In questo articolo affronterò la guerra in Iran da una prospettiva non militare ma prevalentemente geopolitica ed economica. L'idea centrale che porterò avanti è che il conflitto non debba essere interpretato esclusivamente come un'operazione militare finalizzata a modificare gli equilibri politici del Medio Oriente, ma può essere inserito all'interno di una strategia economica più ampia. Infatti, alcuni degli effetti nefasti prodotti dalla guerra, in particolare quelli legati all'energia, ai fertilizzanti, alle valute e ai mercati finanziari, potrebbero avere come obiettivo finale la Cina. Si tratta, è importante sottolinearlo, di un'interpretazione e non di una verità dimostrata. La mia analisi nasce invece dal tentativo di collegare diversi elementi, apparentemente non connessi tra loro, e individuare una logica comune. Ovviamente non faccio analisi campate in aria ma principalmente mi appoggio alle analisi di vari analisti geopolitici, tra cui Alexander Mercuris e Raymond Perkons.
La guerra e lo Stretto di Hormuz
Il primo elemento che prenderò in considerazione è lo Stretto di Hormuz, uno dei principali passaggi strategici per il commercio mondiale di energia. Diversi think thank sostengono che, osservando la letteratura strategica precedente alla guerra, emerge una convinzione abbastanza diffusa, un'operazione militare finalizzata a un rapido cambio di regime in Iran sarebbe stata difficilmente realizzabile senza una significativa componente terrestre. Allo stesso tempo, secondo questa ricostruzione, era stata prevista la possibilità che un conflitto portasse alla chiusura dello Stretto di Hormuz. Da questa apparente contraddizione nasce la domanda fondamentale, se la vittoria militare e il cambio di regime erano considerati difficili, perché intraprendere comunque un'operazione che avrebbe potuto provocare la chiusura dello Stretto? Escluderei a priori la follia di Trump come spiegazione. La risposta ipotizzata è che proprio la crisi energetica potesse rappresentare uno degli obiettivi indiretti dell'operazione. Una riduzione del traffico attraverso Hormuz avrebbe infatti conseguenze sui prezzi dell'energia e, di conseguenza, sull'intera economia mondiale e grandemente sulla Cina.
Energia, fertilizzanti e crisi alimentare
La seconda parte dell'argomentazione riguarda il rapporto tra energia e agricoltura. Una crisi energetica può trasformarsi in una crisi dei fertilizzanti, con conseguenze successive sulla produzione alimentare. Il problema sarebbe particolarmente grave per quei Paesi che dipendono fortemente dalle importazioni di energia e fertilizzanti. Secondo vari analisti il momento più problematico si verifica quando la crisi energetica e quella dei fertilizzanti arrivano a produrre contemporaneamente i loro effetti sull'economia. Il risultato potrebbe essere uno shock composto, nel quale l'aumento del prezzo del carburante si combina con una riduzione della capacità produttiva agricola. L'India viene presentata come uno dei Paesi maggiormente esposti. Perkins e i suoi coautori individuano tre diversi livelli di vulnerabilità, il costo e la disponibilità dei fertilizzanti, la dipendenza dalle importazioni di petrolio e la pressione sulla valuta nazionale. L'aumento della spesa per le importazioni potrebbe infatti aumentare la pressione sulla rupia e rendere ancora più difficile la gestione della crisi. Il governo di Modi, per poter scongiurare una carestia, ha comprato sul libero mercato i fertilizzanti per gli agricoltori, scomputando la forte differenza e caricandola sulla fiscalità generale, con quello che di solito avviene sulla moneta nazionale. Anche il Brasile viene indicato come particolarmente vulnerabile a causa della sua esposizione al problema dei fertilizzanti. Questa parte del ragionamento è importante perché mostra come una crisi apparentemente regionale possa produrre conseguenze molto più vaste. L'energia non rappresenta infatti soltanto una questione economica, ma costituisce una componente fondamentale della produzione agricola, dell'industria e dei trasporti.
La Cina come principale obiettivo
Tuttavia, il principale obiettivo della strategia ipotizzata non sarebbe né l'India né il Brasile, bensì la Cina. La crisi, iniziata a maggio con il bombardamento dell’Iran, avrebbe tre obiettivi principali, esercitare pressione economica sulla Cina, indebolire la solidarietà all'interno dei BRICS e utilizzare la crisi come avvertimento per gli altri Paesi del Sud globale. L'obiettivo sarebbe quindi quello di estendere il contenimento della Cina dal piano militare e politico a quello economico. Parallelamente, la pressione sugli altri Paesi emergenti potrebbe costringerli a valutare con maggiore attenzione i vantaggi e i rischi di un avvicinamento ai BRICS rispetto alla permanenza nell'area economica dominata dal dollaro. La Cina presenta però una caratteristica particolare, rispetto ad altri grandi Paesi, è meno vulnerabile sul piano dei fertilizzanti. La vera debolezza cinese si trova piuttosto nella struttura industriale e finanziaria dell'economia del paese di mezzo.
