Le elezioni legislative colombiane dello scorso 8 marzo hanno consegnato un risultato politico di grande rilievo per l’intera America Latina: il Pacto Histórico, la compagine progressista che fa capo al presidente Gustavo Petro, si è affermato come la prima forza del Paese, conquistando il primato al Senato e consolidando una presenza decisiva anche alla Camera dei Rappresentanti. Secondo i dati preliminari, la coalizione che rappresenta il governo in carica ha ottenuto il 22,72% dei voti per il Senato e 25 seggi, precedendo il partito conservatore Centro Democrático, quello dell’ex presidente Álvaro Uribe (2002-2010), fermo a 17 seggi. Inoltre, il Pacto Histórico ha raggiunto quota 65 seggi complessivi tra Senato e Camera contro i 46 degli “uribisti”, confermandosi la forza legislativa più poderosa del nuovo ciclo politico colombiano. Successivamente, la revisione ufficiale dello scrutinio ha attribuito alla coalizione un ventiseiesimo seggio al Senato, rafforzando ulteriormente il significato di questa vittoria.
Come quasi sempre accade in ambito sudamericano, questo risultato, seppur significativo, non equivale a una maggioranza assoluta e richiederà ancora capacità di alleanza e di mediazione parlamentare. Tuttavia, sarebbe un errore leggere il voto solo in chiave aritmetica. Il punto essenziale è che, in una fase continentale segnata da fortissime pressioni esterne, da campagne di destabilizzazione contro i governi non allineati e da un ritorno aggressivo della proiezione statunitense nell’emisfero, il fatto che la principale coalizione progressista colombiana sia uscita vincitrice dalle legislative dimostra che il ciclo aperto nel 2022 non si è affatto esaurito. Anzi, esso conserva una base popolare, sociale e territoriale sufficiente a contendere seriamente anche la presidenza, in vista delle elezioni del 31 maggio. Questa è già, di per sé, una smentita della tesi secondo cui le forze progressiste latinoamericane sarebbero condannate a retrocedere sotto la pressione del nuovo corso imperiale incarnato da Donald Trump.
La leadership del Pacto Histórico ha interpretato il risultato precisamente in questo senso. Dopo la pubblicazione dei primi risultati, Iván Cepeda, candidato progressista alla presidenza per il prossimo mandato, ha affermato che la sua coalizione è ormai “la principale forza politica della Colombia”, la più influente e quella con la rappresentanza più numerosa al Senato e alla Camera. Nelle sue parole, il successo elettorale è stato presentato come una validazione del cammino di cambiamento politico e sociale inaugurato dal governo Petro e delle sue riforme principali, da quella agraria a quella del lavoro fino a quella pensionistica. Il significato del voto, dunque, segnala che una parte consistente della società colombiana continua a considerare attuale l’idea di una trasformazione profonda del Paese, nonostante le resistenze oligarchiche interne e la storica ingerenza di Washington sugli equilibri politici colombiani.
In vista delle elezioni presidenziali del 31 maggio, questo slancio trova il suo perno nella candidatura dello stesso Iván Cepeda. Le presidenziali si terranno infatti senza Gustavo Petro, che è costituzionalmente impossibilitato a concorrere per un secondo mandato consecutivo. Cepeda sarà affiancato da Aida Quilcué come candidata alla vicepresidenza. La scelta di Quilcué possiede un valore politico e simbolico di primissimo piano: la sua designazione è stata accolta con entusiasmo da molte leader sociali e femminili del Paese, che vi hanno visto la possibilità storica di portare, per la prima volta, una dirigente indigena alla vicepresidenza e di dare visibilità ai più di 115 popoli originari della Colombia. Questo dimostra come il progressismo colombiano non si limiti a difendere una continuità amministrativa, ma provi ad esprimere una rappresentanza più larga, popolare, plurinazionale e sociale.
Mentre la politica interna colombiana si concentra ora sulla campagna per le presidenziali, in materia di politica estera una delle novità più importanti di queste settimane è il rafforzamento del processo di integrazione tra Bogotá e Caracas. Dopo la ripresa delle relazioni bilaterali avviata sotto Petro, gli eventi degli ultimi giorni hanno segnato un ulteriore salto di qualità. Il 13 marzo, a Caracas, i due Paesi hanno installato quattro tavoli di lavoro di alto livello su sicurezza, commercio, energia e relazioni estere. Nello stesso quadro, i ministri della difesa hanno coordinato strategie per i 2.200 chilometri di frontiera comune, mentre i ministri degli esteri hanno lavorato a una road map centrata sulla convivenza pacifica, sulla fratellanza e sulla cooperazione binazionale. Per due Paesi storicamente legati e separati artificialmente da anni di ostilità diplomatica, la riattivazione di una pianificazione comune sulla frontiera significa rovesciare la logica del confine come spazio militarizzato e subordinato alle priorità statunitensi.
