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Lituania, cambia il governo ma non la linea atlantista

La sostituzione di Inga Ruginienė con Mindaugas Sinkevičius chiude la controversa collaborazione con l’ultradestra di Alba del Nemunas, senza modificare il ruolo della Lituania come avamposto della NATO. Una parziale discontinuità potrebbe emergere soltanto nelle relazioni con la Cina.


Lituania, cambia il governo ma non la linea atlantista

Il nuovo cambio di primo ministro avvenuto in Lituania rappresenta il terzo avvicendamento alla guida del governo dall’inizio della legislatura inaugurata dalle elezioni dell’ottobre 2024. Il 14 luglio, Mindaugas Sinkevičius, presidente del Partito Socialdemocratico di Lituania (Lietuvos socialdemokratų partija, LSDP), ha assunto ufficialmente la carica di primo ministro al posto della compagna di partito Inga Ruginienė, dopo una complessa ricomposizione della maggioranza parlamentare. L’instabilità ai vertici dell’esecutivo, tuttavia, non corrisponde a un cambiamento sostanziale dell’indirizzo strategico del Paese, che continua a presentarsi come uno dei principali avamposti della NATO contro la Russia e come uno dei governi europei maggiormente impegnati nel sostegno militare all’Ucraina.
La crisi politica affonda le sue radici nelle contraddizioni emerse dopo la vittoria relativa dei socialdemocratici alle elezioni del 2024. Il partito, tornato al centro del sistema politico lituano, non disponeva dei numeri necessari per governare autonomamente e scelse di costruire una coalizione estremamente eterogenea. Alla guida dell’esecutivo fu inizialmente posto Gintautas Paluckas, costretto però alle dimissioni nel luglio 2025 in seguito alle inchieste sui propri interessi economici e sui rapporti d’affari della sua famiglia. Al suo posto venne allora nominata la già citata Inga Ruginienė, già dirigente sindacale e ministra della Sicurezza sociale e del Lavoro.
Il governo Ruginienė ereditò una maggioranza nella quale un ruolo determinante era svolto da Alba del Nemunas (Nemuno Aušra), formazione populista, xenofoba e ultranazionalista fondata da Remigijus Žemaitaitis. L’ingresso di questo partito nel governo aveva immediatamente rivelato la distanza tra l’immagine moderata e progressista rivendicata dai socialdemocratici e la realtà della loro politica di coalizione. Pur di conservare il controllo dell’esecutivo, il LSDP accettò infatti di dipendere da una forza segnata dalle dichiarazioni antisemite del proprio leader, dalle campagne contro le minoranze e da una retorica nazionalista particolarmente aggressiva.
Žemaitaitis non è una figura controversa soltanto per le sue posizioni generali. La Corte costituzionale lituana aveva già stabilito nel 2024 che, attraverso le sue dichiarazioni contro gli ebrei, aveva violato il giuramento parlamentare e gravemente compromesso la dignità della carica. Successivamente è stato condannato per istigazione all’odio e per aver minimizzato l’Olocausto. Nonostante questi precedenti, Alba del Nemunas è stata ammessa nella maggioranza e ha ottenuto incarichi ministeriali, permettendo ai socialdemocratici di governare.
La collaborazione è proseguita per mesi, malgrado le proteste interne e internazionali. La dirigenza socialdemocratica ha inizialmente difeso la permanenza di Alba del Nemunas nella coalizione richiamandosi alla presunzione d’innocenza di Žemaitaitis e alla necessità della stabilità parlamentare. Si è trattato, in realtà, di una normalizzazione politica dell’estrema destra: una forza xenofoba e ultranazionalista è stata trasformata in un interlocutore legittimo perché necessaria alla sopravvivenza dell’esecutivo.
La rottura definitiva si è prodotta soltanto nel giugno 2026, quando, alla condanna di Žemaitaitis, si sono aggiunte nuove indagini per presunte irregolarità finanziarie e crescenti divergenze su alcuni progetti militari. Alba del Nemunas si è opposta in particolare alla realizzazione di un’infrastruttura destinata alle forze armate nei pressi del confine con la Bielorussia, entrando in contrasto con l’orientamento radicalmente atlantista che unisce la maggior parte delle forze politiche lituane. Il 6 giugno, i socialdemocratici hanno quindi deciso di espellere il partito dalla coalizione, denunciandone la crescente radicalizzazione.
