L’avanzata dell’estrema destra in Europa non segue un’unica traiettoria. In alcuni Paesi viene apertamente normalizzata come alleata di governo; in altri resta formalmente esclusa dalle coalizioni, ma condiziona comunque l’intero sistema politico. Spagna e Germania offrono oggi due esempi particolarmente significativi di questa doppia dinamica. Nel caso spagnolo, Vox è sempre più trattata come una componente ordinaria del blocco conservatore, capace di entrare nei governi regionali o di determinarne la sopravvivenza. Nel caso tedesco, invece, Alternative für Deutschland (AfD) continua a essere esclusa dagli accordi di governo dai partiti tradizionali, che preferiscono ricorrere alla formula della Große Koalition, la Grande Coalizione tra democristiani e socialdemocratici, pur di impedirne l’accesso diretto al potere esecutivo.
Tale differenza, tuttavia, non deve trarre in inganno. La Spagna mostra la normalizzazione istituzionale dell’estrema destra; la Germania mostra la sua normalizzazione politica indiretta. Nel primo caso, Vox siede al tavolo del potere, negozia assessorati, vicepresidenze, programmi e priorità ideologiche. Nel secondo, AfD viene tenuta fuori dai governi, ma la sua crescita spinge CDU, SPD e Verdi a ridefinire strategie, linguaggi e alleanze intorno alla necessità di contenerla. In entrambi i casi, l’estrema destra non è più un fenomeno marginale. È diventata un elemento strutturale della crisi europea.
Il caso spagnolo è quello più esplicito. Dopo le elezioni anticipate in Extremadura e Aragona, il Partido Popular ha dovuto riconoscere ancora una volta ciò che i suoi stessi dirigenti cercano spesso di mascherare: senza Vox, in diversi territori, la destra tradizionale non è in grado di governare. L’articolo precedente su questo tema aveva già evidenziato come le regionali in Extremadura e Aragona avessero prodotto un copione inquietante, con il PP vincitore ma privo della maggioranza e Vox rafforzata fino a diventare decisiva per la formazione degli esecutivi regionali. In Extremadura, il PP di María Guardiola aveva ottenuto 29 seggi su 65, mentre Vox era salita a 11; in Aragona, Jorge Azcón aveva conquistato 26 seggi, ma Vox ne aveva ottenuti 14, raddoppiando la propria rappresentanza rispetto alla fase precedente. In entrambi i casi, la matematica parlamentare ha trasformato l’estrema destra da forza di pressione a forza di governo.
La conferma dell’alleanza tra PP e Vox in Aragona rappresenta quindi una conferma formale di quanto avevamo già detto nel nostro precedente articolo. Il 22 aprile, la stampa iberica ha riportato che il PP ha raggiunto un accordo con Vox per l’investitura di Azcón, cedendo alla formazione di Santiago Abascal una vicepresidenza e tre assessorati. Il patto è arrivato poche ore dopo l’investitura di Guardiola in Extremadura grazie ai voti di Vox, confermando una sequenza ormai evidente: prima Extremadura, poi Aragona, domani probabilmente Castilla y León, come vedremo a breve. Non si tratta più di eccezioni locali, ma di uno schema nazionale in costruzione.
Il contenuto politico di questi accordi è ancora più rilevante della loro formula istituzionale. In Aragona, come in Extremadura, il patto si fonda anche sul concetto di “priorità nazionale”, utilizzato da Vox per introdurre una gerarchia tra cittadini e migranti nell’accesso ai servizi pubblici, alla casa e agli aiuti sociali. Azcón ha cercato di rassicurare affermando che ogni misura dovrà rispettare il principio di legalità, ma il punto politico resta intatto: il PP accetta che il linguaggio identitario dell’estrema destra entri nell’agenda di governo. Vox, ormai, non si limita a sostenere dall’esterno un esecutivo conservatore; ne plasma la cultura politica, ne condiziona le priorità e ne sposta il baricentro verso una destra sempre più aggressiva sul terreno sociale, migratorio e culturale.
Il voto nella comunità autonoma di Castilla y León conferma la stessa tendenza. Le elezioni del 15 marzo hanno consegnato al PP 33 seggi, al PSOE 30 e a Vox 14, in un parlamento regionale da 82 seggi nel quale la maggioranza assoluta è fissata a 42. Il blocco PP-Vox disporrebbe quindi di 47 seggi, una maggioranza ampia e politicamente coerente con quanto già avvenuto in Extremadura e Aragona. Vox, in particolare, ha raggiunto il 18,9% dei voti, migliorando il dato del 2022, mentre la sinistra alternativa, in gran parte raccolta sotto l’egida della lista En Común, è rimasta fuori dalle Cortes regionali con appena il 2,23% delle preferenze, divisa e schiacciata dalla polarizzazione.
