Stampa questa pagina

Ustica, la tecnologia contro l’ipotesi del missile: perché la ricostruzione dell’abbattimento non trova conferma nelle prove

Nella seconda parte dei tre studi sul disastro del DC 9 sopra l’isola di Ustica viene affrontato il problema del missile che secondo la vulgata abbatté l’aereo


Ustica, la tecnologia contro l’ipotesi del missile: perché la ricostruzione dell’abbattimento non trova conferma nelle prove Credits: Bicanski https://pixnio.com/it/oggetti/missili-bombe/razzo-dispositivo-militare-missile-arma-aeroplano-veicolo-aeronautica

L'ipotesi secondo cui il DC-9 Itavia precipitato a Ustica il 27 giugno 1980 sarebbe stato abbattuto da un missile è una delle ricostruzioni più persistenti della tragedia. Nel corso degli anni essa è stata riproposta in sede giudiziaria, politica e mediatica, fino a diventare una delle spiegazioni più conosciute dell'evento. Ma è proprio questa ipotesi, che quando viene sottoposta alla verifica tecnica, fa emergere le difficoltà più rilevanti. Qui esamineremo il problema, che non consiste semplicemente nel chiedersi se, in astratto, un missile avrebbe potuto distruggere un DC-9. Un missile aria-aria era certamente in grado di provocare danni catastrofici ad un aereo. La vera questione è un'altra: il relitto del DC-9, le caratteristiche delle testate disponibili nel 1980, la distribuzione delle schegge, i danni riscontrati e i dati radar sono compatibili con un effettivo abbattimento mediante missile? È su questo terreno che l'ipotesi incontra le maggiori difficoltà.

Un colpo di un missile non è soltanto un'esplosione

Per verificare tecnicamente l'ipotesi di un missile non basta constatare che un'esplosione avrebbe potuto distruggere il velivolo. Un missile aria-aria è un sistema d'arma costituito da un sistema di guida, una testata e un meccanismo di innesco. Nel caso di una testata a frammentazione, l'esplosione non produce semplicemente una generica onda d'urto, produce una determinata distribuzione di frammenti metallici destinati a colpire il bersaglio. Conseguentemente, un'ipotesi di questo tipo deve essere verificata attraverso le tracce fisiche che l'arma dovrebbe lasciare sul bersaglio. Ed è proprio questo il punto sul quale le analisi tecniche richiamate nel testo risultano particolarmente problematiche per la tesi del missile. La domanda conseguente è: Dove sono le tracce dell'impatto? Il Collegio Misiti che esaminò specificamente l'ipotesi dell'abbattimento mediante missile e che la rigettò per l'assenza di sufficienti evidenze tecniche e fattuali. Torniamo al problema fondamentale dove sono le tracce di impatto. 

Se il DC-9 fosse stato raggiunto da una testata missilistica a frammentazione, sarebbe necessario individuare sul relitto una distribuzione di danni coerente con l'azione dei frammenti e con la posizione dell'esplosione. Ma il quadro ricostruito nelle pagine non offre questa corrispondenza. L'assenza di tracce di impatto non è un dettaglio secondario. È una difficoltà strutturale della teoria: proprio l'elemento che dovrebbe trasformare l'ipotesi del missile in una ricostruzione fisica verificabile, cioè il segno lasciato dall'arma sul bersaglio, non viene individuato in maniera convincente. Si pone il problema che se  la testata che ha colpito il DC 9 fosse stata a frammentazione dove è la “rosa” di schegge? Per superare questa obiezione, la ricostruzione del missile deve ricorrere a un meccanismo più complesso. Il testo esamina infatti la possibilità che una testata a frammentazione abbia prodotto una “rosa di schegge”, cioè una dispersione di numerosi elementi metallici, alcuni dei quali avrebbero colpito il DC-9 senza lasciare necessariamente una traccia facilmente riconoscibile dell'arma. Questa spiegazione genera un ulteriore problema tecnico. Se la testata genera una grande quantità di frammenti, la loro distribuzione non può essere trattata come un fenomeno casuale utile a spiegare qualsiasi configurazione del relitto. La posizione relativa dell'esplosione, l'orientamento della testata e del velivolo e la geometria della dispersione dei frammenti dovrebbero produrre una determinata configurazione dei danni. La relazione Misiti, secondo quanto riportato nel testo approvato, contesta proprio la ricostruzione nella quale una rosa di schegge, costituita potenzialmente da migliaia di elementi, avrebbe colpito alcune parti della fusoliera evitando sistematicamente i frammenti del relitto che invece erano ancora presenti. Questo è un punto tecnologicamente importante. Non basta dire: “un missile produce schegge, quindi le schegge potrebbero aver provocato quei danni”. Bisogna dimostrare che la geometria della frammentazione e la distribuzione dei danni coincidano. Questa coincidenza, invece, secondo l'analisi riportata, non viene dimostrata.

