Il fatto che la maggiore potenza mondiale (imperialista) porti avanti, in modo sempre più aperto, la distruzione della ragione, al punto che quello che afferma è costantemente contraddetto da quello che fa, è la migliore dimostrazione di quanto il capitalismo tradizionale non sia più in grado di favorire in nessun modo lo sviluppo sociale. Si tratta di una questione fondamentale che dovrebbe riportare all’ordine del giorno la ragione sociale dei comunisti, cioè la rivoluzione in occidente, dal momento che le condizioni oggettive sopo oggi più che mai mature. Il capitalismo non potendo più dominare con l’egemonia, è portato a cercare di riesumare il fascismo. D’altra parte, come metteva in evidenza già Marx, se è vero che la storia tende a riproporre tendenze del passato, queste ultime avevano al loro primo presentarsi una forma tragica, mentre quando vengono rievocate assumono una forma farsesca. Del resto la farsa, come faceva notare Marx quasi due secoli fa, è la forma del bonapartismo, che già Gramsci aveva specificato con l’attributo di regressivo, per distinguerlo dal cesarismo progressivo (si pensi a Fidel Castro o Chavez). Così oggi abbiamo – a partire da Trump, Musk, Afd, Le Pen, Vannacci ecc. – una ripresa del fascismo senza la sua essenza, cioè la rivoluzione passiva. Quindi se nel fascismo storico c’era la tipica tragedia di una rivoluzione senza rivoluzione, dall’alto, indispensabile a impedire una reale rivoluzione (dal basso), oggi assistiamo a forme di bonapartismo regressivo puramente reazionarie.
Emblematico è, a tal proposito, il caso della Germania. L’economia di guerra era stata uno strumento di rivoluzione passiva del fascismo tedesco, cioè del nazismo, perché aveva permesso non solo di eliminare una disoccupazione spaventosa, ma di creare un sedicente Stato sociale, il cui aspetto più emblematico era la Volkswagen, la più grande impresa pubblica in una società capitalista, che offriva lavoro stabile a masse di disoccupati e sottoccupati, consentiva per la prima volta nella storia anche ai proletari di poter acquistare una automobile e, addirittura, di recarsi con essa in villeggiatura. Oggi, proprio al contrario, l’economia di guerra che la Germania, grazie alla sua consueta capacità di egemonia, ha fatto assumere all’intera Ue, non solo non diminuisce la disoccupazione e non accresce il sedicente Stato sociale, ma fa esplodere la prima e affossa il secondo. Caso emblematico è l’attuale chiusura degli stabilimenti Volkswagen e le decine di migliaia di licenziamenti che ne sono seguiti. La Volkswagen, che allora era servita a far accettare la guerra come necessario sbocco del riarmo, oggi viene affossata in nome dell’economia di guerra.
In Italia non solo come negli Usa il governo, ma la stessa opposizione sembrano votate a portare avanti, nel loro piccolo, nel modo più sfacciato, la distruzione della ragione. Così il governo, nonostante le sue politiche antipopolari, che tradivano completamente le promesse elettorali, ha cominciato a perdere popolarità, solo quando il sistema ha deciso di puntare, in prospettiva, per una soluzione di estrema destra, oggi incarnata da Vannacci, espressione dell’ala più truce dell’apparato militare-industriale. Così, come negli Usa, solo imponendo la candidatura di Illary Clinton si poteva produrre il primo governo Trump e solo la riproposizione di Biden, in piena demenza senile, e, quindi, all’ultimo la sua sostituzione con l’assolutamente incapace e destra Harris poteva portare a una riedizione, decisamente più devastant,e del governo Trump, così in Italia solo il campo largo tendenzialmente larghissimo e una sinistra radicale ridotta alla riesumazione di uno sterile massimalismo, può portare a una riedizione di un governo della larghe intese. Soltanto quest’ultimo, infine,. non solo potrà riportare al governo la destra radicale di Fdi ma, addirittura, l’estrema destra al momento capitanata da Vannacci.
Tale apoteosi della distruzione della ragione fa sì che l’autodistruzione del campo largo è nella logica delle cose, è per così dire il necessario portato della razionalità del reale. Non a caso sempre più forze, fuori e dentro il M5s, fanno pressioni sempre più efficaci per far sì che il Movimento non finisca di autodistruggersi compiutamente andando in campagna elettorale al rimorchio di un Pd, sempre più ostaggio della destra interna, espressione diretta dei poteri forti. Dinanzi alle pressioni dei liberali progressisti de “Il fatto”, di Raggi e Appendino dall’interno e Di Battista dall’esterno Conte è stato costretto a rivendicare la necessità di porre il confronto sui programmi come base da cui far emergere un potenziale leader comune, sottolineando la sua contrarietà alla politica di riarmo. Persino dinanzi alla discutibile contestazione di un altro partiito radicalmente di sinistra alla manifestazione di piazza del campo largo, Conte ha invitato i contestatori a un confronto diretto dietro il palco.