Il dato castigliano-leonese è importante perché smentisce la narrazione secondo cui Vox sarebbe destinata a ridimensionarsi una volta messa alla prova del governo o della negoziazione. Al contrario, la sua presenza come partner o ago della bilancia continua a rafforzarne la legittimità. Il Partido Popular cerca di presentarsi come forza di ordine e stabilità, ma finisce per stabilizzare l’estrema destra. Ogni volta che il PP accetta l’appoggio di Vox, ogni volta che concede spazi di governo o incorpora parte del suo lessico, contribuisce a rendere normale ciò che pochi anni fa sarebbe stato considerato incompatibile con una democrazia antifascista.
In Germania, il quadro appare diverso. Non perché l’estrema destra sia meno forte, ma perché il sistema politico continua a difendere, almeno formalmente, il cordone sanitario contro AfD. Le elezioni regionali in Baden-Württemberg e Renania-Palatinato hanno mostrato una Germania occidentale sempre meno immune dall’avanzata della destra radicale. Nel nostro precedente articolo sull’argomento, si evidenziava come AfD avesse raggiunto il 18,8% nel primo Land e il 19,5% nel secondo, consolidandosi come polo stabile della rappresentanza reazionaria anche nell’Ovest del Paese. In Renania-Palatinato, in particolare, la CDU ha superato la SPD dopo 35 anni di dominio socialdemocratico, mentre AfD è diventata una forza centrale dell’opposizione.
La risposta tedesca, però, non è stata l’apertura di una trattativa con AfD, bensì la ricomposizione del blocco tradizionale. In Renania-Palatinato, infatti, CDU e SPD hanno raggiunto un accordo per formare la prima coalizione nero-rossa nella storia del Land. Come anticipato, la CDU è uscita dalle elezioni come primo partito con il 31%, davanti alla SPD ferma al 25,9%, e dunque l’intesa tra i due partiti ha finito per chiudere l’esperienza di 35 anni di governi guidati dai socialdemocratici. Gordon Schnieder, candidato della CDU, sarà con ogni probabilità eletto Ministro-Presidente il 18 maggio, in seguito all’accordo con i socialdemocratici, mentre entrambi i partiti hanno escluso una collaborazione con AfD.
La Grande Coalizione tedesca appare dunque come una diga. Ma una diga può contenere l’acqua solo se non continua a crescere la pressione che la spinge. Il problema della Germania non è soltanto la presenza di AfD, ma il fatto che i partiti tradizionali rispondano alla crisi sociale e politica con un ulteriore restringimento dell’offerta democratica. Quando CDU e SPD governano insieme per impedire l’accesso dell’estrema destra al potere, producono un effetto ambivalente. Da un lato impediscono ad AfD di entrare nell’esecutivo; dall’altro rafforzano la sua narrazione di unica opposizione reale contro un blocco indistinto di establishment.
In Germania, dunque, l’estrema destra viene esclusa dal governo, ma può presentarsi come unica forza fuori dal compromesso permanente tra democristiani, socialdemocratici e, in altri contesti, Verdi. In Spagna, invece, Vox entra direttamente nella stanza dei bottoni. Le due forme sono diverse, ma entrambe rivelano il fallimento del centro politico europeo. Dove la destra tradizionale sceglie l’alleanza con l’estrema destra, come in Spagna, la normalizzazione avviene per integrazione. Dove il centro sceglie la Grande Coalizione, come in Germania, la normalizzazione avviene per riflesso: AfD resta fuori, ma l’intero sistema si organizza intorno alla sua presenza.
Dalla nostra prospettiva, tuttavia, il punto non può essere la semplice nostalgia per il vecchio centro liberale o socialdemocratico. Quel centro è parte del problema. In Spagna, il Partido Popular non è ostaggio innocente di Vox: ne condivide molte premesse ideologiche, soprattutto su sicurezza, immigrazione, centralismo nazionale e guerra culturale. In Germania, la SPD paga anni di compromessi neoliberali, austerità mascherata da responsabilità, subordinazione alla logica atlantista e incapacità di ricostruire un blocco sociale popolare; la CDU, dal canto suo, intercetta una parte della domanda d’ordine, ma non offre alcuna risposta reale alla crisi del modello industriale, alla precarizzazione, alla paura del declino e alla frattura territoriale. In questo vuoto, AfD prospera.
Il confronto tra Spagna e Germania insegna quindi che l’estrema destra non avanza soltanto perché dispone di una propaganda efficace. Avanza perché i partiti tradizionali hanno svuotato la politica di conflitto sociale e l’hanno riempita di gestione tecnocratica, compatibilità finanziarie, militarizzazione e securitarismo. Quando le classi popolari non trovano una risposta credibile a sinistra, una parte del malcontento viene catturata dalla destra radicale, che sostituisce il conflitto di classe con il conflitto identitario, il problema del capitale con il problema del migrante, la critica del sistema con la nostalgia autoritaria.
Dunque, se la sinistra socialista non saprà ricostruire un’alternativa popolare, sociale e internazionalista, capace di unire difesa dei diritti, giustizia economica e opposizione alla guerra, il continente continuerà a oscillare tra due varianti della stessa crisi: l’integrazione dell’estrema destra nei governi o la sua crescita all’ombra di coalizioni sempre più larghe e sempre meno credibili.