La detonazione senza contatto

A questo punto i fautori del missile hanno tirato fuori un'altra possibilità presa in considerazione è quella della detonazione del missile in prossimità dell'aereo, senza un impatto diretto della testata contro la fusoliera. Anche se questa è una possibilità tecnicamente concepibile per un'arma aria-aria: l'esplosione della testata può avvenire in prossimità del bersaglio, facendo agire sui suoi elementi strutturali la combinazione di onda esplosiva e frammenti. Ma proprio questa caratteristica rende ancora più importante l'analisi dei danni. Bisognerebbe infatti determinare la posizione del missile rispetto al DC-9, la distanza al momento della detonazione e la direzione dei frammenti, le parti dell’aereo colpite e le tracce lasciate ed in ultimo la distribuzione dei colpi. La relazione Misiti stabilisce che la ricostruzione della detonazione della testata in prossimità del velivolo presenta difficoltà proprio nel confronto con il relitto. In altre parole, la tecnologia del missile non può essere utilizzata soltanto per spiegare l'assenza delle prove. Deve anche produrre una previsione verificabile e coerente con ciò che è stato effettivamente trovato.

Il problema delle parti mancanti e delle parti rimaste 

La teoria della frammentazione missilistica presuppone una dispersione di schegge capace di produrre danni concentrati in determinate zone. Ma la difficoltà di spiegare perché una tale rosa di schegge avrebbe colpito determinate parti della fusoliera permane, mentre altre parti, che avrebbero dovuto essere interessate dallo stesso fenomeno, risultavano ancora presenti. Questo è un problema di coerenza geometrica. Una ricostruzione fisica deve infatti spiegare non soltanto ciò che manca, ma anche ciò che è rimasto. La presenza di un determinato frammento del relitto può essere, dal punto di vista tecnico, importante quanto l'assenza di un altro frammento. Per questo il semplice elenco dei danni non è sufficiente: bisogna ricostruire la loro distribuzione nello spazio e verificare se essa sia compatibile con la dinamica di una detonazione missilistica.

