'affermare che il cammino verso tale obiettivo è condizionato dal livello effettivo delle forze produttive, dalla struttura della società e dai rapporti di forza nazionali e internazionali.

Naturalmente, questa impostazione può essere criticata. Ci si può domandare se la durata attribuita alla fase primaria non rischi di trasformarla in una categoria eccessivamente elastica, o addirittura di cristallizzarla favorendo il mantenimento dello status quo; ci si può discutere se le concessioni al mercato abbiano prodotto nuove contraddizioni di classe (risposta: inevitabilmente lo hanno fatto); ci si può chiedere se lo sviluppo delle forze produttive proceda sempre parallelamente alla trasformazione socialista dei rapporti di produzione.

La stessa questione della lotta di classe richiede una distinzione analoga. Caputo teme che nella maggioranza del PCC essa sia ormai considerata quasi un residuo del passato. Anche in questo caso, facciamo rispondere direttamente ai documenti ufficiali del PCC. Lo Statuto del Partito afferma espressamente che, per effetto di fattori interni e influenze internazionali, una certa lotta di classe «continuerà a esistere per un lungo periodo» e, in particolari circostanze, «potrà persino divenire più acuta». Ciò che è cambiato è la definizione della contraddizione principale: secondo il PCC, poiché è già la classe lavoratrice a detenere il potere politico, la lotta di classe non costituisce più la contraddizione fondamentale dell'attuale fase dello sviluppo cinese.

Esiste, tuttavia, una reale divergenza teorica e storica, che non avrebbe senso nascondere. Durante la Rivoluzione culturale, la linea ufficiale attribuiva alla lotta di classe un ruolo completamente diverso e sosteneva la necessità di continuare la rivoluzione sotto la dittatura del proletariato proprio per scongiurare la restaurazione capitalistica. Lo Statuto del PCC adottato dal X Congresso nel 1973 esprimeva apertamente questa concezione. La linea successiva ha invece compiuto una differente valutazione della fase storica, ma ha sempre continuato a riconoscere l’esistenza delle classi sociali in Cina e, di conseguenza, della lotta di classe.

Secondo il PCC, tuttavia, la contraddizione principale è attualmente quella fra la crescente domanda della popolazione per una vita migliore e uno sviluppo ancora squilibrato e inadeguato. Ne deriva la centralità attribuita allo sviluppo delle forze produttive, alla modernizzazione tecnologica, al miglioramento delle condizioni materiali, alla riduzione degli squilibri territoriali e alla prosperità comune.

La stessa complessità emerge dall’analisi dell’assetto economico. La Costituzione della Repubblica Popolare Cinese definisce la proprietà pubblica come pilastro fondamentale dell'economia, attribuisce al settore statale il ruolo di forza dirigente e riconosce contemporaneamente, nella fase primaria del socialismo, la coesistenza di differenti forme di proprietà e di differenti meccanismi distributivi. Il programma del PCC ribadisce parallelamente la centralità della proprietà pubblica, lo sviluppo congiunto di diverse forme proprietarie e l'economia socialista di mercato.

Anche qui la domanda marxista pertinente non dovrebbe limitarsi a constatare che esistono proprietà privata, mercato, capitale e differenziazioni sociali, fatto inconfutabile e autoevidente. La questione decisiva è quale rapporto di forza esista fra queste componenti, quale classe detenga il potere politico, di quali strumenti disponga lo Stato per orientare l'accumulazione e, soprattutto, in quale direzione evolvano nel lungo periodo i rapporti di produzione.

È esattamente in questo punto che la nozione di transizione acquista il proprio significato. Se si definisce socialista soltanto una società nella quale siano già scomparse le contraddizioni ereditate dal capitalismo, allora il concetto stesso di transizione diventa superfluo. Una società di transizione è tale proprio perché contiene elementi differenti, contraddittori e persino conflittuali, il cui rapporto non può essere giudicato attraverso una fotografia statica, in quanto per definizione mutevole (dal momento che attraversa una serie di infinita di punti per passare dal punto A al punto B).

Ancora Marx invitava a considerare la nuova società come qualcosa che nasce dalla precedente e che ne porta inevitabilmente i «segni» originari. Lenin sviluppò ulteriormente questa impostazione insistendo sulle diverse fasi della maturazione economica del comunismo. La teoria cinese della fase primaria del socialismo pretende di applicare questo metodo a un problema storico ancora più specifico: la costruzione socialista in un Paese che, al momento della rivoluzione, presentava uno sviluppo delle forze produttive molto inferiore rispetto ai Paesi capitalistici più avanzati e che successivamente si è trovato inserito in un'economia mondiale ancora largamente dominata dai rapporti capitalistici.