La vulnerabilità dell'industria cinese
Una parte importante dell'economia cinese è costituita da un enorme settore manifatturiero composto da piccole e medie imprese. Secondo molti economisti, molte di queste aziende lavorano con margini ridotti e sono quindi particolarmente sensibili all'aumento dei costi delle materie prime e dell'energia. Interessante è fare riferimento alla pandemia che rappresenta un esempio significativo. In quel periodo l'aumento dei costi degli input avrebbe ridotto il valore aggiunto industriale cinese, mentre il governo sarebbe intervenuto attraverso misure fiscali e finanziarie, come il rinvio dei pagamenti e l'accesso a credito molto economico, per mantenere in vita il settore produttivo. La differenza fondamentale è rappresentata dalla durata dello shock. Una crisi temporanea può essere affrontata attraverso interventi pubblici destinati a creare un ponte verso il ritorno alla normalità. Una crisi che dovesse durare molti mesi o addirittura anni sarebbe invece molto più difficile da gestire. Ne deriverebbe un possibile dilemma per il governo cinese, da un lato sostenere le imprese attraverso politiche fiscali espansive, dall'altro difendere la stabilità della propria valuta attraverso politiche monetarie più restrittive.
Il problema dello yuan
È proprio il sistema valutario a costituire la seconda grande vulnerabilità cinese. La Cina ha sviluppato sistemi di pagamento internazionali basati sullo yuan, ma questi sistemi continuano a essere inseriti in un'architettura finanziaria globale fortemente dominata dal dollaro. Il problema nasce dal cosiddetto yuan offshore, cioè dalla parte della valuta cinese che viene scambiata al di fuori del controllo diretto delle autorità cinesi. Di questo ne ho già parlato in un precedente articolo. Se il prezzo del petrolio aumentasse significativamente, la Cina dovrebbe utilizzare quantità crescenti di yuan per acquistare energia. Una maggiore quantità di valuta potrebbe quindi essere immessa sui mercati internazionali, aumentando la pressione sul suo valore. A quel punto Pechino avrebbe diverse possibilità, intervenire sul mercato riacquistando la propria valuta oppure aumentare i tassi di interesse per renderla più attraente. Ma entrambe le soluzioni presenterebbero dei costi. Un aumento significativo dei tassi potrebbe infatti rendere più difficile sostenere le piccole e medie imprese proprio nel momento in cui queste avrebbero maggiore bisogno di sostegno. Questa contraddizione costituisce il cuore della strategia che i principali commentatori definiscono una “trappola”. La pressione sulla valuta potrebbe quindi costringere la Cina a scegliere tra la stabilità finanziaria e il sostegno alla propria economia produttiva.
La guerra commerciale come possibile test
Un altro elemento del dialogo riguarda la guerra commerciale e tariffaria tra Stati Uniti e Cina. Molti hanno inizialmente considerato le politiche tariffarie americane come relativamente improvvisate. Successivamente, osservando l'evoluzione degli eventi, il giudizio è mutato, considerandolo come un possibile strumento di analisi delle vulnerabilità cinesi. In questa interpretazione, i dazi avrebbero permesso agli Stati Uniti di osservare le reazioni della Cina e di individuare le possibili forme di ritorsione. La guerra commerciale sarebbe quindi stata anche una sorta di “test”, utile a comprendere come il sistema economico cinese avrebbe reagito a diversi tipi di pressione. Questa interpretazione modifica radicalmente il modo di leggere le politiche tariffarie, ciò che può apparire come improvvisazione potrebbe essere parte di una strategia più a lungo termine.
Il precedente storico del Plaza Accord
Per comprendere l'obiettivo finale della strategia ipotizzata si richiama l’acordo del Plaza del 1985. Appare sempre più chiaro che gli Stati Uniti vogliano riprodurre esattamente quell'accordo e un risultato funzionalmente simile. Nel caso del Giappone, la rivalutazione della valuta mise sotto pressione il settore delle esportazioni giapponesi in USA. Il governo giapponese reagì con una forte espansione monetaria, contribuendo alla formazione di bolle finanziarie e immobiliari. Successivamente l'aumento dei tassi contribuì allo scoppio di queste bolle e alla lunga fase di deflazione giapponese. Questo è il sogno americano sulla Cina. L'analogia proposta è quindi quella di una strategia finalizzata non alla distruzione della Cina, ma al suo rallentamento. L'obiettivo sarebbe creare una pressione economica sufficiente a modificare alcune scelte della Cina e a limitarne temporaneamente, quantomeno, la capacità di espansione.