I missili disponibili nel 1980

Le commissioni di inchiesta hanno preso in analisi i vari tipi di missili esistenti nel 1980. Questo aspetto è fondamentale perché non è sufficiente parlare genericamente di “un missile”. L'arma deve essere tecnicamente identificabile, bisogna considerare le caratteristiche del missile, il tipo di testata, il sistema di funzionamento e le modalità con cui l'arma avrebbe potuto interagire con un bersaglio come il DC-9. L'analisi dei tipi di missile disponibili nel 1980, riportata nelle pagine degli studi effettuati, non avrebbe fornito elementi tali da dimostrare che uno specifico sistema d'arma fosse responsabile della distruzione dell'aereo. Anche qui emerge la differenza tra possibilità tecnologica generale e identificazione tecnica dell'arma effettivamente utilizzata. Dire che “nel 1980 esistevano missili capaci di abbattere un aereo” è una constatazione molto diversa dal dimostrare che uno di quei missili fu effettivamente impiegato contro il DC-9 di Ustica. Questo elemento è importante perché serve a verificare concretamente quale tipo di danno potesse essere prodotto da una determinata testata. La tecnologia militare non deve essere considerata in astratto: viene confrontata con gli effetti che dovrebbe produrre sul velivolo. Secondo quanto riportato, dalle analisi tecniche emergevano difficoltà nel sostenere che gli effetti osservati sul relitto fossero riconducibili senza ambiguità a questo tipo di arma. (il missile). La stessa documentazione ricorda che nel 1980 non erano operativi determinati tipi di missili con specifiche caratteristiche ipotizzate in alcune ricostruzioni e che le relative modalità di frammentazione rendevano problematica la spiegazione dei danni. Questo è particolarmente significativo perché una ricostruzione tecnologica deve rispettare il vincolo storico dell'arma realmente disponibile nel 1980, non quello di un missile teorico costruito sulla base delle caratteristiche necessarie a sostenere la teoria.

Il radar vedere non significa identificare un missile

Un altro elemento tecnologico fondamentale è costituito dal radar. La ricostruzione della cosiddetta battaglia aerea si basa in larga parte sull'interpretazione delle tracce radar e sulla presenza di possibili velivoli militari nello spazio aereo circostante. Anche qui occorre distinguere tra ciò che un sistema radar registra e ciò che un investigatore deduce successivamente dalla registrazione. Una traccia radar può indicare la presenza o il movimento di un oggetto. Non dimostra automaticamente: che l'oggetto fosse un determinato aereo, che fosse coinvolto in un combattimento, che avesse lanciato un missile, che quel missile fosse diretto contro il DC-9, che il missile avesse effettivamente provocato la distruzione del velivolo. Per trasformare una sequenza radar in una ricostruzione dell'abbattimento sarebbe quindi necessario stabilire una catena tecnica continua tra tracce radar, posizione degli aerei, lancio dell'arma, traiettoria del missile, esplosione e danni sul relitto. Purtroppo questa catena non è stata mai dimostrata.

Il MiG-25 e l'ipotesi della scheggia Dc 9

La complessità della ricostruzione emerge anche dall'ipotesi relativa all'I-TIGISi è sollevata la possibilità che una scheggia avesse colpito l'aereo militare grazie a un opportuno orientamento del missile e della posizione della testata al momento della detonazione, nel contesto dell'ipotesi di un lancio da un MiG-25 Foxbat. Anche in questo caso la questione è squisitamente tecnologica. Perché la ricostruzione sia valida occorre che orientamento del missile, posizione dell'aereo, posizione della detonazione e traiettoria dei frammenti siano compatibili tra loro. La relazione Misiti, secondo il testo, criticò questa ricostruzione ritenendola incompatibile con una lettura logica delle evidenze. Non basta dunque individuare una configurazione geometrica nella quale una scheggia potrebbe aver raggiunto l'aereo. Occorre dimostrare che quella configurazione sia quella realmente verificatasi. Ora l’assenza delle tracce di un'esplosione diventa decisiva. 

Il problema generale può essere sintetizzato in questo modo.

Un missile non è un evento invisibile dal punto di vista fisico. La sua azione sul bersaglio dovrebbe produrre una serie di conseguenze osservabili:

missile> detonazione> frammentazione> penetrazione dei frammenti> danni strutturali> distribuzione dei residui.

Se si aggiunge il radar:

aereo lanciatore>acquisizione/ingaggio> lancio> traiettoria > detonazione > effetti sul DC-9.

La teoria dell'abbattimento deve quindi essere verificata su entrambe le catene. Il materiale riportato nelle pagine evidenzia invece una frattura proprio nei punti più importanti: non vengono individuate evidenze d'impatto sufficienti e le ricostruzioni della dinamica delle schegge non risultano coerenti in modo convincente con il relitto. Di conseguenza, l'assenza della prova materiale non viene compensata da una ricostruzione tecnologica sufficientemente precisa.

