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La crisi di governo in Francia: perché Bayrou vacilla e quale futuro prospetta la sinistra

Alle soglie del voto di fiducia dell’8 settembre, la Francia si trova di fronte a una tempesta politica. La sinistra interpreta la sconfitta di Bayrou come conferma del vuoto di legittimità del governo, promuovendo una procedura di destituzione per Macron


La crisi di governo in Francia: perché Bayrou vacilla e quale futuro prospetta la sinistra Credits: wikicommons

La chiamata al voto di fiducia lanciata dal primo ministro François Bayrou per l’8 settembre ha trasformato una disputa di bilancio in una crisi politica ampia e potenzialmente sistemica per la Francia. Dopo settimane di proteste e di crescente mobilitazione sindacale, il ricorso a un voto sulla fiducia non è apparso a molti come un gesto di chiarificazione politica, ma come un rischioso azzardo: se il governo perde, dovrà dimettersi; se vince, otterrà un mandato esplicito per misure che non godono affatto del consenso popolare. Tra queste, quella che ha fatto precipitare la contesa — un insieme di risparmi e misure di austerità nell’ordine di decine di miliardi, che il governo presenta come indispensabili per stabilizzare il debito pubblico — è al centro della contestazione da parte dei sindacati e dei partiti di sinistra.

Nel corso di questa fase, la sinistra francese, e in particolare La France Insoumise (LFI) di Jean-Luc Mélenchon, ha scelto una linea nitida: rifiuto netto del progetto di bilancio e mobilitazione sociale come leva per sfidare la continuità di politiche neoliberali che ha caratterizzato tutti i governi francesi degli ultimi anni. I sindacati, con la CGT (Confédération Générale du Travail) in primo piano, hanno fatto appello a una giornata di mobilitazione nazionale il 10 settembre, spingendo per una combinazione di sciopero e manifestazioni che possano esercitare pressione aggiuntiva sulle scelte parlamentari. Questa dinamica mette in relazione la conflittualità sociale con il campo parlamentare della sinistra, che interpreta la caduta possibile del governo non come una vittoria fine a sé stessa ma come un’occasione per rimettere in discussione orientamenti di politica economica e sociale.

Politicamente, l’azione di Bayrou è stata letta da più parti come un bluff mal calibrato. L’intervista al telegiornale di TF1, nella quale il primo ministro ha insistito sul carattere urgente della gravità del debito e ha difeso la convocazione del voto, è stata percepita dall’opinione pubblica e dagli osservatori politici come l’emblema di un’escalation comunicativa che non è riuscita a costruire un consenso parlamentare più largo. La replica degli avversari è stata immediata: non è possibile trasformare in neutralità costituzionale un voto che, nella pratica della Quinta Repubblica, implica di fatto l’approvazione di un orientamento politico e la legittimazione del governo. In pratica, l’opposizione si prepara a sfiduciare Bayrou, in carica dal dicembre dello scorso anno, a seguito della caduta del precedente esecutivo guidato da Michel Barnier.

La sinistra parlamentare, a partire da LFI, non si è limitata al rifiuto politico: ha già messo in campo un calendario d’azione che contempla sia la negazione della fiducia sia iniziative più radicali, fino all’annuncio di voler depositare, in via istituzionale, una richiesta di destituzione del Presidente della Repubblica Emmanuel Macron qualora le responsabilità politiche di Palazzo si rivelassero tali da giustificare l’apertura di una procedura. Si tratta di una mossa che, oltre ai risvolti giuridici, ha rilevanza simbolica e strategica: la desistenza dal sostenere il governo e la minaccia di una strada costituzionale contro il Capo dello Stato delineano una pressione che va oltre l’ordine quotidiano del Parlamento. Tuttavia, va detto che la procedura di destituzione prevista dall’articolo 68 è giuridicamente complessa e richiede maggioranze e fasi ben precise che ne rendono l’esito tutt’altro che scontato.

