Il secondo turno delle elezioni municipali francesi del 22 marzo ha confermato che il sistema politico costruito da Emmanuel Macron attorno a un presunto “centro” capace di assorbire destra e sinistra è ormai entrato in una fase di logoramento profondo. Il voto locale ha restituito un Paese più polarizzato, nel quale il blocco presidenziale non riesce più a porsi come forza egemonica e assiste invece allo spostamento di quote rilevanti di elettorato verso due poli opposti: da una parte la sinistra di rottura, in particolare La France Insoumise (LFI), dall’altra l’estrema destra del Rassemblement National (RN). Anche il dato della partecipazione, fermatasi attorno al 57% e dunque ben sotto il 63% del 2014, segnala una crisi democratica e sociale che non si lascia ricomporre dalle vecchie formule centriste.
A questa luce, le municipali non possono essere lette come un semplice appuntamento amministrativo. Sono state, piuttosto, un test politico generale sul dopo-macronismo. Molti analisti hanno citato la sconfitta dell’ex primo ministro François Bayrou a Pau, battuto dal socialista Jérôme Marbot, per il suo aspetto simbolico, con una delle figure centrali della coalizione presidenziale che cade proprio mentre il sistema politico francese si riorganizza altrove, senza più riconoscere al centro una funzione di stabilizzazione. Certo, il macronismo e i suoi alleati hanno ottenuto alcuni risultati di rilievo, come la rielezione di Édouard Philippe - da molti considerato come il possibile prossimo candidato del blocco centrista alla presidenza - a Le Havre o la conquista di Bordeaux da parte di Thomas Cazenave, ma si tratta di successi sporadici che non compensano il dato strutturale: il centro non espande più, difende quel che resta, mentre la dinamica politica nazionale si sposta sui due lati dello spettro.
Se si guarda al campo progressista, il dato più importante è senza dubbio la crescita di La France Insoumise, che avevamo già segnalato nel nostro precedente articolo pubblicato dopo il primo turno. Prima del voto, il movimento rivendicava una presenza in oltre 500 comuni, nella totalità delle città con più di 100.000 abitanti e nell’80% di quelle sopra i 30.000, a conferma di una scelta strategica chiara: non restare più soltanto una forza in corsa per la presidenza e il parlamento, ma radicarsi stabilmente al livello comunale. Dopo il voto, Manuel Bompard ha parlato di un risultato storico, con gli Insoumis che entrano in più di 400 consigli comunali, per un totale di oltre 16 milioni di francesi che vivranno in comuni con consiglieri municipali LFI, confermando che l’insediamento municipale del partito non è più episodico ma strutturale.
La vittoria più emblematica resta quella di Saint-Denis, dove Bally Bagayoko aveva già chiuso la partita al primo turno con il 50,77% dei voti, conquistando 47 seggi contro i 10 del socialista Mathieu Hanotin. Ma il 22 marzo ha allargato ulteriormente il perimetro di questo successo. A Roubaix, David Guiraud ha vinto con il 53,19%, lasciando alla destra il 25,55%, alla sinistra moderata l’11,30% e al RN il 9,97%. A La Courneuve, altro comune, come Saint-Denis, situato alle porte di Parigi, Aly Diouara ha prevalso con il 51,53% sul candidato socialista Oumarou Doucouré. A Vaulx-en-Velin, nell’area metropolitana di Lione, Abdelkader Lahmar ha battuto la socialista Hélène Geoffroy per appena 104 voti, 50,49% contro 49,51%. A Vénissieux, sempre nella regione dell’Alvernia-Rodano-Alpi, Idir Boumertit ha ottenuto il 34,11%, superando di strettissima misura la sindaca uscente comunista Michèle Picard, ferma al 33,90%, per un totale di 68 punti percentuali ottenuti dai candidati della sinistra radicale. In altre parole, LFI non ha solo consolidato una roccaforte: ha dimostrato di poter amministrare o contendere seriamente alcune delle più importanti città popolari del Paese.
Accanto alle vittorie, vanno letti con attenzione anche i risultati che non si sono tradotti in conquiste, ma che mostrano ugualmente una crescita politica. A Toulouse, François Piquemal, dopo avere guidato il primo turno davanti al rappresentante socialista, ha portato al secondo turno la lista unitaria della gauche fino al 46,13%, contro il 53,87% del sindaco uscente Jean-Luc Moudenc. Non è bastato per conquistare il primato, ma ha certificato che LFI è ormai il baricentro di una parte consistente della sinistra urbana. A Parigi, Sophia Chikirou ha mantenuto la propria lista al secondo turno e ha ottenuto il 7,96%, conquistando 9 seggi e consentendo a LFI di entrare per la prima volta nel Consiglio della capitale, mentre il socialista Emmanuel Grégoire ha vinto il municipio con il 50,52% davanti alla candidata macronista Rachida Dati, mantenendo Parigi sotto amministrazione del Parti Socialiste (PS) dopo i mandati di Anne Hidalgo. Anche qui il risultato non è una vittoria di governo cittadino, ma è il segno di un insediamento ormai irreversibile nella capitale.
