I lavoratori salariati, essendo stati privati dei mezzi di produzione e di riproduzione della propria forza lavoro, sono costretti a svenderla, nel più breve tempo possibile. Se riescono ad alienarla, non dispongono più del suo uso e consumo che appartiene in tutto e per tutto a chi, avendola acquistata, ne è divenuto padrone. Quest’ultimo la utilizzerà come meglio crede e per il tempo massimo utile a rendere il più profittevole possibile il suo investimento. Perciò, se i lavoratori salariati non si uniscono per difendere i loro interessi sono inevitabilmente ridotti alla “plebe sempre all’opra china”. Per questo è di fondamentale importanza che tutti gli sfruttati, categoria che ricomprende in sé i lavoratori salariati, si uniscano il più possibile per far valere i propri interessi. In caso contrario, sarà sempre il padrone ad avere il coltello dalla parte del manico, in quanto non ha bisogno di acquistare la forza lavoro del singolo lavoratore, avendo altri individui altrettanto interessati a venderla il prima possibile. Ciò permette allo sfruttatore di poter contrattare sempre il prezzo a lui più favorevole, in particolare se la trattativa non è collettiva. Anche perché il lavoratore deve vendere il prima possibile, per poter riprodurre sé e il suo nucleo familiare, mentre il capitalista può scegliere sempre l’offerta a lui più vantaggiosa. Inoltre, dovendo alienare la propria forza lavoro ne diviene padrone chi l’acquista. Per cui se il singolo non si sottomette, può facilmente essere sostituito da un disoccupato, che pur di poter avere uno stipendio non farà resistenza. Ne deriva la necessità assoluta per gli sfruttati di raggiungere un livello di unità a tal punto superiore a quello dei padroni, da poter far valere anche i propri interessi, fissando, ad esempio, un prezzo minimo di vendita della forza lavoro, connesso a un tempo di lavoro limitato per legge, stabilendo attraverso quest’ultima anche le mansioni di ogni lavoratore che ha alienato la propria capacità di lavoro. Si tratta di una esigenza così imprescindibile per ogni lavoratore salariato, che già oltre centosessanta anni fa era sorta una prima Internazionale funzionale a unire tutti gli oppressi e gli sfruttati, a partire dai lavoratori salariati.
Nonostante che l’Internazionale diventasse subito il peggior incubo di sfruttatori e oppressori, ai giorni d’oggi non ne parla quasi più nessuno, nemmeno quelli oppressi e sfruttati che ne avrebbero un assoluto bisogno. Del resto tale unità non si riesce a conseguire neanche sul piano continentale e anche a livello nazionale, in particolare nel nostro paese, appare oggi una chimera. A livello continentale l’Unione europea ha imposto un’economia di guerra, funzionale a costringere i propri lavoratori sfruttati a fare la guerra ai proletari della Federazione russa.
Anche sul piano nazionale non solo le lotte tendono a dispiegarsi quasi sempre in ordine sparso, ma persino chi mira a organizzare uno sciopero generale sembra, in particolare nel nostro paese, preoccuparsi di tutto meno che esso sia unitario. Il che è veramente un paradosso perché uno sciopero generale che si disinteressa dell’unità degli interessati a partecipare non può che essere fallimentare. Tanto che nel nostro paese si tende sempre di più a indire uno sciopero generale, anche quando non si è in grado di farlo riuscire in quasi nessun settore, e con delle parole d’ordine così ampie e massimaliste che non hanno nessuna possibilità di essere imposte dalla mobilitazione messa in campo. Per cui gli scioperi finiscono per apparire sempre più velleitari ai diretti interessati, i lavoratori salariati, che sempre più spesso si domandano se ha senso rinunciare a una parte di uno stipendio già ridotto al minimo indispensabile per riprodurre in media la forza lavoro, per delle mobilitazioni tutt’al più di testimonianza, generalmente dell’organizzazione che lo ha indetto.
In tal modo, i lavoratori salariati non potranno mai apprendere che la lotta di classe è il solo motore della storia e che solo una lotta efficace e ben organizzata paga. Per cui sempre più spesso la minoranza progressivamente ridotta che partecipa a scioperi sempre meno capaci di praticare i propri obiettivi lo fa per pura esasperazione o a beneficio della propria coscienza. Quasi nessuno sciopera perché ritiene che la lotta proposta possa realmente conseguire gli obiettivi per cui è stata indetta. Particolarmente assurde divengono le diatribe fra gli organizzatori dei diversi scioperi generali, per cui sarebbe impossibile farli convergere in quanto sono indetti con obiettivi diversi, dal momento che in realtà nessuno calibra la forma di lotta sugli obiettivi da raggiungere, sia nel caso che siano troppo alti, sia nel caso che siano troppo limitati.