Questa motivazione non cancella, tuttavia, il fatto che il LSDP abbia consapevolmente governato con Alba del Nemunas finché la collaborazione è risultata politicamente conveniente. La separazione tardiva risponde invero tanto alla necessità di liberarsi di un partner divenuto troppo compromettente quanto all’esigenza di ricostruire una maggioranza più affidabile sulle questioni strategiche, soprattutto per quanto riguarda il riarmo, la presenza delle truppe straniere e il confronto con Russia e Bielorussia.
Venuta meno la precedente coalizione, Ruginienė ha presentato il 23 giugno le dimissioni dell’intero governo. I socialdemocratici hanno quindi raggiunto un’intesa con l’Unione dei Democratici “Per la Lituania” (Demokratų sąjunga „Vardan Lietuvos“) e con l’Unione dei Contadini e dei Verdi di Lituania (Lietuvos valstiečių ir žaliųjų sąjunga, LVŽS), ottenendo anche il sostegno dell’Azione Elettorale dei Polacchi di Lituania–Alleanza delle Famiglie Cristiane (Lietuvos lenkų rinkimų akcija–Krikščioniškų šeimų sąjunga). La nuova maggioranza dispone di 75 seggi sui 141 del Seimas, il parlamento unicamerale lituano.
La candidatura di Sinkevičius è stata approvata il 30 giugno con 80 voti favorevoli, due contrari e 28 astensioni, mentre il programma governativo ha ricevuto il via libera definitivo il 14 luglio. Sinkevičius proviene principalmente dalla politica locale: è stato più volte sindaco di Jonava e, tra il 2016 e il 2017, ministro dell’Economia. Il suo profilo è quello di un amministratore pragmatico, dotato di un controllo sul partito più solido rispetto a Ruginienė. Anche il nuovo premier ha però attraversato vicende giudiziarie controverse, legate all’uso dei rimborsi da parte degli amministratori locali. Condannato nel 2024 e temporaneamente escluso dalle cariche pubbliche, è stato successivamente prosciolto dalla Corte suprema, che ha ritenuto la sua condotta non penalmente rilevante.
Al di là dei cambiamenti personali e della diversa composizione parlamentare, il programma del nuovo esecutivo conferma la sostanziale continuità della politica lituana. Vilnius continua a concepire la propria funzione internazionale quasi esclusivamente attraverso l’integrazione militare nella NATO e il confronto con Mosca. La posizione geografica della Lituania, confinante con la Bielorussia e con l’exclave russa di Kaliningrad, viene sistematicamente utilizzata per giustificare una militarizzazione sempre più intensa del Paese e la trasformazione del suo territorio in una piattaforma avanzata dell’Alleanza Atlantica.
La nuova coalizione si è impegnata a destinare alla difesa almeno il 5% del prodotto interno lordo. Nel 2026 la spesa militare lituana è già stimata intorno al 5,3% del PIL, una delle percentuali più elevate dell’intera NATO. Si tratta di un impegno enorme per un Paese di meno di tre milioni di abitanti, che inevitabilmente sottrae risorse alle politiche sociali, ai servizi pubblici e agli investimenti civili. L’ex dirigente sindacale Ruginienė aveva già cercato di affiancare al riarmo alcuni richiami alla resilienza sociale, ma senza mettere in discussione la priorità assoluta attribuita all’apparato militare. Sinkevičius intende proseguire e consolidare questa linea.
Il governo ha inoltre indicato come obiettivo strategico la presenza “a lungo termine e ininterrotta” di unità statunitensi sul territorio lituano. Parallelamente, Vilnius sta preparando il dispiegamento permanente di una brigata tedesca, che dovrebbe essere pienamente operativa entro il 2027. Il rafforzamento delle difese aeree, delle infrastrutture destinate alle truppe straniere e delle capacità informatiche completa il processo di trasformazione della Lituania in un avamposto militare occidentale lungo la frontiera con Russia e Bielorussia.
Nessuna revisione della linea politica è prevista neppure rispetto all’Ucraina. Il nuovo governo continuerà a fornire armi, addestramento e sostegno politico a Kiev, appoggiandone l’ingresso nell’Unione europea e nella NATO. La classe dirigente lituana respinge qualsiasi impostazione negoziale che prenda in considerazione le cause profonde del conflitto e la necessità di una nuova architettura di sicurezza europea. Al contrario, interpreta la prosecuzione della guerra come parte di uno scontro strategico più vasto con la Russia e come una giustificazione permanente per il riarmo.