Le contraddizioni generate dall'espansione del capitale privato, le disuguaglianze, i rapporti tra lavoratori e imprese, il ruolo politico degli imprenditori, la differenza fra proprietà formale e controllo effettivo dell'economia sono dunque questioni che devono essere analizzate concretamente. Ma proprio un'analisi concreta impone di non sostituire allo studio della società cinese un modello astratto di ciò che il socialismo dovrebbe già essere (modello che, peraltro, non è mai stato completamente realizzato in nessun Paese concreto esistito fino ad oggi).

Il passaggio forse più significativo del rapporto presentato da Xi Jinping al XX Congresso riguarda precisamente questo problema metodologico. Il documento afferma che applicare il marxismo significa utilizzarne la concezione del mondo e il metodo per affrontare i problemi concreti della Cina, non «memorizzare e recitare» conclusioni specifiche e tanto meno trasformarle in dogmi rigidi. Si può concordare o dissentire dalle conclusioni alle quali il PCC è giunto applicando questo principio, ma riteniamo che il principio in sé sia indiscutibilmente corretto.

Avviandoci verso le conclusioni, non crediamo che la questione decisiva sia domandarsi perché la Cina del 2026 non presenti già le caratteristiche della società comunista descritta da Marx per una fase superiore dello sviluppo storico. Il problema è piuttosto stabilire se le trasformazioni in corso stiano mantenendo aperta la possibilità di avanzare ulteriormente in quella direzione, oppure se stiano generando una dinamica opposta.

Per dare una risposta che non sia ideologica, né in una direzione né nell'altra, occorre studiare la proprietà e il controllo dei mezzi strategici di produzione, la capacità dello Stato di subordinare il capitale agli obiettivi politici, l'evoluzione delle disuguaglianze, il peso del lavoro, le trasformazioni della struttura sociale, la pianificazione, il rapporto fra mercato e decisione politica, le forme della partecipazione popolare e l'effettivo orientamento di lungo periodo della politica economica. In base alle analisi che abbiamo già effettuato in altre sedi, e che non possiamo replicare qui per non dilungarci troppo, la nostra risposta è, al momento, positiva.

Infine, vogliamo sottolineare che la validità della strategia cinese non può essere dimostrata semplicemente citandone le formulazioni teoriche, né può essere confutata elencando le contraddizioni attualmente esistenti. Sarà il processo storico a verificarla. E non la si può certamente giudicare chiedendole di avere già realizzato oggi le condizioni proprie di una fase molto più avanzata, in quanto significherebbe commettere precisamente quell'errore che Marx rimproverava alle concezioni utopistiche: pretendere che i rapporti sociali possano essere più avanzati delle condizioni materiali e storiche dalle quali devono necessariamente svilupparsi. 

Bibliografia essenziale

Karl Marx, Critica del programma di Gotha, 1875, in particolare la parte I sulla fase inferiore e superiore della società comunista.

Vladimir I. Lenin, Stato e rivoluzione, in Opere, vol. 25, Editori Riuniti, Roma, 1967, pp. 361-463, in particolare il capitolo V, «Le basi economiche dell’estinzione dello Stato».

Partito Comunista Cinese, Statuto del Partito Comunista Cinese, riveduto e approvato dal XX Congresso nazionale il 22 ottobre 2022.

Xi Jinping, Tenere alta la grande bandiera del socialismo con caratteristiche cinesi e lottare uniti per costruire sotto ogni aspetto un moderno paese socialista, rapporto al XX Congresso nazionale del Partito Comunista Cinese, 16 ottobre 2022.

Assemblea Popolare Nazionale della Repubblica Popolare Cinese, Costituzione della Repubblica Popolare Cinese, adottata il 4 dicembre 1982 e modificata da ultimo l’11 marzo 2018, in particolare artt. 1 e 6-11.

Partito Comunista Cinese, Statuto del Partito Comunista Cinese approvato dal X Congresso nazionale, 28 agosto 1973.

Daniele Burgio, Giulio Chinappi, Massimo Leoni e Roberto Sidoli, La Cina (prevalentemente) socialista, 2026.

Daniele Burgio, Giulio Chinappi, Massimo Leoni e Roberto Sidoli, «La Cina concreta contro il dogma: risposta a Moreno Pasquinelli», Giulio Chinappi – World Politics Blog, 24 agosto 2026.

25/09/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Giulio Chinappi
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