Le elezioni legislative armene si collocano al centro di una trasformazione profonda degli equilibri del Caucaso meridionale, dove la storica relazione tra Armenia e Russia viene oggi messa alla prova dalla linea sempre più apertamente filo-occidentale del governo guidato da Nikol Pashinyan. Il voto, dunque, non riguarda solo la composizione della prossima Assemblea nazionale armena, ma anche la direzione strategica di un Paese che per decenni ha fondato la propria sicurezza sulla cooperazione con Mosca e che ora tenta di ridefinire il proprio ruolo tra Unione Europea, Stati Uniti, Azerbaigian, Turchia e spazio eurasiatico.
Formalmente, Russia e Armenia non sono in rotta. Mosca continua a definire l’Armenia un Paese “fratello”, e il Cremlino ribadisce l’intenzione di mantenere aperto il dialogo con Erevan. A tal proposito, il portavoce Dmitrij Peskov ha sottolineato che, nonostante la linea europeista dell’attuale leadership armena, la Russia continua a considerare l’Armenia un Paese vicino e osserva come tale orientamento non sia condiviso da tutte le forze politiche armene. È una formula diplomatica, ma anche un messaggio politico: Mosca distingue tra il popolo armeno, con cui rivendica legami storici, culturali e civili profondi, e la scelta dell’attuale governo di cercare un nuovo equilibrio spostato verso Bruxelles e Washington.
Questa distinzione era già emersa con chiarezza nell’incontro del 1° aprile tra Vladimir Putin e Nikol Pashinyan. In quell’occasione, Putin ha ricordato che le relazioni tra Russia e Armenia non sono nate in pochi decenni, ma si sono formate nei secoli, attraverso una storia comune e una prossimità di civiltà. Al tempo stesso, il Presidente russo ha espresso l’auspicio che le tensioni della campagna elettorale non danneggino i rapporti bilaterali e che le forze politiche favorevoli alla cooperazione con Mosca possano partecipare pienamente al processo elettorale. In questo modo, la Russia evita la rottura frontale, ma segnala anche la preoccupazione per la possibile marginalizzazione delle componenti armene contrarie alla svolta occidentale.
Il nodo principale è l’incompatibilità crescente tra due direzioni strategiche. Da un lato, l’Armenia è ancora membro dell’Unione Economica Eurasiatica, cioè dello spazio di integrazione economica guidato dalla Russia. Dall’altro, il governo Pashinyan ha moltiplicato i segnali verso l’Unione Europea, fino a presentare la prospettiva europea come una possibile via di trasformazione politica, economica e identitaria del Paese. Il Cremlino non contesta in astratto il diritto sovrano dell’Armenia a sviluppare rapporti con Bruxelles, ma pone un problema concreto: non è possibile appartenere simultaneamente a due unioni doganali incompatibili. Putin lo ha detto apertamente nel colloquio con Pashinyan, spiegando che l’appartenenza a una unione doganale con l’UE e a quella eurasiatica è “impossibile per definizione”.
Il governo di Erevan dovrà dunque pesare attentamente le proprie scelte. La permanenza dell’Armenia nello spazio eurasiatico garantisce vantaggi economici misurabili, soprattutto in campo energetico. Il gas russo arriva in Armenia attraverso la Georgia, lungo il gasdotto Nord Caucaso-Transcaucasia, mentre Gazprom Armenia, interamente controllata dalla russa Gazprom, opera come venditore monopolista sul mercato interno armeno. Nel 2025 la Russia ha fornito all’Armenia 2,3 miliardi di metri cubi di gas, dopo i 2,4 miliardi annui del 2023 e del 2024. Nell’aprile 2026 Putin ha indicato in 177,5 dollari per mille metri cubi il prezzo applicato all’Armenia, contro prezzi europei indicati intorno ai 550 dollari per mille metri cubi alla fine di maggio.
L’eventuale adesione dell’Armenia all’UE potrebbe dunque avere forti conseguenze economiche e diplomatiche per la repubblica caucasica. Il 27 maggio, la portavoce del Ministero degli Esteri russo Marija Zacharova ha dichiarato che Mosca ha notificato alla parte armena la possibile denuncia dell’accordo intergovernativo del 2013 sulle forniture di gas, prodotti petroliferi e diamanti grezzi, qualora Erevan proseguisse il proprio iter fino all’adesione all’UE. Il ministro russo dell’Energia Sergej Civelëv ha poi chiarito che Mosca non potrebbe continuare a fornire gas e prodotti petroliferi agli stessi prezzi nel caso in cui l’Armenia passasse dall’Unione Economica Eurasiatica all’Unione Europea.