In questo senso, il carattere guerrafondaio dell’esecutivo non dipende dalla presenza o meno di Alba del Nemunas. L’ultradestra è stata estromessa dalla maggioranza, ma la linea militare che aveva contribuito a sostenere rimane intatta e viene anzi rafforzata. L’uscita del partito di Žemaitaitis serve soprattutto a presentare il nuovo governo come più rispettabile agli occhi delle istituzioni europee, senza modificare l’indirizzo atlantista condiviso dalle principali forze parlamentari.
Un elemento parzialmente differente emerge invece nei rapporti con la Cina. Dal 2021, la Lituania è responsabile di una delle più gravi crisi diplomatiche intercorse tra Pechino e uno Stato membro dell’Unione europea. Il governo conservatore allora in carica autorizzò infatti l’apertura a Vilnius di un ufficio di rappresentanza denominato “taiwanese”, anziché adottare la consueta formula “Taipei”. La scelta attribuiva implicitamente a Taiwan una soggettività statale separata dalla Cina e costituiva una grave violazione politica del principio di “una sola Cina”, riconosciuto dalla stessa Lituania al momento dell’instaurazione delle relazioni diplomatiche con la Repubblica Popolare Cinese.
Pechino reagì riducendo il livello delle relazioni diplomatiche e adottando misure economiche contro Vilnius. Le autorità lituane tentarono allora di trasformare lo scontro in una battaglia europea contro una presunta “coercizione economica” cinese, cercando il sostegno di Bruxelles e di Washington. Questa politica, però, produsse risultati molto inferiori alle aspettative. I vantaggi economici promessi attraverso l’intensificazione dei rapporti con le autorità taiwanesi non compensarono le perdite subite dalle imprese lituane, mentre gli altri Stati membri dell’Unione europea evitarono in larga misura di seguire Vilnius nella sua provocazione.
Già Ruginienė aveva riconosciuto, nel febbraio 2026, che la decisione del 2021 era stata un errore. Sinkevičius ha compiuto un ulteriore passo, definendola «forse troppo coraggiosa» e dichiarando di voler riportare i rapporti con Pechino a un livello comparabile a quello mantenuto dalla Cina con gli altri Paesi europei. Il nuovo programma governativo prevede quindi una normalizzazione delle relazioni, dettata soprattutto dalla constatazione dei danni economici e diplomatici causati dalla linea precedente.
Resta però irrisolta la questione centrale. Sinkevičius ha sostenuto che la normalizzazione potrebbe avvenire senza cambiare il nome dell’ufficio taiwanese, ma Pechino ha ripetutamente chiesto alla Lituania di correggere concretamente la violazione del principio di “una sola Cina”. Non è sufficiente dichiarare di voler migliorare le relazioni se Vilnius continua a preservare il simbolo politico della provocazione del 2021. La disponibilità al dialogo rappresenta un cambiamento positivo, ma dovrà essere accompagnata da atti coerenti.
Il nuovo governo lituano nasce quindi sotto il segno di una doppia dinamica. Sul piano interno, i socialdemocratici cercano di recuperare rispettabilità dopo aver governato con una forza xenofoba, antisemita e ultranazionalista. Sul piano internazionale, Sinkevičius tenta di correggere almeno parzialmente la disastrosa politica anticinese degli ultimi anni. Nessuna discontinuità, invece, emerge rispetto alla militarizzazione del Paese, alla subordinazione strategica agli Stati Uniti e alla NATO e al sostegno alla prosecuzione del conflitto ucraino.
La Lituania cambia ancora una volta primo ministro, ma non modifica il ruolo assegnatole nell’Europa orientale. Rimane un Paese pesantemente militarizzato, trasformato in prima linea del confronto occidentale con la Russia e disposto a destinare una quota eccezionale delle proprie risorse alla preparazione della guerra. La ricomposizione dei rapporti con la Cina potrebbe introdurre un elemento di pragmatismo, ma finché non sarà accompagnata dal pieno rispetto del principio di “una sola Cina” resterà incompleta. Dietro l’avvicendamento tra Ruginienė e Sinkevičius, la struttura fondamentale della politica lituana rimane dunque quella di un atlantismo radicale, capace di allearsi anche con l’estrema destra quando ciò risulta utile alla conservazione del potere.

22/07/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Giulio Chinappi
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