Allo stesso tempo, le municipali hanno mostrato che il PCF conserva una capacità di radicamento locale che continua a fare la differenza. Le riconquiste di due città dell’area del Rodano, Nîmes e Aubagne, sono, da questo punto di vista, politicamente preziose. A Nîmes, Vincent Bouget ha vinto con il 40,97%, sconfiggendo il candidato RN Julien Sanchez, fermo al 37,52%, e la destra repubblicana al 21,51%. Ad Aubagne, Jean-Pierre Squillari ha riportato la città a sinistra con il 36,28%, precedendo il RN al 33,71% e la destra tradizionale al 30,01%. Il PCF ha rivendicato queste vittorie come prova del fatto che i comunisti restano un argine efficace contro l’estrema destra quando sanno coniugare radicamento sociale, servizi pubblici e presenza di classe; la giovanile comunista ha aggiunto che oggi quasi 2,2 milioni di francesi vivono in comuni guidati da sindaci comunisti. Anche la conferma di Vitry-sur-Seine (Île-de-France) a Pierre Bell-Lloch, con il 46,68%, rientra in questo quadro di resistenza e continuità municipale.
La sinistra, dunque, non esce sconfitta da queste elezioni, ma nemmeno può indulgere in un ottimismo facile. L’avanzata della sinistra di rottura e le riconquiste comuniste convivono infatti con una crescita molto seria dell’estrema destra. Secondo Le Monde, il RN arriva ora a governare quasi 70 comuni e a contare circa 3.000 consiglieri municipali; il partito di Marine Le Pen e i suoi alleati hanno aggiunto 38 municipi ai 24 già conquistati al primo turno, triplicando di fatto il numero delle città sotto il loro controllo rispetto alla precedente tornata. Il RN e il suo blocco hanno sfondato in molte città medie e piccole, dal Mediterraneo al vecchio bacino minerario, conquistando realtà come Carcassonne, Menton, Agde, Liévin, Lillers, Oignies e perfino la loro prima città in Alsazia, Wittelsheim. Attraverso l’alleato Éric Ciotti, l’estrema destra ha anche strappato Nizza, un risultato di fortissimo valore simbolico.
Sarebbe però un errore leggere questo avanzamento come un trionfo totale. L’estrema destra ha fallito nei suoi obiettivi più ambiziosi: non ha conquistato Marsiglia, non ha preso Tolone, è stata respinta a Nîmes, e il suo unico comune di oltre 100.000 abitanti governato direttamente con l’etichetta RN resta Perpignan. Questo significa che il RN si radica territorialmente e moltiplica i suoi punti d’appoggio, ma continua a urtare contro un soffitto di vetro nelle grandi città, soprattutto quando la sinistra riesce, almeno localmente, a organizzare convergenze credibili e quando una parte dell’elettorato moderato preferisce ancora sbarrare la strada all’estrema destra.
Il significato politico complessivo delle municipali è allora duplice. Da un lato, esse dimostrano che esiste uno spazio reale per una sinistra combattiva, radicata e sociale. LFI ha ottenuto risultati che pochi anni fa sarebbero sembrati impensabili nella scala comunale; il PCF, dato tante volte per residuale, ha saputo difendere i propri bastioni e riconquistare città importanti, soprattutto là dove la questione sociale e il lavoro di prossimità hanno contato più delle mode mediatiche. Dall’altro lato, le stesse elezioni dicono che l’estrema destra continua a crescere proprio dove la disillusione sociale viene lasciata senza sbocco di classe e senza organizzazione popolare. In questo senso, il voto del 22 marzo è la fotografia di una Francia che non crede più nel centro macronista e cerca altrove, a sinistra o a destra, una risposta alla crisi.
È qui che si misura davvero il fallimento del macronismo. Il progetto di Emmanuel Macron pretendeva di disarticolare il conflitto tra destra e sinistra, sostituendolo con una gestione tecnocratica del potere, compatibile con l’austerità, il presidenzialismo e la subordinazione della politica ai mercati. Le municipali del 2026 dicono il contrario: la società francese si è ripoliticizzata, ma non lungo l’asse centrista immaginato dall’Eliseo. Si ripolarizza invece tra una domanda di rottura sociale e democratica, che in molti territori premia LFI e il PCF, e una domanda reazionaria, che alimenta il RN. La perdita di Pau da parte di Bayrou, la crisi del blocco presidenziale nelle grandi città, la mancanza di una vera spinta nazionale del centro e la simultanea crescita dei poli opposti sono tutti indizi dello stesso fenomeno: il macronismo non organizza più il campo politico, lo subisce.
Per la sinistra francese, la lezione è incoraggiante. Dove ha saputo unire radicamento, programma sociale e presenza militante, ha vinto o è avanzata. Dove si è divisa o ha lasciato che il confronto si riducesse a rivalità di apparato, ha perso terreno. Per questo i risultati positivi di LFI e del PCF non devono essere letti come semplice soddisfazione di partito, ma come indicazione strategica più generale: la sola barriera efficace contro l’estrema destra non è il centrismo screditato, bensì una sinistra capace di parlare ai quartieri popolari, alle periferie urbane, ai lavoratori e ai giovani. Se il 22 marzo consegna una Francia apparentemente più instabile, esso consegna anche una verità politica ormai difficile da negare: il macronismo è entrato nella sua fase discendente, e il futuro si giocherà nella lotta aperta tra due uscite opposte dalla crisi, quella sociale e quella reazionaria.