La “quasi collisione” come alternativa alla teoria del missile

Un ulteriore elemento significativo è che il Collegio Misiti, secondo il testo, prese in considerazione anche lo scenario della “Quasi Collisione”. Questo mostra quanto sia complesso ricostruire l'evento attraverso i dati radar. La presenza di una possibile situazione di quasi collisione può infatti contribuire a spiegare una dinamica aerea senza dover necessariamente postulare l'esistenza di un missile. Il punto non è stabilire che la quasi collisione costituisca automaticamente la spiegazione definitiva della tragedia, ma osservare che i dati radar ammettono interpretazioni differenti. E quando un'evidenza tecnologica può essere spiegata attraverso più scenari, essa non è sufficiente, da sola, per dimostrare uno specifico scenario.

La contraddizione fondamentale

Alla fine, l'ipotesi del missile si trova davanti a un problema che può essere espresso in termini quasi sperimentali. Una teoria scientificamente forte dovrebbe prevedere che il DC-9 è stato colpito da una determinata testata missilistica, allora sul relitto devono essere rintracciabili determinati effetti compatibili con quella testata. Ma il materiale esaminato mostra che questa previsione non trova una conferma sufficientemente solida. Si è quindi costretti a introdurre ipotesi aggiuntive:

  • il missile potrebbe non aver colpito direttamente il DC-9;
  • la testata potrebbe essere esplosa a distanza;
  • le schegge potrebbero aver colpito soltanto determinate zone;
  • altre schegge potrebbero non essere state recuperate;
  • la particolare geometria dell'esplosione potrebbe spiegare l'assenza di determinate tracce;
  • le tracce radar potrebbero essere interpretate come indizi di una battaglia aerea;
  • un determinato frammento potrebbe essere stato provocato da un missile senza che ne rimanga una prova conclusiva.

Ma ogni ipotesi aggiuntiva aumenta il numero di condizioni che devono essere dimostrate. Ed è proprio questo che impedisce di trasformare la teoria in una dimostrazione tecnica. Conclusione definitiva possibile non significa dimostrato. L'analisi tecnologica contenuta nelle pagine porta dunque a una conclusione più precisa rispetto alla semplice affermazione secondo cui “non è stato trovato il missile”. Il problema è molto più profondo. 

Per dimostrare l'abbattimento del DC-9 sarebbe necessario mettere in relazione un'arma concreta, una specifica testata, una precisa modalità di detonazione, una determinata geometria di frammentazione, le tracce sul relitto e una coerente ricostruzione radar della presenza e del comportamento dell'eventuale aereo lanciatore. Quanto sopra esposto dimostra, invece, che questi elementi non si ricompongono in una catena tecnica univoca. L'analisi dei missili disponibili nel 1980, delle caratteristiche delle loro teste di guerra, dei meccanismi di frammentazione, delle possibili detonazioni a distanza, delle tracce che ci si sarebbe dovuti aspettare sul relitto e della lettura dei dati radar non conduce a una dimostrazione positiva dell'abbattimento. l'ipotesi del missile rimane una ricostruzione interpretativa, perché le evidenze tecnologiche disponibili non permettono di identificare in modo dimostrabile un'arma, una traiettoria e una dinamica di detonazione capaci di spiegare coerentemente i danni osservati sul DC-9. È questa la differenza tra una possibilità tecnologica e una prova tecnica. Nel caso di Ustica, secondo gli elementi riportati nel testo, la prima esiste; la seconda non è stata raggiunta.



18/09/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: Bicanski https://pixnio.com/it/oggetti/missili-bombe/razzo-dispositivo-militare-missile-arma-aeroplano-veicolo-aeronautica

Condividi

L'Autore

Orazio Di Mauro
<< Articolo precedente
Articolo successivo >>