Il processo politico che ha portato all'elezione di Manuel Minervini a sindaco non va interpretato come un mero fatto politico-amministrativo. Il collettivo molfettese di Rifondazione Comunista ha rappresentato, nel corso degli anni, una delle poche testimonianze politiche stabili e visibili nella comunità cittadina, mantenendo un presidio fisico costante nel cuore popolare della città. Questo radicamento ha generato nel tempo un sistema di pratiche che ha traghettato al presente — e dati gli esiti, forse anche al futuro — il complesso e stratificato sistema di autorappresentazione dei comunisti. Sono nati metodi, parole, rituali che hanno fatto evolvere il discorso politico pubblico comunista, rendendolo sempre più riconoscibile e identificabile. Parole chiave come pace, solidarietà, lavoro, ambiente sono state riconosciute come presidi non più alienabili di una comunità rimasta in balia, per oltre dieci anni, di un sistema di potere civico fondato su rapporti neofeudali e clanici, sulla fedeltà interna di alcune famiglie e dei loro clientes.
Jacques Derrida sosteneva che non esiste realtà al di fuori dei sistemi di linguaggio e delle interpretazioni che la mediano. Rifondazione Comunista a Molfetta ha preso questa intuizione sul serio, lavorando per trent'anni alla costruzione paziente di una sintassi e di una pratica politica proprie, diventate l'ecosistema di riferimento entro cui si sono poi riconosciuti e aggregati i soggetti della coalizione vincente.
Se vogliamo capire perché a Molfetta, l'8 giugno 2026, è stato eletto un sindaco comunista, dobbiamo partire da lì: dalle pratiche e dal linguaggio.
Sul piano delle pratiche va riconosciuta la formidabile tenacia dei compagni nel mantenere vivi appuntamenti e momenti collettivi nel corso degli anni: la festa della Liberazione e la cena di fine anno tra tutti. Ritualità che, insieme al lavoro politico in consiglio e sulle vertenze, aiutavano la comunità a riattivarsi, a rendersi visibile e a esprimere pubblicamente la propria posizione. Questo lavoro continuo ha sostenuto l'avvicinamento e l'ingresso di simpatizzanti e militanti che hanno contribuito efficacemente ad aggiornare e rendere sempre più incisivo e riconoscibile il discorso pubblico comunista. In questo senso la campagna elettorale ha operato una vera e propria decostruzione del registro linguistico dominante nella politica locale. A un vocabolario consunto — fatto di parole vuote, di proclami già sentiti, di formule che scorrevano senza attrito e senza lasciare traccia — è stato contrapposto un dizionario denso, in cui ogni termine rimandava a battaglie politiche precise, a incontri reali, a eventi sedimentati nella memoria collettiva della sinistra molfettese e della comunità cittadina più larga.
Il collettivo ha fatto qualcosa di apparentemente semplice, ma politicamente radicale: è riuscito a dar senso alle parole. E dando senso alle parole, ha rappresentato la realtà in modo diverso. Il perno di tutto è stata una parola sola: Insieme.
Non "alternativa", non "cambiamento", non "riscossa" — tutti significanti che presuppongono un nemico da battere, una distanza da colmare, una ferita da vendicare. "Insieme" è un significante che include nella sua stessa struttura semantica il collettivo, la pluralità, la coesistenza. Rispetto alle tornate elettorali precedenti, quella parola ha assunto significato perché non era uno slogan: era una pratica, un modo riconoscibile di fare le cose, un contratto di senso stipulato pubblicamente nel corso degli anni. Minervini stesso, nelle prime dichiarazioni da sindaco eletto, ha declinato quella parola in termini concreti: «Non serve soltanto un percorso di legalità, che resta fondamentale, ma anche un percorso di condivisione. In questi anni la città spesso si è sentita sola e distante dalle istituzioni. Voglio essere il sindaco di tutti i molfettesi». Sola contro Insieme: l'asse semantico dell'intera campagna era già tutto qui, cristallino.
La capacità di Rifondazione Comunista di coinvolgere le diverse forze del centrosinistra nella definizione di una proposta credibile per la città è stata il risultato di anni di costante e caparbio presidio del territorio, con sguardo attento alle vertenze e prospettive chiare sul futuro. Un lavoro paziente di costruzione del senso comune, prima ancora che del consenso elettorale. Perché il consenso arriva sempre dopo: è l'effetto di superficie di un lavoro più profondo di risignificazione che avviene nel tempo, nei luoghi, durante lunghe riunioni.
Nelle fasi più concitate della tornata elettorale molti commentatori, soprattutto sui social, hanno utilizzato il termine "comunista" con accento negativo o apertamente dispregiativo, evocando implicitamente le esperienze delle dittature novecentesche. Ma proprio grazie al lavoro trentennale di Rifondazione, il significante "comunista" — invece di attivare i codici della paura o dell'anacronismo che il discorso dominante gli aveva cucito addosso — ha prodotto un effetto opposto: identificazione, entusiasmo, appartenenza. Questo è possibile solo quando un sistema di segni viene smontato e rimontato con cura, quando si lavora non sull'immagine ma sul senso.
Ed è una lezione che va ben oltre Molfetta. In un momento storico in cui i valori della solidarietà, della pace e del socialismo vengono attaccati a livello internazionale attraverso il linguaggio — attraverso la loro delegittimazione semantica, la loro riduzione a parole "del passato", "utopiche", "perdenti" — la risposta non può essere solo programmatica. Deve essere innanzitutto ricostruzione di senso. Deve riconquistare le parole. Deve dimostrare, come ha dimostrato Molfetta, che certi significanti non sono morti: sono stati temporaneamente sequestrati. E possono essere liberati.
Il 67,47% al ballottaggio non è solo un numero. È la misura di quante persone, in una città reale, hanno scelto di abitare un sistema di senso diverso. Di credere che "Insieme" significhi qualcosa. Di scommettere che il linguaggio del popolo per il popolo possa battere il linguaggio vuoto di anacronistici capibastone.
Matteo Altomare, primo sindaco repubblicano e comunista di Molfetta nel 1946, e Manuel Minervini, sindaco della stessa città ottant'anni dopo, hanno questo in comune: hanno restituito al termine "comunista" un significato positivo, radicato nel presente, capace di parlare alla propria comunità senza nostalgia e senza paura. In latino, tutto questo si potrebbe racchiudere in una parola sola: revolutio — non il sovvertimento del caos, ma il ritorno consapevole a qualcosa che ricordiamo poco e male ma che ha fatto grande il nostro paese.