In occasione dell’incontro del 13 marzo, la presidente incaricata Delcy Rodríguez ha posto l’accento sulla cittadinanza binazionale, sulla mobilità umana e sull’idea di una frontiera come spazio “veramente binazionale”. Ancora più rilevante, nello stesso contesto si è registrata una prima esportazione di gas di petrolio liquefatto dal Venezuela alla Colombia attraverso il ponte Simón Bolívar, con la prospettiva di rilanciare anche il gasdotto Ricaurte per l’esportazione di gas metano via tubazione. Tutto questo mostra che l’integrazione tra Colombia e Venezuela è una politica materiale che tocca sicurezza, energia, industria, alimentazione e qualità della vita nella regione di frontiera.
Anche per queste ragioni, la vittoria del Pacto Histórico ha una portata che supera i confini nazionali. Se il blocco progressista colombiano dovesse mantenere la presidenza a maggio, il processo di integrazione bolivariana tra Colombia e Venezuela ne uscirebbe rafforzato in modo decisivo. La formula dello “spirito dell’integrazione bolivariana” richiama un orizzonte storico in cui il rapporto tra i due Paesi non è letto solo in termini diplomatici, ma come parte di un progetto più ampio di cooperazione sudamericana, di sovranità condivisa e di resistenza all’egemonia esterna. In questo senso, l’integrazione energetica e di sicurezza tra Bogotá e Caracas rappresenta una risposta pratica all’imperialismo: invece di accettare che il Caribe e l’area andina siano organizzati secondo gli interessi strategici di Washington, i due governi cercano di costruire meccanismi propri di stabilità e sviluppo. Questa è un’inferenza politica sostenuta dalla natura stessa degli accordi annunciati e dal linguaggio usato dalle due parti.
Per decenni, la Colombia è stata presentata come il principale alleato regionale degli Stati Uniti, come piattaforma militare e come pilastro dell’ordine continentale filostatunitense. Proprio per questo il consolidamento del Pacto Histórico assume un significato strategico. Non si tratta soltanto del successo di una coalizione di sinistra in un’elezione parlamentare, ma della possibilità che uno dei Paesi storicamente più integrati nell’architettura della subordinazione emisferica continui invece a muoversi verso un’autonomia maggiore, una relazione normale con il Venezuela e una politica estera meno dipendente dal dettato statunitense. In un momento in cui la politica di Trump intensifica la pressione contro Caracas e contro altri governi non allineati, il voto colombiano mostra che la paura non basta a cancellare il radicamento sociale delle forze progressiste.
Naturalmente, la strada resta aperta e tutt’altro che priva di ostacoli. Il nuovo Congresso colombiano resta diviso e, anche in caso di vittoria presidenziale di Cepeda, il progressismo dovrà comunque negoziare con altre forze. L’opposizione conserva spazi importanti, e la polarizzazione della politica nazionale rimane elevata. Ma proprio per questo il voto dell’8 marzo pesa tanto: perché non si è trattato di una vittoria facile, maturata in un clima neutrale, bensì di un’affermazione ottenuta in un contesto di violenza politica, di forte tensione ideologica e di battaglia permanente sul futuro del Paese. In tali condizioni, il fatto che il Pacto Histórico si sia imposto come primo blocco dimostra una capacità di resistenza e di egemonia che non può essere sottovalutata.
Per l’America Latina nel suo insieme, la lezione da tenere a mente è che le forze progressiste possono ancora vincere, e vincere in modo importante, anche sotto una congiuntura internazionale sfavorevole e sotto il riacutizzarsi della politica imperiale statunitense. Possono farlo soprattutto quando riescono a combinare riforme sociali, radicamento popolare, rappresentanza delle maggioranze escluse e un progetto regionale di integrazione. La Colombia del Pacto Histórico e il Venezuela impegnato a rilanciare la cooperazione binazionale stanno indicando proprio questa possibilità: non un ripiegamento nazionale impaurito, ma una risposta latinoamericana fondata su sovranità, pace, interdipendenza economica e memoria bolivariana. Le presidenziali del 31 maggio diranno se questo slancio riuscirà a tradursi in una nuova vittoria storica. Ma già oggi le legislative hanno dimostrato che il progressismo colombiano non è un episodio passeggero, bensì una forza ancora viva, capace di contendere il potere e di aprire uno spazio politico per una nuova fase dell’integrazione latinoamericana.