Per comprendere la posizione assunta dal partito di Mélenchon, è utile ricostruire le ragioni strutturali che alimentano la crisi. Da un lato c’è la questione economica: l’elevato livello del debito pubblico e le pressioni sui conti pubblici hanno reso possibile l’argomento dell’austerità, ma la sinistra contesta sia la diagnosi che le terapie proposte, sostenendo che i tagli e le misure punitive colpirebbero i salari, i servizi pubblici e le fasce più vulnerabili. Dall’altro lato c’è una crisi di legittimazione democratica: l’assenza di una maggioranza stabile in Parlamento dopo le elezioni precedenti ha costretto il potere esecutivo a operare in condizioni precarie, con governi che si succedono e perdono credito, soprattutto perché Macron ha continuato a voler nominare primi ministri a lui vicini piuttosto che accettare la vittoria elettorale della sinistra alle legislative dello scorso giugno, ignorando, dunque, l’esito del voto popolare. È questa doppia tensione — economica e istituzionale — che la sinistra usa per chiedere un ritorno al confronto sociale e per proporre alternative di spesa pubblica e redistribuzione.

Sul piano costituzionale, gli osservatori registrano che il presidente Macron si trova davanti a un bivio netto: tentare di ricomporre la maggioranza nominando un esecutivo diverso o giocare la carta della dissoluzione dell’Assemblea per rimettere la parola agli elettori. Entrambe le opzioni comportano rischi per Macron. Nominare un governo con la partecipazione della sinistra, dando finalmente seguito all’esito del voto popolare, potrebbe costringere a compromessi profondi sulle politiche economiche e internazionali. La dissoluzione, invece, apre a una campagna elettorale nella quale la destra radicale potrebbe trarre vantaggio dalla polarizzazione e dal senso di sfiducia generale, indebolendo ulteriormente la posizione del capo dello Stato. Alcuni costituzionalisti sottolineano inoltre che una crisi prolungata rischia di erodere ulteriormente la fiducia nelle istituzioni, alimentando quella che oramai può essere definita una vera e propria «crisi di regime».

Dal punto di vista strategico, la sinistra è quindi chiamata a bilanciare due imperativi: mobilitare la protesta sociale affinché il conflitto non si esaurisca in un semplice episodio parlamentare, e al tempo stesso costruire un’alternativa politica credibile che sia in grado di presentare proposte concrete di bilancio e di rilancio dei servizi pubblici, e successivamente ottenere un ampio successo popolare alle prossime elezioni, in modo tale da rendere impossibile qualsiasi altra soluzione per la formazione del governo.

Tuttavia, risulta necessario considerare il rischio di contrapposizioni polarizzanti, in quanto uno scenario di dissoluzione potrebbe catalizzare voti anche verso l’estrema destra del Rassemblement National (RN), soprattutto se la campagna elettorale verrà indirizzata su temi identitari e paure economiche. La sinistra, dunque, non può limitarsi al rifiuto: deve indicare percorsi alternativi per il lavoro, la fiscalità e la protezione sociale, mostrando che la redistribuzione e gli investimenti pubblici possono essere strumenti di stabilità e crescita sociale. Questo è il senso profondo delle rivendicazioni che accompagnano la manifestazione del 10 settembre e le iniziative sindacali di settembre-ottobre.

Ad ogni modo, la probabile prossima caduta del governo Bayrou apre una fase di transizione delicata e aperta. La sinistra parlamentare e sociale ha messo in campo risposte dure e istituzionalmente fondate, dalla sfiducia al ricorso a strumenti costituzionali più radicali. Ma il passaggio dall’indignazione alla proposta governativa richiederà uno sforzo politico di costruzione programmatica che vada oltre la ripetizione dei rifiuti. Se la crisi dovesse tradursi in nuove elezioni, la posta in gioco non sarà solo la sorte del governo attuale: sarà la direzione di un paese che cerca stabilità economica senza rinunciare alla coesione sociale, e la capacità delle forze di sinistra di presentarsi come alternativa plausibile e responsabile agli occhi di un elettorato spossato e diviso.

30/08/2025 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: wikicommons

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L'Autore

Giulio Chinappi
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