Del resto il fatto che il Pd, pressato dai poteri forti, spinga nella direzione del campo larghissimo, potrebbe far esplodere le contraddizioni tanto nel M5s, quanto fra vertice e base di Avs e anche fra anima socialdemocratica e anima ordoliberista del Pd. Tendenze presenti in potenza che potrebbero divenire in atto, visto che con il recupero di Renzi nel campo largo anche Di Battista si vedrebbe costretto a scendere finalmente in campo.
Anche la componente non secondaria della sinistra radicale si potrebbe veder costretta, in tal caso, ad abbandonare la posizione di prendere posizione nella campagna elettorale contro il campo largo, senza mirare più di tanto a farne esplodere le contraddizioni interne. In tal modo, quest’ultimo, rischia non solo di continuare a esserci ma anche di apparire, in particolare ad ampi settori del ceto medio riflessivo, come la sola alternativa credibile al governo della destra radicale. Al solito il massimalismo rischia di fare involontariamente la fortuna del riformismo, come quest’ultimo, inconsapevolmente favorisce il primo. In entrambi i casi non si è realmente in grado di contrastare la falsa rappresentazione dell’ideologia dominante per cui il campo largo, tendenzialmente larghissimo, sarebbe l’unica alternativa realistica alla destra radicale, mentre è proprio questa politica non in grado di contrapporsi ai poteri forti a involontariamente il mito di una destra sociale. Al contrario bisognerebbe fare in modo che tutti coloro che cercano una reale alternativa si uniscano affinché a Meloni e Vannacci non si contrapponga una alternanza tutta interna alla logica dell’establishment, com’era stata negli Usa Illary Clinton, ma qualcosa che anche al livello di immaginario rappresenti una rottura con i poteri forti, come era stato negli Usa Sanders, che avrebbe reso impossibile lo stesso primo governo Trump.
Questa reale alternativa potrebbe cominciare a concretizzarsi solo se si evitasse di credere che si possa vincere la partita con delle alchimie elettoralistiche, fino all’incubo di chi considera necessario, non solo imbarcare Renzi, ma persino Calenda, presentando al posto di Schlein e Conte un esponente della componente moderata e liberista del campo largo, come la sindaca di Genova. Al contrario bisognerebbe far sì che ci si confronti sui programmi mirando, così, a far esplodere le contraddizioni latenti nel campo largo, fra gruppo dirigente moderato e base di sinistra.
In tal modo, si eviterebbe la spaccatura nell’immediato del Prc, ma in prospettiva di tutta la sinistra di alternativa, fra massimalisti e riformisti. La prospettiva di un programma minimo di classe incentrato sul contrasto all’economia di guerra, che tiene insieme le principali questioni di politica esterna e interna, potrebbe davvero ricompattare tutti i sinceri sostenitori di una alternativa di sinistra al governo degli eredi del fascismo. L’economia di guerra comporta, in effetti, la soluzione finale tanto nei confronti delle spese pubbliche in servizi sociali, quanto nei riguardi della stessa democrazia liberale e della salvaguardia dell’ambiente. Inoltre contrastare fattivamente l’economia di guerra significa mettersi apertamente contro i poteri forti che dominano e snaturano tanto l’Unione europea, quanto la Nato. In questo modo emergerebbero le contraddizioni che impediranno, in ogni caso, al campo largo di dar vita, anche se dovesse esser costretto dalle masse contro la propria volontà, a realizzare un governo di alternativa.
Il partire dai programmi per definire un’alleanza elettorale, e non viceversa, è proprio il semplice che è difficile a farsi, fondandosi sul sano buon senso umano. Tanto che è condiviso non solo da liberali progressisti, come la redazione de “Il fatto”, ma persino – a parole quantomeno – Conte.
Tanto più che se i comunisti puntassero su alchimie elettoralistiche, piuttosto che aprire un grande confronto, coinvolgendo soprattutto i diretti interessati, cioè i subalterni, smarrirebbero definitivamente la loro stessa ragione di esistere. Anche perché i comunisti partecipano attivamente alla campagna elettorale non certo per ridare credito alla democrazia formale borghese, cui proletari e sottoproletari in primis tendenzialmente non credono più, ma al contrario per farne emergere la natura di forma più adatta alla dittatura di classe della grande borghesia (finanziaria).
Tuttavia provare a sostituire al centro della campagna elettorale le proprie rivendicazioni legate ai diritti economici e sociali, al no al riarmo e alla guerra imperialista, di contro ai temi securitari e xenofobi imposti dai poteri forti, appare velleitario in assenza della ripresa di grandi mobilitazioni di massa. Anche perché non solo le casematte indispensabili all’egemonia sulla società civile sono oggi sotto il pieno controllo della classe dirigente, ma perché esse sono, in quanto tali, effettivamente sussunte al capitale per cui, salvo casi eccezionali di tendenziale dualismo di potere, gli argomenti della campagna elettorale sono imposti dall’ideologia dominante, sempre espressione del blocco sociale al potere.
Quindi solo grandi movimenti di massa in grado, potenzialmente, di mettere in discussione il potere del grande capitale finanziario, potrebbero portare all’ordine del giorno in campagna elettorale anche problematiche progressiste, di sinistra.