In quello che si preannuncia come un autunno incandescente – fra guerre, carovita e riarmo, a cui rispondono le lotte operaie, studentesche e dei giovani delle periferie – in Italia i sindacati si erano presentati, ancora una volta, con l’idea di proclamare scioperi generali separati. Roba da matti.
Questo certifica un profondo divario tra gli interessi materiali delle classi subalterne, orientati al miglioramento concreto delle proprie condizioni di vita e di lavoro, e quelli che guidano l’azione dei gruppi dirigenti delle organizzazioni sindacali. Mentre i primi dovrebbero costituire il fondamento e la ragion d’essere dell’azione sindacale, i secondi risultano spesso subordinati a logiche politiciste, opportunistiche e autoreferenziali, che finiscono per anteporre le strategie di posizionamento politico alla difesa effettiva degli interessi dei lavoratori.
In questo quadro, una parte significativa dei gruppi dirigenti sindacali tende a concepire la propria azione non tanto a partire dai bisogni e dalle rivendicazioni delle classi sfruttate, quanto in funzione degli equilibri politici, delle alleanze e delle convenienze della forza politica di riferimento. Il sindacato rischia così di perdere la propria autonomia, trasformandosi in un’appendice della parte politica che ne esercita l’egemonia e subordinando la propria iniziativa alle priorità di quest’ultima.
Questa distorsione investe direttamente anche lo strumento dello sciopero. Anziché essere concepito come un mezzo di lotta attraverso cui ricomporre gli interessi comuni dei lavoratori e rafforzare l’unità della classe sfruttata, lo sciopero viene spesso proclamato, rinviato o circoscritto sulla base di valutazioni legate agli equilibri interni alle organizzazioni sindacali o alle esigenze della loro area politica di riferimento. Se prevalesse una prospettiva realmente orientata agli interessi generali delle classi subalterne, l’iniziativa sindacale tenderebbe invece a superare le divisioni organizzative e politiche, individuando obiettivi comuni e creando le condizioni per una mobilitazione unitaria.
Si tratta di un classico esempio del modello di egemonia borghese: il controllo diretto o indiretto dei gruppi dirigenti delle principali organizzazioni di massa, finalizzato a sterilizzare ogni tentativo di emancipazione che, superando la sfera della mera persuasione morale, si proietti in quella della contrapposizione e della lotta.
Se, da un lato, le grandi organizzazioni sindacali di massa sono una componente essenziale della lotta economica, senza la quale la massa dei lavoratori sarebbe debole e terribilmente dispersa, come un esercito senza comandi, senza logistica e disperso sul territorio dall’altro presentano una contraddizione intrinseca visto che nel processo di egemonia, esse diventano un terreno di conquista della borghesia, che ne sterilizza di fatto la funzione.
Ciò è particolarmente evidente in questa lunga fase di «concertazione» o, più in generale, di passivizzazione, nella quale i sindacati, non potendo più ottenere nulla attraverso la persuasione morale, sono divenuti sostanzialmente centri che offrono servizi di supporto giuridico-finanziario ai propri iscritti.
Con l’acuirsi della crisi del modello sindacale che, per brevità, definiamo «concertativo», si sviluppano due fenomeni contrapposti: una parte dei lavoratori, spesso quella meno cosciente, abbandona il sindacato, mentre un’altra parte, minoritaria ma più cosciente, tende a sviluppare forme di autoconvocazione che puntano a rilanciare il sindacato sul piano della combattività.
Si tratta di un fenomeno non nuovo e destinato a caratterizzare sempre più questa fase morbosa della crisi capitalistica, nella quale il vecchio modello di egemonia borghese tende a sgretolarsi e, contestualmente, a ricomporsi un nuovo blocco storico. L’autoconvocazione degli iscritti ai diversi sindacati o, come si vede in questi giorni, persino di piccoli imprenditori che non rispondono più ai comandi delle rispettive associazioni di categoria, rappresenta un segnale evidente di questo processo, che è insieme disfacimento e ricostruzione.
Da questo punto di vista, rilanciare il processo di «autoconvocazione» diventa decisivo se si assume la prospettiva della ricostruzione di un nuovo blocco, ossia se si ragiona secondo la dialettica disfacimento (del blocco storico borghese) ⇄ ricostruzione (di un nuovo blocco e un nuovo umanesimo), contrapponendosi tanto alla posizione unilaterale e totalmente disfattista, che assume le forme dell’estremismo infantile, quanto a quella unilaterale e utopistica, che assume invece la forma dell’opportunismo di destra.
Non vi è nulla di costante e matematicamente prevedibile in questo movimento. Si tratta di fenomeni complessi, che si sviluppano a ondate e sono caratterizzati da legami altrettanto complessi sul piano internazionale.
Un’ondata di proteste può durare pochi giorni e poi rientrare. Ciò che va osservato, tuttavia, è il suo sviluppo quantitativo nel corso degli anni, che inevitabilmente si tradurrà in uno sviluppo qualitativo.
Nelle pur ristrette finestre temporali in cui si manifestano, le ondate di protesta sono momenti tremendamente importanti per le classi subalterne: sono come squarci attraverso i quali è possibile vedere la realtà con maggiore chiarezza. Quella verità, spesso occultata dal dominio borghese sui mezzi di controllo delle idee, appare allora in modo vividissimo.
La nebbia del campo di battaglia si dirada, gli eserciti si concentrano e gli schieramenti in campo appaiono più nettamente. Si comincia a intravedere chi sta da una parte e chi dall’altra della barricata.