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Il capitalismo, religione di pennivendoli

E' davvero possibile continuare a difendere il sistema capitalista che ormai appare in tutta la sua putrefazione? Gli intellettuali organici alla borghesia hanno di che scervellarsi per difendere la putrefazione che avanza.


Il capitalismo, religione di pennivendoli

I sacerdoti del capitalismo e la difesa del sistema

A corto di argomenti e molto probabilmente impauriti dal mostro che adorano e che però gli sta sfuggendo di mano, da qualche tempo i sacerdoti del capitalismo si sono attestati su posizioni difensive non solo teoricamente fragili, ma spesso fondate sulla menzogna e su una sconcertante indigenza culturale. Glielo hanno insegnato i camerati nazisti ed è una lezione che gli è entrata nel sangue: tu menti con forte convinzione, fallo con ripetuta insistenza e le tue bugie diventano verità. Dopo aver addirittura annunciato, con la sfacciata impudenza di Fukuyama, la fine della Storia, potrebbero provare ad essere più prudenti. Ma la dottrina di Goebbels, che hanno posto alla base della loro formazione, glielo impedisce.

La retorica dei commentatori dell’Occidente

Si spiega così la filastrocca dei Sallustri, dei Mieli, dei Sechi, dei Senaldi, dei Capezzone e di tanti epigoni di Ludovico Pellizzari, che di fronte a Trump e Netanyahu cantano in coro: “Potete fare tutte le critiche che volete, rigettare ogni cosa, processare ogni aspetto dell'Occidente, ma vi rimane da risolvere un problema di cui cercate invano la soluzione: come pensate di sostituire il sistema capitalistico?”

Subito dopo questa domanda, che dovrebbe annichilire gli interlocutori, arriva l’attacco d’obbligo alla rivoluzione, che – proprio quando appare vittoriosa – non riesce mai a sostituire il capitalismo e torna al sistema che intendeva abbattere.

La narrazione sulle rivoluzioni

Non contenti del discorso teorico, i nostri bravi sacerdoti si abbandonano all’esempio concreto e affermano, per esempio, che dopo la Rivoluzione francese in fondo tutto rimase com’era. E fu così, dicono, anche con la Rivoluzione d’Ottobre, che – giungono a sostenere – non fu una rivoluzione in senso pieno, perché la sostituzione di un sistema economico con un altro fu solo apparentemente compiuta. Da qui alla Cina il passo è breve, così come rapida – e probabilmente inconsapevole – è la mummificazione della storia.

La rimozione della storia

Sarà per disperazione, sarà perché difendere troppo i privilegi di classe fa perdere il contatto con la realtà, i nostri pennivendoli – e non solo loro – ignorano, o fingono di ignorare, che la rivoluzione del 1789 spazzò via la monarchia assoluta e aprì la stagione delle Costituzioni. Eppure, con le loro argomentazioni, sostengono di fatto che abbiamo un killer seriale e ce lo dobbiamo tenere. Le astrazioni sono pericolose. Esistono moltissime tonalità di grigio e il capitalismo non è uno solo: ha molti modi di essere e diversi livelli di ferocia. Tra quello di Keynes, con il suo mercato che non è in grado di regolarsi da solo e con il ruolo interventista dello Stato, e il capitalismo interpretato dalla Scuola di Francoforte, che diventa sistema di dominio totale capace di alienare l’individuo e dominare la cultura delle masse, emergono due mondi del tutto diversi tra loro.

Aggiungo che, come tutte le cose umane, il capitalismo non può essere eterno.

La storia non è una religione

Che cosa c’era prima che nascesse?
E che cosa ci sarà dopo, se non saremo così ciechi da farci condurre alla fine del genere umano? Si può tornare indietro al baratto, si può immaginare un socialismo che non commetta gli errori dei bolscevichi.

Si possono avere mille dubbi, ma per fortuna – in quanto uomini e donne – una certezza ce l’abbiamo: la storia della vicenda umana può essere tutto, tranne che una religione.

 

07/03/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Giuseppe Aragno
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