A livello internazionale e continentale il problema di fondo è che persino la maggioranza degli oppressi e sfruttati ha introiettato la prospettiva del proprio nemico di classe, per cui si perde di vista l’essenziale internazionalismo e si ragiona in termini puramente nazionalistici.
Per cui al massimo si realizzano scioperi e ancora più raramente lotte che unificano esclusivamente i lavoratori delle nazioni fra di loro alleate. Persino quando si provano a organizzare manifestazione dei lavoratori salariati di paesi alleati, ad esempio nell’Unione europea, queste ultime sono per lo più di testimonianza, in quanto nessuno fra gli organizzatori crede realmente che con la lotta comune si possa ottenere qualcosa di realmente concreto e significativo.
Anche sul piano nazionale, in special modo in Italia, gli oppressi e sfruttati finiscono con il farsi egemonizzare dalla propria organizzazione più o meno sindacale di riferimento, per cui come quest’ultima si decide a mobilitarsi proprio per testimoniare la propria esistenza e capacità di mobilitazione, così una parte consistente di chi aderisce a uno sciopero generale, piuttosto che ad altri, dipende essenzialmente dal fatto che è stato organizzato dal proprio sindacato di riferimento.
Da questo punto di vista nel nostro paese si assiste all’assurdo proliferare di sigle sindacali, tanto che ogni formazione politica tende a dar vita o a scegliere un proprio sindacato di riferimento. In tal modo sempre più spesso i sindacati aderiscono o meno a uno sciopero per motivi puramente politicisti, per cui quando si presume di avere un governo amico, si tende ad accettare qualsiasi cosa, mentre se l’esecutivo è controllato dagli avversari del proprio partito di riferimento, si organizzano scioperi di principio.
In tale sconsolato panorama diviene sempre più indispensabile lo sviluppo fra i lavoratori della prospettiva dell’autoconvocazione, per cui i diretti interessati autonomamente dal basso decidono di far convergere le forze, a prescindere dall’organizzazione sindacale di appartenenza o di riferimento, con il solo fine di rendere efficaci le mobilitazioni.
Nei rari casi in cui tale processo si realizza spontaneamente, dal basso, i risultati sono eccellenti, decisamente superiori alle più rosse aspettative di chi aveva indetto quella mobilitazione. Così, ad esempio, nell’autunno del 2025 ben due scioperi generali lanciati da una sola organizzazione non particolarmente rappresentativa, su questioni internazionaliste, hanno visto la partecipazione spontanea di decine di migliaia di lavoratori che, nella stragrande maggioranza dei casi, non facevano nemmeno caso a chi lo aveva promosso.
Purtroppo mancando una direzione consapevole questa eccezionale mobilitazione spontaneamente unitaria dal basso è andata completamente sprecata, perché nelle occasioni immediatamente successive le organizzazioni sindacali hanno ripreso a organizzare scioperi anche generali in ordine sparso.
Perciò, resta essenziale battersi all’interno del sindacato, in modo organizzato, affinché si promuovano mobilitazioni e lotte sempre il più possibile unitarie.
Al contempo nei posti di lavoro è indispensabile organizzare delle mobilitazioni e dei conflitti sociali organizzandosi a prescindere dalle organizzazioni sindacali o meno di appartenenza. In tale modo, con la presenza di diverse realtà che sperimentano in modo pratico l’esigenza di operare unitariamente, si potrà poi fare delle adeguate pressioni da dentro e da fuori le diverse organizzazioni sindacali affinché si muovano collettivamente.
Per far degli esempi concreti di lotte autoconvocate sorte dal basso negli ultimi anni, che hanno ottenuto straordinari risultati, anche perché sono state capaci, quando ce n'è stato bisogno, di spingere i sindacati a mobilitarsi collettivamente, si sono avute nelle scuole statali, uno dei posti di lavoro con il maggior numero di dipendenti.
Nel primo caso nei terribili anni del governo Monti – in cui sotto il ricatto dello spread sembrava impossibile resistere agli attacchi alle condizioni dei lavoratori, anche perché pressoché tutte le forze parlamentari e, di conseguenza, la grande maggioranza delle organizzazioni sindacali si dimostravano allineate – un movimento spontaneo di lavoratori autoconvocati ha costretto il governo a fare immediatamente retromarcia rispetto alla sua proposta di aumentare la giornata lavorativa, dinanzi a una imponente mobilitazione trasversale alle sigle sindacali.
Nel secondo caso dinanzi alla controriforma della scuola del governo Renzi – che dopo la netta affermazione alle europee sembrava invincibile – ancora una mobilitazione dal basso, autoconvocata dei lavoratori ha imposto ai sindacati, fino a quel momento sempre divisi, di battersi insieme. Si è così creato un eccezionale movimento che ha bruciato definitivamente le aspirazioni di Renzi alla leadership del paese.