I BRICS e la difficoltà di costruire un'alternativa al dollaro
Un elemento particolarmente interessante degli effetti della strategia americana riguarda il ruolo dei BRICS. Durante la presidenza russa sono stati compiuti importanti passi avanti nella costruzione di un sistema finanziario alternativo, grande è stato il lavoro degli sherpa e dei diplomatici russi, ma il processo avrebbe successivamente perso slancio durante le presidenze brasiliana e indiana. L'interpretazione proposta è che i Paesi coinvolti possano aver subito pressioni statunitensi. In particolare, la possibilità di creare un'infrastruttura finanziaria indipendente dal dollaro avrebbe fornito alla Cina maggiori strumenti per affrontare una crisi come l’odierna. In questo senso, il problema non sarebbe soltanto economico, ma anche geopolitico. La costruzione di un sistema alternativo al dollaro ridurrebbe infatti la capacità degli Stati Uniti di esercitare pressione attraverso il sistema finanziario internazionale. Questo secondo Washington non deve mai accadere.
La preparazione della Cina
Nonostante queste vulnerabilità la Cina non è rimasta passiva. Il governo cinese si preparerebbe da almeno dieci anni, e probabilmente da più tempo, alla possibilità di una guerra economica. Gli investimenti sulle energie rinnovabili, nei veicoli elettrici e nelle infrastrutture energetiche vengono interpretati come parte di una strategia volta a rendere l'economia più resistente agli shock esterni. Parallelamente, la Cina avrebbe lavorato sul proprio sistema finanziario attraverso accordi di swap valutario e altre misure destinate a ridurre la propria esposizione al dollaro. Questa preparazione sarebbe particolarmente significativa perché dimostrerebbe che Pechino considera da tempo la possibilità di uno scontro economico con gli Stati Uniti. La Cina cercherebbe quindi di costruire “cuscinetti” in diversi settori dell'economia per limitare gli effetti di eventuali crisi.
Una strategia rischiosa anche per l'Occidente
Il punto più problematico dell'intera teoria riguarda però le conseguenze per gli stessi Paesi occidentali. Gli Stati Uniti stanno utilizzando la crisi energetica e alimentare come strumento di pressione sulla Cina, ma ciò potrebbe rivelarsi estremamente rischioso anche per gli Stati Uniti e per l'Europa. Un aumento significativo dei prezzi dell'energia e degli alimenti non rimarrebbe necessariamente confinato al Paese considerato come bersaglio. Potrebbe invece produrre inflazione, difficoltà produttive e instabilità economica anche nelle economie occidentali. Non è prudente che il segretario del tesoro americano, Scott Bessent, utilizzi strumenti tipici della speculazione finanziaria per esercitare pressione su una potenza economica delle dimensioni della Cina. Nessuno ad oggi ha saputo dare una risposta esaustiva. Proprio questa incertezza rende la strategia ipotizzata particolarmente rischiosa.
Conclusione
Il conflitto con l’Iran potrebbe essere inserito in una più ampia strategia di pressione economica sulla Cina, basata sulla combinazione di crisi energetica, difficoltà nel settore dei fertilizzanti, pressione valutaria e indebolimento delle alternative al sistema finanziario dominato dal dollaro. Il punto centrale della teoria è rappresentato dalla possibilità di creare una situazione nella quale la Cina si trovi davanti a un difficile compromesso: sostenere la propria industria oppure difendere la propria valuta. In entrambi i casi il costo economico potrebbe essere significativo. Allo stesso tempo, la teoria evidenzia una contraddizione fondamentale, una crisi globale utilizzata come strumento geopolitico può facilmente produrre conseguenze anche per chi l'ha provocata o alimentata. Stati Uniti ed Europa potrebbero infatti subire gli stessi shock energetici e alimentari destinati a mettere sotto pressione altri Paesi. Questa chiave di lettura alternativa degli eventi internazionali mostra quanto siano strettamente collegati guerra, energia, finanza, valute e rapporti di potere. Ribadisco che la competizione tra grandi potenze non si svolge più soltanto attraverso gli strumenti militari tradizionali, ma anche attraverso il commercio, le valute, i mercati finanziari e il controllo delle risorse energetiche. In questa prospettiva, la vera posta in gioco non riguarda soltanto l'esito della guerra in Iran, ma il possibile futuro dell'intero sistema economico e geopolitico internazionale.