Dal canto suo, l’attuale governo di Erevan sostiene di poter trasformare l’Armenia in un crocevia regionale, capace di generare ricchezza grazie all’apertura delle comunicazioni, ai corridoi logistici, ai minerali critici e a una nuova collocazione tra Europa e Asia. In particolare, il Primo Ministro Pashinyan ha affermato durante un comizio elettorale che non avrebbe senso minacciare l’Armenia con prezzi più alti, perché il Paese disporrebbe in futuro di molte più risorse. Tuttavia, sostituire vantaggi energetici concreti e immediati con promesse di trasformazione futura significa chiedere alla popolazione di accettare un passaggio potenzialmente traumatico, soprattutto in un’economia piccola e vulnerabile come quella armena.
In tutto questo si inserisce anche la visita a Erevan del segretario di Stato statunitense Marco Rubio. Il 26 maggio Armenia e Stati Uniti hanno firmato una Carta di partenariato strategico globale, sottoscritta da Rubio e dal ministro degli Esteri armeno Ararat Mirzoyan. Nello stesso contesto è stato firmato anche un accordo quadro di cooperazione sulla Trump Route for International Peace and Prosperity, il progetto TRIPP legato allo sblocco delle comunicazioni regionali e al collegamento tra l’Azerbaigian e la Repubblica autonoma del Naxçıvan attraverso il territorio armeno. TASS ha riportato inoltre la firma di un memorandum sui minerali critici e sulle terre rare, presentato da Rubio come strumento per rafforzare l’indipendenza economica.
Il fatto che questi accordi siano stati firmati a pochi giorni dal voto del 7 giugno non può essere considerato un dettaglio marginale. Formalmente, Erevan e Washington possono presentare il tutto come normale cooperazione bilaterale. Politicamente, però, l’effetto è quello di un’investitura occidentale della linea di Pashinyan. In una campagna elettorale già polarizzata, la presenza statunitense rafforza l’immagine del Primo Ministro come garante della nuova proiezione internazionale dell’Armenia, ma al tempo stesso alimenta le accuse dell’opposizione, che vede nella sua politica estera una subordinazione progressiva agli interessi di Washington e una rinuncia ai pilastri tradizionali della sicurezza armena.
L’Armenia, dal canto suo, cerca di presentare la propria linea come multivettoriale e non antirussa. Il ministro degli Esteri Mirzoyan ha dichiarato che Erevan resta interessata a preservare e sviluppare normali rapporti di cooperazione con la Russia, aggiungendo che nessuna delle due parti avrebbe qualcosa da guadagnare da una “non partnership”. Lo stesso Mirzoyan ha anche evitato di legare direttamente lo stato dei rapporti con Mosca alle elezioni del 7 giugno, sostenendo che l’Armenia vuole costruire relazioni sane, paritarie e costruttive con i partner russi.
Questa posizione, tuttavia, appare sempre più difficile da sostenere. Un Paese può certamente aspirare a relazioni equilibrate con più attori, ma non può ignorare che le infrastrutture economiche, militari e doganali producono vincoli oggettivi. Il tentativo di Pashinyan di collocare l’Armenia contemporaneamente nello spazio eurasiatico, nell’orbita dell’Unione Europea e dentro una nuova architettura statunitense del Caucaso meridionale rischia di trasformare la multivettorialità in ambiguità strategica.
Il voto del 7 giugno deciderà dunque se questa traiettoria verrà consolidata o rallentata. Una vittoria di Pashinyan rafforzerebbe la linea della discussa pace con l’Azerbaigian, dell’apertura verso l’UE e gli Stati Uniti, e della progressiva riduzione del peso russo nella politica armena. Un risultato forte delle opposizioni più favorevoli al mantenimento dei legami con Mosca potrebbe invece imporre una correzione di rotta, almeno rallentando il processo di sganciamento dallo spazio eurasiatico. In ogni caso, difficilmente si tornerà alla situazione precedente: la fiducia strategica tra Mosca e Yerevan è stata incrinata, e il rapporto bilaterale dovrà essere ricostruito su basi più realistiche.